Ai David di Donatello ha trionfato finalmente, giustamente un cinema italiano diverso

Le città di pianura di Francesco Sossai si conferma il film italiano dell'anno. Ma tutti i premi assegnati ieri ci dicono la stessa cosa: un altro cinema esiste, nel nostro Paese.

07 Maggio 2026

Questi sono stati indubbiamente i David di Donatello de Le città di pianura: otto statuette su sedici candidature, la metà esatta. Hanno vinto Francesco Sossai, il regista, Sergio Romano, l’attore protagonista, e Adriano Candiago, sceneggiatore e responsabile casting. Ma soprattutto hanno vinto il film e la produzione, ribadendo un concetto semplicissimo: non è stata solo una moda passeggera, una sbandata, una cotta adolescenziale da box office. Le città di pianura ha rappresentato un momento preciso all’interno del nostro cinema, ed è un momento che va celebrato e soprattutto ricordato perché può essere un esempio da seguire.

Abbastanza incredibilmente Paolo Sorrentino e il suo film, La grazia, non hanno vinto nemmeno un David. Matilda De Angelis, Miglior attrice non protagonista per Fuori di Mario Martone, ha tenuto un discorso perfetto sullo stato del cinema italiano, sull’impoverimento della nostra cultura, sul paradosso che dobbiamo vivere ogni volta per ricordarci delle nostre eccellenze e dei nostri talenti. Lino Musella ha vinto il David come Miglior attore non protagonista per la sua interpretazione in Nonostante, il film di Valerio Mastandrea. E Aurora Quattrocchi ha vinto come Miglior attrice protagonista per Gioia mia. E a proposito di Gioia mia: quelli di ieri sera sono stati anche i David di Margherita Spampinato, che ha vinto il David per il Miglior esordio.

Primavera di Damiano Michieletto ha ricevuto quattro premi, Le assaggiatrici di Silvio Soldini e La città proibita di Gabriele Mainetti tre e anche Buen Camino, il film di Gennaro Nunziante e Checco Zalone, ha ottenuto un David. Per una volta, insomma, ci troviamo davanti a un verdetto abbastanza chiaro, che ci parla del cinema che è stato e del cinema che, molto probabilmente, sarà ancora. Incrociamo le dita. Il trionfo di Sossai vale più di mille editoriali su Le città di pianura, su questo film piccolo e brillante, ambientato nel Triveneto, con tre attori fenomenali (Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla e Filippo Scotti), che ha saputo raccontare un altro mondo e che ha fatto il giro delle sale e del Paese grazie al passaparola.

Forse questa edizione dei David è stata un’edizione di passaggio, un’eccezione. Chi lo sa. Di nuovo: incrociamo le dita. Molto dipenderà dall’anno prossimo e da quello che arriverà nelle nostre sale, dal modo in cui riusciremo, oppure no, a valorizzare il lavoro di registi e attori. Pensiamo, per esempio, a Un anno di scuola di Laura Samani: un film fenomenale che, ahinoi, è passato quasi in sordina. Le città di pianura, a modo suo, rappresenta un modello, un’idea tanto produttiva quanto creativa. E anche distributiva: diamo a Lucky Red quel che è di Lucky Red. Costato poco, sviluppato sostanzialmente da due amici, Le città di pianura si è affidato alle idee, alla loro bontà, a questa scia luminosa di intuizioni e di immagini.

Non è un cinema alternativo, quello che ha vinto ieri sera. È un cinema diverso, più intimo, più piccolo, lontano dai fasti dei set multimilionari e, ciò nonostante, capace di emozionare (di nuovo: a parte Le città di pianura, pensiamo anche a Gioia mia). Per questo è un peccato il modo in cui, alla fine, è stata gestita la serata. La conduzione di Flavio Insinna, affiancato da Bianca Balti, è andata rapidamente fuori dal tracciato e si è accartocciata, facendosi esagerata, ripetitiva, fintamente simpatica. Sempre le stesse battute, sempre gli stessi tormentoni. Poco – pochissimo, anzi – rispetto per i premiati: interrotti, ripresi, derisi. Perché non riusciamo ad avere anche noi una cerimonia degna, capace di celebrare il cinema? E non c’è bisogno per forza di momenti eccezionali, di grandi ospiti: a volte basta la linearità monotona di una premiazione, un vincitore dopo l’altro, semplicemente, senza sketch, senza pause, senza l’insistenza di questa idea tutta italiana di fare uno show nello show, come se il cinema, da solo, non bastasse.

Questi David sono stati politici. L’arte, dopotutto, è politica. E anche per questo, forse, sarebbe stato meglio trattenersi dal punto di vista della conduzione: leggere la stanza, capire, non lasciarsi andare (le facce che ha fatto Paolo Sorrentino sono un programma a sé: ci sarebbe voluta una telecamera fissa solo su di lui, per tutto il tempo, giusto per avere un riassunto efficace di ogni momento). Alla fine resteranno le parole di Matilda De Angelis, la commozione di Francesco Sossai e del suo cast, la semplicità del discorso di Bruno Bozzetto (l’animazione, ha detto, è cinema), la sorpresa travolgente di Aurora Quattrocchi (il modo in cui ha gesticolato, dopo aver sentito il suo nome, è un film a parte), l’abbraccio fortissimo tra Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano e la puntualità del discorso di Lino Musella. Non resteranno la conduzione di Insinna, quest’approccio dilettantesco alla celebrazione del meglio del nostro cinema e nemmeno il brusio di sottofondo di chi, ciecamente, continua a scagliarsi contro una categoria, dimenticando che quella stessa categoria, per l’Italia, rappresenta una grande, grandissima ricchezza.

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