La crescita iniziata durante la pandemia si è fermata, l'aumento dei costi, la crisi delle edicole e il perenne cambiamento delle abitudini dei lettori stanno riscrivendo le regole del mercato per l'ennesima volta negli ultimi anni. Ne abbiamo parlato con chi i fumetti li fa di mestiere.
Forse Topolino non tirerà più un milione di copie a settimana come nelle rutilanti estati degli anni Novanta, con il walkie-talkie in allegato, ma il mercato dei fumetti è comunque floridissimo. La serie One Piece ha venduto nel mondo cinquecento milioni di copie, lo stesso numero di tutti i romanzi di Harry Potter messi insieme. La scena italiana è in salute, le code ai firmacopie di Zerocalcare sono sempre più lunghe, l’ultimo libro di Gipi ha conquistato, con merito, le copertine degli inserti culturali. E gli autori stranieri che lavorano fuori dal circuito delle narrazioni seriali, che peso hanno nel nostro mercato? A tal proposito, Coconino Press pubblica oggi Monica, l’ultimo lavoro di Daniel Clowes, nella traduzione di Veronica Raimo.
Un po’ di contesto, per i lettori più distratti: Daniel Clowes è uno dei motivi per cui oggi ci sono fumetti che si chiamano graphic novel considerati un consumo culturale per adulti. Nato a Chicago, famiglia umile, Clowes è diventato famoso dopo i trent’anni con Eightball, il suo personalissimo periodico underground a fumetti, uscito tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Duemila, pubblicazione che Clowes ha definito «un’orgia di rancore, rivalsa, disperazione, rassegnazione e perversione sessuale». Eightball è uno dei fumetti indipendenti più influenti di sempre, la macedonia delle fantasie di Clowes, il palco dove si è potuto sbizzarrire pubblicando brevi strisce e storie a puntate, per esempio Come un guanto di velluto forgiato nel ferro, Caricature, David Boring, Ice Haven, The Death-Ray, ripubblicate in seguito e diventate opere di culto. Erano anni d’oro per la produzione culturale americana, e Daniel Clowes veniva accostato per la profondità del suo lavoro a David Foster Wallace, Jonathan Franzen e David Lynch.
Da lì, una fama duratura. Il talento di Clowes l’ha portato, senza che lui si sia sforzato molto, a dialogare con il pubblico generalista e le industrie multinazionali: ha creato le lattine e la campagna pubblicitaria di OK Soda, una bevanda gasata che Coca-Cola ha cercato, con risultati catastrofici, di lanciare nel mercato americano a metà anni Novanta, disegna da anni copertine per il New Yorker, vanta una candidatura agli Oscar per la miglior sceneggiatura non originale con Ghost World, film del 2001 con anche Scarlett Johansson nel cast, tratto dal suo omonimo fumetto. E adesso Monica, un’opera che si è fatta attendere – il penultimo libro di Clowes, Patience, il resoconto delle avventure al profumo di Interstellar di un uomo che viaggia nel tempo sacrificandosi per la donna che ama, ha compiuto ormai sette anni.
L’attesa era giustificata, Monica è all’altezza della reputazione del suo autore. In due parole, Monica è la storia di una donna partita dal nulla e rimasta sola al mondo prestissimo, già dal primo anno di college, che arriva al successo dopo un’infanzia dickensiana. Soldi, fama, notorietà, e soprattutto tanto tempo libero per chiedersi: chi ero, prima della svolta? Che cosa ne è stato di tutto quel dolore, delle persone che non riesco a dimenticare e dei trami che mi hanno causato?
Più nel dettaglio, Monica è un fumetto diviso in nove storie, lunghe dalle quattro alle ventiquattro pagine. Ogni segmento spiega qualcosa della protagonista, e i capitoli si succedono in un valzer di collegamenti arzigogolati e cambi repentini di genere: Clowes tiene insieme storielle horror di ispirazione vampiresca, amorazzi da fotoromanzo e radio che permettono di sintonizzarsi con il mondo dei morti. Monica inizia in Vietnam, durante la guerra. Due commilitoni cementano l’amicizia accendendo sigarette con lo zippo sotto piogge monsoniche e di proiettili. Poi l’azione si sposta in California, dove Penny, la fidanzata di uno dei due soldati, non si sta esattamente struggendo per la sua assenza. Penny è la madre della Monica del titolo. Da lì inizia un viaggio negli albori della controcultura hippy e in una famiglia disfunzionale, raccontato dagli occhi di una figlia unica di padre ignoto destinata a grandi cose. Vecchi tossici, complottismo, Lsd, freaks, perdenti, seguaci di culti strampalati. La summer of love in California è stata uno sballo, ma che fine hanno fatto i reduci anonimi, quelli che non sono morti o non sono diventati ricchi, e stanno invecchiando in paesini lontani ore di guida da Los Angeles e San Francisco? Monica poggia su una sofisticatissima architettura narrativa, a ogni rilettura escono nuovi significati, una serie tv su carta geniale girata da un regista ambiziosissimo, con budget infinito per gli effetti speciali. Clowes esercita la sua tradizionale abilità nel raccontare donne tormentate – Monica è la sua Antoine Doinel, il suo personaggio feticcio, ha molto in comune con la Rebecca di Ghost World e con Patience – e protagonisti alla ricerca dei genitori perduti.
E i disegni? Magistrali. Il gusto di Clowes per lo stile tipico dei fumetti americani dell’immediato dopoguerra, gli anni d’oro della disciplina, quando milioni di bambini leggevano religiosamente le stesse strisce, viene declinato dal talento di un autore che dopo decenni di carriera fa quello che vuole con le matite, assecondando un’inclinazione tarantiniana per gli omaggi ai giganti del passato. La tavola dove Monica descrive le conseguenze della ricchezza, e l’effetto che fa sugli altri, attraverso gli occhi rapaci dei passeggeri della classe economica di un volo che si imbarcano dopo di lei, già seduta in business con un calice di vino rosso e qualche salatino di benvenuto, salviette tiepide a disposizione, è di quelle che incastonano lo spirito del tempo. Clowes ha lavorato a questo libro durante un periodo nel quale gli Stati Uniti sono stati sconvolti dall’elezione di Trump e dal Covid, mentre la sua vita è stata sconvolta dalla morte della madre e del fratello. È un’opera strabocchevole, infatti è stata inserita ieri dal New York Times nella classifica dei cento migliori libri del 2023, uno dei due soli fumetti presenti nella lista. Viviamo bombardati da immagini scadenti, circondati da spazzatura visiva che accogliamo con superficialità. In questo contesto, perdersi per qualche ora nei disegni di Daniel Clowes è un sollievo.
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