Il matrimonio è in crisi, le relazioni sono in crisi, l’amore è in crisi e solo un desiderio smisurato di amicizia ci salverà dalla solitudine

Questo è quello che racconta Hélène Giannecchini nel suo libro intitolato proprio così, Un desiderio smisurato di amicizia. L'abbiamo intervistata e con lei abbiamo parlato di famiglie queer, di fotografia e dell'amicizia che andrebbe tutelata per legge.

06 Maggio 2026

Incontro Hélène Giannecchini poco prima della presentazione milanese di Un desiderio smisurato di amicizia (Iperborea, traduzione di Caterina Orsenigo). Siamo in un posto che si trova in centro a Milano, ma intorno a noi ci sono solo prati e alberi e scoiattoli, e della città non si sentono neanche i rumori. Un’oasi felice, una parentesi di pace, qualcosa del genere – una boccata d’ossigeno.

“Kiss your faces friends more”, comincia così una poesia di Lora Mathis a cui ho pensato spesso mentre leggevo il libro. L’ho scoperta a casa di un amico, lui la tiene incorniciata sulla scrivania. Chissà quante volte l’ha letta. «Destroy the belief that intimacy must be reserved for monogamous relationships», prosegue, e precisamente di questo parla il libro di Giannecchini: di intimità e di cura, di vita insieme e prospettive, di desiderio e rapporti che definiscono il corso di una vita, ma senza trovare mai un riconoscimento legale – tutto al di fuori della cornice, spesso asfittica, a volte violenta, dell’amore romantico.

Un desiderio smisurato di amicizia è un libro schiettamente queer. Non stupisce, dal momento che, molto prima dei Millennial che solo negli ultimi anni si stanno avvicinando – almeno in teoria – alla sperimentazione di nuove strutture relazionali, le comunità LGBTQIA+ sono state le prime a immaginare forme di vita in comune basate sull’amicizia e non sul matrimonio, e per necessità: quando una società ti discrimina, devi stare vicino a quelli come te. Quando la tua famiglia ti allontana, devi costruirne una con gli affetti che ti restano.

È anche, in parte, un libro fotografico: fra le pagine troviamo gruppi di amiche e amici che sorridono davanti all’obiettivo, che si abbracciano, ed è come se quelle esistenze spesso incomprese, ignorate dal mondo fintantoché erano in vita, tornassero a respirare. È, infine, un libro in cui l’autrice racconta il proprio vissuto personale, i propri rapporti, gli amori che sono diventate amicizia e le amiche di una vita, la sua famiglia.  «Ho tre genitori», scrive, «una madre e due padri. Mia madre si è innamorata per la prima volta a diciannove anni e una seconda a venticinque. Ha capito molto presto che amava entrambi gli uomini e siccome si rifiutava di scegliere e nessuno la voleva lasciare, si sono inventati insieme un nuovo modo di vivere. La loro storia a tre è durata quindici anni».

Sei cresciuta in una famiglia non canonica e immagino che questo abbia inciso profondamente sul tuo modo di vivere oggi le relazioni.
I miei genitori non erano degli hippie, per molti aspetti era una famiglia molto seria, quasi classica. Mia madre insegnava latino: c’erano regole, orari, un senso dell’ordine piuttosto netto. Semplicemente, due uomini si erano innamorati di lei, poi sono diventati amici e a quel punto per tutti e tre era naturale andare a vivere insieme. In casa nostra l’amicizia era il valore centrale, c’era sempre qualcuno che andava e veniva, una circolazione continua di relazioni, e quando uno dei miei padri poi è andato a vivere con un’altra donna, da noi è venuta ad abitare un’amica dei miei genitori. Questo contesto non veniva compreso o ben visto da tutti, ma mi ha insegnato che l’amore non è dato una volta per tutte, che si può inventare e può assumere forme diverse. Vedo che anche persone cresciute in contesti più tradizionali stanno andando in quella direzione: è una tendenza che riguarda il presente, non solo la mia storia.

A proposito di presente: in Italia è uscito l’anno scorso, per L’Orma, 3 – Un’aspirazione al fuori di Geoffrey de Lagasnerie, che affronta molti degli argomenti di cui tratti anche tu. Lì il giudizio sulla famiglia tradizionale è molto severo.
Io e De Lagasnerie abbiamo affrontato temi simili, ma da prospettive un po’ diverse: lui è sociologo, io vengo dalla letteratura; lui racconta un ambiente borghese, io mi sono concentrata sulle classi più fragili, soprattutto nei contesti statunitensi; lui ha parole molto dure nei confronti di chi sceglie una famiglia tradizionale o decide di avere figli, io non ho voluto contrapporre i due modelli – ed è anche per questo che ho scelto di includere la mia famiglia biologica nel racconto. Mi interessa, piuttosto, distinguere tra i legami reali, sinceri, che possono nascere in seno a una famiglia, e quell’ossessione ideologica delle destre che non fa bene a nessuno. Il mio obiettivo non è abbattere un modello, ma immaginare se sia possibile una coabitazione.

Parliamo di matrimonio: può esistere una famiglia queer all’interno delle stesse strutture giuridiche della famiglia tradizionale?
Mi aveva colpita un articolo di Judith Butler in cui metteva in relazione la nazione con l’etimologia della nascita, mostrando come i concetti di famiglia e patria siano intrecciati. Io non credo che le istituzioni si possano cambiare dall’interno; al contrario, sono loro a trasformare noi. Per questo, più che riformare il matrimonio, mi interessa l’idea di piratarlo. Perché, per esempio, non potrei sposarmi con due amici? Le battaglie per i diritti sono fondamentali, ma non devono essere il punto d’arrivo: dobbiamo chiederci se esistano modi diversi di interpretare quegli strumenti giuridici.

Mi sembra invece che siamo piuttosto lontani da un discorso politico che includa i diritti degli amici.
Eppure, qualcosa si muove. In Francia si sta discutendo una proposta di legge per riconoscere alcuni diritti alla figura dell’amico: l’accesso alle case popolari o i permessi per lutto, che oggi sono garantiti per i parenti acquisiti ma non per chi scegliamo come compagni di vita. È un segnale. Per Saint-Just, già più di duecento anni fa, l’amicizia era un dovere civico: diceva che un uomo senza amici dovrebbe essere bandito dalla società perché non può essere un buon cittadino. È una provocazione, ma contiene una verità: l’amicizia è un sentimento politico perché rompe l’isolamento della cellula familiare privata, ma anche della propria individualità.

Nel libro le fotografie hanno un ruolo importante. Non sono solo documenti: sembrano restituire spazio a vite rimaste ai margini.
Le fotografie per me sono un vero motore di scrittura. Ne colleziono moltissime: negli archivi, ai mercatini, attraverso amici. Durante questo lavoro ne avevo accumulate più di duecento; le tengo sulla scrivania, le sposto, le associo ai capitoli. Mi interessano soprattutto le immagini anonime, quelle che non hanno più un contesto riconoscibile. Mi commuovono le vite dimenticate, specialmente quelle queer, di cui restano solo tracce fragili e che la letteratura può in qualche modo riabilitare, dare sostanza. Cerco però di muovermi con cautela. Non si tratta di appropriarsi di quelle esistenze, ma di partire da piccoli indizi — una data, un gesto, uno sfondo — per costruire qualcosa che restituisca loro una forma di attenzione.

Scrivi che uscire dalla famiglia borghese significa anche rinunciare all’idea che contino solo le relazioni durature.
Sì, è un punto a cui tengo molto. Riprendo un’osservazione di Jack Halberstam: nella nostra cultura la durata è il principale criterio di valore. Se una relazione è recente, viene considerata poco significativa. Se dura da anni, allora è “seria”. In questo senso la famiglia ha sempre un vantaggio, perché è la relazione originaria, ma è un errore di prospettiva: io ho ricevuto più da persone incontrate una sera a una festa che da certi parenti in una vita intera. Dovremmo smettere di parlare di durata e iniziare a parlare di intensità e reciprocità. Le amicizie finiscono, gli amori finiscono; è doloroso, ma non annulla il valore di un vissuto comune. Dobbiamo imparare ad addomesticare la fine.

Verso la fine citi uno slogan della militanza durante gli anni dell’epidemia di AIDS: “An army of lovers cannot lose”. Nel senso comune, invece, la sessualità rappresenta le Colonne d’Ercole dell’amicizia.
L’idea che il sesso separi in modo chiaro la sfera dell’amicizia da quella dell’amore non regge, soprattutto se si guarda alle esperienze queer, dove c’è maggior fluidità. Essere queer, per me, va oltre l’orientamento sessuale o l’identità di genere: significa polverizzare le categorie, lasciare spazio a una continuità tra forme diverse di legame – mentre la cultura dominante ha bisogno di separare tutto per isolarci sempre di più, per renderci più fragili. Stabilire una continuità fra amore, amicizia e desiderio offre l’occasione, attraverso la condivisione di uno spazio di intimità, di esistere politicamente in modo più incisivo. Non mi interessa dividere tutto in compartimenti separati, ma lasciare che le relazioni possano essere complesse, ibride, vive. Una boccata d’ossigeno.

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