Sia i Paesi che si sono opposti che quelli che si sono astenuti hanno spiegato la decisione dicendo che non è giusto stabilire una "classifica delle atrocità".
In Corea del Sud si continua a portare la mascherina anche se non c’è più nessun obbligo
Da lunedì 2 maggio in Corea del Sud non è più in vigore l’obbligo di indossare la mascherina all’aperto (l’obbligo resta, invece, per i luoghi al chiuso e i mezzi di trasporto). Nonostante questo, però, come riporta il Korea Herald, passeggiando per le strade di Seoul è quasi impossibile trovare qualcuno senza il volto coperto per metà dalla mascherina.
Certe volte, si tratta semplicemente di una questione di praticità. Una donna intervistata dal Korea Herald, infatti, ha spiegato che è piuttosto scomodo indossare la mascherina quando si entra in un luogo al chiuso, toglierla quando si torna all’aperto, poi rimetterla al successivo ingresso in un negozio o in un bar. La stessa donna, poi, ha ammesso che «si fa prima a mettersi la mascherina che il trucco». Ma, in generale, l’impressione è che i sudcoreani abbiano deciso di continuare a portare la mascherina perché pensano sia meglio così, si sentono più sicuri mantenendo questo piccolo accorgimento. C’entra anche il fatto che l’uso della mascherina, in Paesi come Corea del Sud, Cina e Giappone, era assai diffuso già prima della pandemia. I 18 mesi in cui indossare la mascherina è stato un obbligo sancito dalla legge (il governo sudcoreano aveva introdotto la misura nell’ottobre del 2020) non hanno fatto altro che diffondere ulteriormente un comportamento già esistente.
In ogni caso, il governo sudcoreano ha invitato i cittadini a tenere alta la guardia: alle persone fragili e anziane è stato rivolto consigliati di continuare a usare tutti i dispositivi di protezione individuale, un consiglio esteso a tutti coloro che si dovessero trovare nell’impossibilità di mantenere un metro di distanza dal prossimo.
Sia i Paesi che si sono opposti che quelli che si sono astenuti hanno spiegato la decisione dicendo che non è giusto stabilire una "classifica delle atrocità".
Péter Szijjártó ha detto che secondo lui parlare con Sergei Lavrov durante questi riservatissimi incontri rappresenta «l'essenza stessa della diplomazia, una prassi».
Partita in maniera sommessa e discreta, la campagna elettorale è esplosa a ridosso del voto, regalandoci vette altissime di imbarazzo e incredulità. Altissime persino per i notevoli standard italiani.
«Prendetevi 10 o 20 minuti domenicali per fare un salto alle urne, così poi potete andare a guardare una buona serie tv», questo il suo invito.