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Torneremo a usare i contanti, per colpa delle guerre in Medio Oriente Ma non è luddismo monetario: in un panorama segnato da minacce di blackout, attacchi informatici e tensioni internazionali, la scorta di contante domestico viene oggi promossa come il solo bunker finanziario.
Il Segretario della Guerra Pete Hegseth si rifiuta di ammettere di aver citato Pulp Fiction in una preghiera per i soldati americani in Iran, nonostante la sua preghiera fosse identica al monologo “Ezechiele 25:17” di Pulp Fiction E nonostante il fatto che tutti si siano accorti subito che stava citando il monologo "Ezechiele 25:17" di Pulp Fiction. Anche perché l'unica altra spiegazione possibile è che Hegseth non conosca i versetti della Bibbia che cita.
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Il libro fotografico con le ragazze che imbracciano armi che compare in The Drama esiste davvero (più o meno) Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.
La prima canzone dei Massive Attack dopo quasi dieci anni è un pezzo contro la guerra fatto assieme a Tom Waits Si chiama Boots on the ground e parla di disordini che stanno avvenendo negli Usa, mescolando liriche belliche a immagini grottesche.

Scoprire i supereroi per esorcizzare il virus

I classici, i grandi romanzi, il Novecento sono antidoti inefficaci, ma in Batman o negli Avengers ci sono tutte le risposte, dice una scrittrice che fino a ieri non sapeva nulla di supereroi.

01 Aprile 2020

Ognuno chiama la propria esistenza come vuole, dio patria famiglia svago svacco valigie sempre pronte sul letto… Per me era l’equilibrio tra dentro e fuori, in cui il mio corpo fungeva da pendolo. Quell’esistenza l’ho salutata il 28 febbraio, la sera. È passato un mese. Ho deciso di calcolare l’inizio delle misure di restrizione dalla sera del 28 febbraio anche se non è esatto. Non posso rinunciare all’idea di considerare il 29 febbraio come primo giorno di qualcosa. È il mio binario 9 e 3/4. Tanto a chi importa più quando tutto è iniziato? L’unica cosa che conta è quando finirà, quanto resisteremo.

Le nostre vite si sono ristrette ma si sono slabbrate. C’è un vento di irrazionalità che le attraversa. In casa mia, per fare un esempio, si materializzano oggetti. Mi rendo conto che può dipendere anche dalla rinnovata attenzione con cui guardo, per interi pomeriggi, lo strato di polvere sulla parte superiore di certe lampadine, le pieghe del divano nelle quali non mi arrischio a infilare le mani, il bordo del tavolo. Ma l’altro giorno ho trovato una piccola sfera di cristallo nell’insalata. Chi ce l’ha messa?

Sarà per questo, per questa slabbratura, che dal 29 febbraio ho difficoltà a relazionarmi col Novecento? Diciamo tutti la stessa cosa: non riesco più a leggere, non riesco a guardare un film, persino le serie tv mi sembrano un esercizio troppo complicato. Diamo la colpa alla difficoltà di concentrazione, tipica della condizione di stress. Ed è senz’altro vero, siamo stressati, angosciati, spappolati. Ma oggi, dopo un mese di quarantena bisestile, ho realizzato che non è solo questo, non è solo la distrazione. E l’ho capito guardando le immagini del papa che prega da solo in piazza San Pietro, col rumore della pioggia, gli stridii dei gabbiani e tutta la strabiliante coreografia approntata per l’occasione.

Il Novecento mi agita. La complessità, il dubbio, la ragione. Spazzato via. Inizio a leggere romanzi che mi sembrano difficilissimi, ma anche inefficaci. Se viene la fine del mondo non posso farmi trovare occupata a controllare la frequenza delle carezze della mamma prima di addormentarmi, a fumare l’ultima sigaretta, a seguire la traiettoria di una palla da baseball. Siamo seri: è la fine del mondo! Ma anche i saggi sul virus, le pandemie, le guerre, dopo qualche pagina mi sembrano roba da debosciati. Non è distrazione, è disprezzo.

Così, da quando sto a casa, ho smesso di leggere e guardo solo film di supereroi. Ho fatto l’abbonamento a Disney Channel, quello con la prima settimana gratuita, vergognandomi un po’. Non tanto perché sia disdicevole per un adulto farsi sedurre da uomini e donne in tutte aderenti che svolazzano tra i grattacieli, ma perché io non sapevo chi fossero i super eroi. Non sono cresciuta leggendo fumetti e l’unica volta che avevo visto il film di Batman prima della quarantena mi ero distratta tutto il tempo pensando alle interviste in cui George Clooney non riusciva a dire altro da “quanto mi sono vergognato”. Che Spiderman fosse stato adottato, per dire, l’ho scoperto un paio di settimane fa. Ho fatto l’abbonamento a Disney+ proprio come ho ordinato casse di vino che non arriveranno mai, tre creme per le mani, cuffie cinesi… per compulsione, bulimia. Faccio e disdico abbonamenti, come tutti.

Ho iniziato con gli Avengers, distrattamente. Non voglio neanche dice che mi è piaciuto. È una cosa peggiore: mi sono sentita finalmente nel posto giusto. E mai, neanche per un istante, mi sono distratta, o ho pensato di mollarli per andarmi a sciacquare i pollici con l’amuchina o compulsare il telefono per sentire cosa aveva da dire la Protezione Civile. Sul mio divano, con gli Avengers mi sono sentita come Jessica Lange nel palmo di King Kong.

Avrei potuto approfittare della pandemia per diventare una persona più colta, migliore, e invece non faccio altro che guardare film pieni di effetti speciali, in cui succede sempre la stessa cosa: qualcuno di cattivissimo attacca la Terra e qualcun altro la difende. Non uno buonissimo. Anzi, uno pieno di difetti, spesso più cattivo del cattivo ma che, capitato per caso dalla parte del bene, ci si è trovato a suo agio e ci è rimasto. Nei film dei supereroi, lo sappiamo, il bene e il male sono ben distinti, non ci sono sfumature. Il bene è luminoso e il male è oscuro, il bene ha una voce allegra e il male ringhia, il bene vuole salvare e il male distruggere. I supereroi – che sono quindi buoni per caso e non per vocazione – combattono contro nemici invisibili: ammassi di forze, creature multiformi e irriconoscibili, Ultron, Venom, boli di materiale appiccicoso e mortale. Roba che ti entra dentro e ti distrugge e tu neanche te ne accorgi. O invece te ne accorgi ed è peggio. Hanno quasi tutti una vita sentimentale disastrosa, alla quale si accenna con prudenza.

I super eroi – che non vivono nel novecento ma per sempre – quando sono depressi, e succede, se la fanno passare andando a salvare il mondo. Quasi nessuno di loro ha figli, e anche la questione dei genitori è complicata. Grazie a questa caratteristica fanno a meno di tutto quel carico che ci siamo trascinati dietro noi. Sono puro corpo, e anche quelli che usano l’intelligenza, per esempio Iron Man, non hanno nessun rapporto con quella che noi chiamiamo cultura. E non solo perché non hanno tempo da perdere, ma perché le loro esistenze sono programmate, sono macchine mortali, indistruttibili, invulnerabili. E la cultura è un vulnus: indebolisce.

La mia esistenza, quella in cui leggevo certi libri e non conoscevo Capitan America, è finita il 29 febbraio scorso. O almeno, è da qualche parte che non posso raggiungere. La persona che sta sul mio divano e guarda i supereroi è una persona che non conosco, che ha reazioni diverse da quelle che avevo io, che, per esempio, quando la mattina si sveglia pensa di fare ginnastica. Lasciamo stare se poi quella persona la fa o non la fa ginnastica, quel che conta è che lo pensi. E io, la persona che ero fino al 29 febbraio, non l’avrei pensato mai.

Deve essere per questo che quando la persona che sono diventata ha visto il papa pregare nella piazza San Pietro deserta, con i gabbiani e tutto il resto, ho pensato che sembrava Batman. Non Sorrentino, come avrebbe pensato la persona che ero prima, ma Batman. E ha sgranato gli occhi per controllare quando sarebbe arrivata sullo sfondo di quel cielo livido qualche astronave minacciosa a forma di uccello rapace per gridare, con la sua voce ringhiante del male, le sue intimidazioni al Santo Padre, approfittando della trasmissione in mondovisione. Sapendo che nella scena successiva sarebbe partita la conta per radunare gli Avengers e salvare un’altra volta la Terra. Il punto è che io, quella di prima del 29 febbraio, alla Salvezza non ci avevo mai pensato. Anzi, mi piaceva l’idea di fare le cose in modo sbagliato, di mettermi nei guai, di fregarmene delle regole. Il peggio che poteva accadermi era trovare una storia da raccontare. Nella mia esistenza scombinata, simile a quasi tutte le esistenze scombinate che avevo intorno, regnavano il dubbio, la complessità, la razionalità. La mia vita era un caos, ma per quanto mi sforzi di ricordare, non avevo mai trovato una sfera di cristallo nell’insalata.

Come si fa a dimenticarsi della Salvezza? Come si torna al mondo dello sfangarla, dell’inciampare e del ritirarsi su ridendo, dei vicoli ciechi coi muri in fondo contro cui baciarsi? Come faremo a smettere di pensare che la Terra non è un posto che deve essere salvato ma un incrocio di strade dove farsi un gin tonic, amare qualcuno, comprare un mazzo di fiori? Come si torna al novecento e a quella meravigliosa mancanza di emozioni che era la nostra vita di prima?

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