Il nuovo cinema americano di guerra

Da Civil War a House of Dynamite passando per Una battaglia dopo l'altra, questa nuova America bellicosa e incomprensibile è passata sugli schermi prima di diventare realtà.

13 Gennaio 2026

Assieme alle apocalissi – nucleari o derivanti da invasioni aliene -, il tema della guerra civile è particolarmente adatto alla trasposizione cinematografica. E negli ultimi due anni molta produzione statunitense vi si è dedicata. In tempi di autoritarismo di destra e di sconquasso dellordine internazionale, nel paese di Hollywood, con un autocrate democraticamente eletto come Trump, il lato violento della politica – il conflitto fratricida, su cui gli stessi Stati Uniti contemporanei sorgono, e una fine catastrofica della più antica democrazia al mondo – non può che essere un ottimo argomento filmico.

Guerre civili e nazionalismi

Civil War (2024) di Alex Garland, uscito pochi anni dopo lassedio di Capitol Hill (2021) da parte dei trumpisti è in questo senso quasi documentaristico, oltre che predittivo di quel che è possibile avvenga nel futuro più prossimo. Nel film, due fotoreporter – una Kirsten Dunst lacerata e livida e un Wagner Moura bello & dannato – si aggirano negli Stati Uniti dilaniati da un conflitto tra stato federale e secessionisti, con milizie suprematiste che uccidono arbitrariamente chi non è “americano”. Il Paese è allo sbando e la politica è solo scontro armato: le idee tra i due gruppi di potere sono praticamente indistinguibili. E anche il senso del film non è chiarissimo, oscillando come fa tra un videoclip con ottima musica – i Suicide e i Silver Apples –, un cartone animato fantapolitico e un principio di riflessione sull’etica della fotografia – davanti ad un uomo che fucila qualcuno, si tenta di impedirlo (vanamente) o lo si fotografa per denunciare al mondo?

Successivamente è uscito The Order (2024) di Justin Kurzel, meno ambizioso e forse perciò più riuscito, su un dolente agente FBI (Jude Law), che indaga su un gruppo di suprematisti bianchi nell’Idaho a inizio anni ’80, una sorta di genealogia dell’estrema destra statunitense contemporanea – nel film politicamente marginali, ma oggi, nell’amministrazione Trump, non molto distanti dal potere: per dire, pare che il 30% dello staff ascolti il podcast del misogino, razzista e antisemita nazionalista bianco Nick Fuentes, e, ci azzardiamo ad ipotizzare, non per farsi un’idea ma in larga parte per affinità. Oltre al segno razzista impresso alle politiche migratorie, recentemente è stata fondata una comunità per soli bianchi in Arkansas e l’evento non ha destato grande scandalo.

Un buon controcanto all’incubo nazionalista attuale è rappresentato dalla potentissima scena iniziale di The Brutalist (2024) di Brady Corbet, con il lager e la condizione migrante che si confondono. Tuttavia, purtroppo, le tre ore e mezza – pur senza fallire – non reggono l’ambizione di fare un film indimenticabile, pensato per “rimanere”. Ma, oltre che film storico-politico, è un doloroso interrogarsi sul patto col diavolo che si fa in nome dell’ambizione – giustificata anche dal voler riscattare il nulla a cui Buchenwald provò a ridurre il protagonista Adrien Brody e gli altri internati.

Aprendosi con il tentativo di far evadere dei migranti incarcerati, il più recente One Battle After Another – eletto film dellanno da Sight and Sound e fresco di quattro Golden Globes ha molte scene e temi che sembrano presi da un telegiornale: Sean Penn assomiglia al ministro decerebrato e nazi Pete Hegseth che ha arringato i propri soldati poco più di un mese fa, i centri di detenzione per migranti rimandano a quelli riempiti a dismisura dalla destra MAGA al governo (ma esistevano anche prima e non solo lì), la città occupata dai militari rimanda agli scontri a Los Angeles e Chicago, il klan di suprematisti bianchi nel film fa pensare a Steve Bannon e ai suoi sodali. La strumentalità dell’attacco agli antifa in Usa risuona con quella con cui viene fatta un’operazione anti-migranti per coprire gli obiettivi privati di Penn/Hegseth – anche in Civil war, il massacro degli antifa viene rievocato come un episodio di svolta. Così come la fuga degli ex militanti radicali nel film può essere associata a quella del professore di Rutgers University Mark Bray, autore del Manuale dell’antifascista. Così come i rapimenti fatti dallo stato nel film di Anderson rimandano a quelli contemporanei nelle strade fatti dall’ICE – la milizia anti-immigrazione che ha recentemente assassinato Renee Good. E Thomas Pynchon è il romanziere che sembra inconsciamente ispirare i deliri di tanti dark maga e tecnofascisti come Peter Thiel – di cui in Italia possiamo leggere un sunto del pensiero politico.

La sinistra rivoluzionaria del film (che fa pensare al regista della nuova sinistra statunitense Robert Kramer), nel mondo, non c’è – la frontiera sono i diritti umani, la libertà di parola e le istituzioni liberal-democratiche nazionali e sovranazionali del secondo dopo guerra dal momento che l’estrema destra è all’attacco e conquista posizioni ovunque. Ma se l’aggrapparsi alla democrazia formale non è entusiasmante, anche i ribelli del film non sembrano andare lontani, divisi tra repressione, tradimento e dipendenze e psicosi derivanti dalla sconfitta. Il terzo spazio tra velleitarismo destinato alla sconfitta e battaglie difensive ancora non si vede.

Tecnoutopie e guerre culturali

Dalle parti delle trasformazioni postdemocratiche e oligarchiche e degli incubi della Silicon Valley si può collocare Megalopolis (2024) di Francis Ford Coppola. Come un giovane americano che, dopo il college, viaggia in Europa e legge Marco Aurelio pensando di trovarvi verità eterne, così Coppola trasporta le sue utopie tecnocratiche e postumane su una sorta di impero romano. Caligola di Tinto Brass incontra Elon Musk che sfida Zuckerberg al Colosseo in salsa trash. La prospettiva, grazie a dio, è comunque democratica (a la Daniel Liebeskind) invece che fascista (Thiel). Qualche scena rimanda a Children of Men o Cosmopolis ma poi prevale la profondità de Il Gladiatore di Ridley Scott – senza neanche la sua relativa godibilità. Joe Biden, o chi per lui, può vincere ma deve abbracciare un progetto ecologico-pedagogico che una élite di illuminati prepara per l’umanità. Altrimenti la civiltà occidentale perirà. Anche qui, con la rivolta finale, ci sono riferimenti a Capitol Hill e al fasciopopulismo trumpiano, che Coppola ci fa capire non apprezzare. Nella cinematografia politica statunitense, accanto al tema della guerra civile guerreggiata ci sono le cosiddette culture wars, da alcuni additate tra le cause della vittoria di Trump.

Su questo, After the Hunt è un film ambiguo come deve essere ma appesantito da fintamente dotte discussioni e citazioni, da Agamben a Adorno. E, a tratti, purtroppo, sembra uno spot della Ralph Lauren – il logo è visibile su ogni camicia indossata da Andrew Garfield, almeno tre – in cui si discutono i problemi che la wokeness pone alla Ivy League. Pesa la volontà di restituire dialoghi brillanti, cinici e caustici – nonchè il fatto che siamo in tempi trumpiani e non politicamente corretti. Come Challengers, il tema è l’immoralità delle persone di successo ma lo stile, la forma è ipnotizzato dall’oggetto trattato. Forse Guadagnino è più simpatetico con le ragioni e il clima culturale del MeToo di quanto lo possano essere Philip Roth, con lo splendido La macchia umana – che però, più che una polemica sugli eccessi puritani del politicamente corretto, era soprattutto una tristissima riflessione esistenzialeo di Percivall Everett (American fiction), o, da ultimo, di Bret Easton Ellis con Bianco. E senz’altro più di David Mamet con il suo The Penitent – film reazionario ma non privo di interesse. Ma After the Hunt è soprattutto indebolito dalla fascinazione verso le élite progressiste La pièce di Mamet – portata al cinema da Lucas Barbareschi – ha alcune buone intuizioni, ammazzate dalla banale verbosità, che, a sua volta, stecchisce lo spettatore – che pure non vorrebbe fare alcuna penitenza dal momento che il suo unico peccato è quello di aver dedicato due ore a Barbareschi.

Catastrofi atomiche e fine dell’ordine americano: il caso di A House of Dynamite

Un’altra forma di conflitto distruttivo, non civile ma internazionale è quello della minaccia atomica, su cui si concentra il mediocre A House of Dynamite – la cui regista Kathrine Bigelow invece bordeggiava la questione della guerra civile in Strange Days. Qui il protagonista cercava di sventare una rivolta derivante dall’omicidio di un rapper nero da parte della polizia – erano gli anni dopo le rivolte per Rodney King a Los Angeles. A House of Dynamite sembra un blockbuster pacifista nella forma intellettualizzata di Independence Day. Al posto degli alieni, nel film di Bigelow, il nemico invisibile è da individuare tra le nazioni che contendono l’egemonia agli Stati Uniti.

Attraverso la scomposizione e moltiplicazione dei punti di vista sugli stessi venti minuti, Bigelow ci guida dentro la Casa Bianca nei minuti immediatamente precedenti all’atterraggio di un razzo atomico sopra una città statunitense. Generali e politici non sanno da dove venga e si interrogano su come e contro chi reagire – Cina, Russia, Corea del Nord? Sudano, chiamano, fanno ipotesi, imprecano e falliscono. I pezzi grossi fuggono e chi può (deve) rimane collegato in videoconferenza a riflettere se l’antico principio del chi colpisce per primo colpisce due volte sia ancora valido o meno. In media, i soldati scalpitano e i politici frenano. Gli Stati Uniti non sono più quelli di una volta. Lo spunto politico è l’aggressione russa all’Ucraina – in una scena compare anche una foto di Volodymyr Zelens’kyji – e il ritorno del problema della deterrenza nucleare.

Bigelow non è nota per la capacità di analisi politica, nonostante spesso i temi dei suoi film la richiederebbero. Nota è la polemica su Detroit (2017), sulla rivolta del ’67 e la violentissima repressione razzista della polizia, che fu criticato per l’immoralità dello sguardo nell’esibizione della violenza. Al contempo Bigelow, prima di girare il divertente Point Break, fece la comparsa come femminista venduta allo Stato autoritario in Born in Flames (Lizzie Borden, 1983), film politico e sperimentale su un gruppo di femministe ribelli che attacca il potere fintamente socialdemocratico e di fatto reazionario e patriarcale.

Non basta infatti la costruzione narrativa ispirata a Rashomon di Kurosawa a salvare un film tanto privo di idee quanto gonfio di retorica. Albe e tramonti si sprecano. A un certo punto, un marine turgido e muscoloso emerge in ralenti dall’acqua in un’isola del Pacifico – location unknown. I “cazzo, generale” e i “porca puttana, comandante” abbondano. Così come le chiamate a casa, alle mogli amate ma anche alle figlie distanti che vanno in terapia perché papà ha pensato alla carriera invece che a volergli bene. Ma prima di salutarsi – e che la bomba cada su ognuno – si dicono, infine, definitivamente, “ti voglio bene”. Non mancano anche i generali che da duri e inflessibili affondano, come da tradizione, in ginocchio nella sabbia con la testa a ciondoloni e imprecando dio, di cui giungono a dubitare dopo una vita di cristiana devozione e machismo

Ad ogni modo, tanto One Battle After Another di Anderson riesce a raccontare il nostro tempo assurdo e fascista – oltre che intrattenere e divertire – quanto questo film, che si vorrebbe distopico e attualissimo, pur aderendo ad un dato di fatto del nostro tempo (l’emergere di un caos internazionale multipolare e il declino dell’egemonia statunitense), intrappolato nella sua debolezza di scrittura, fallisce completamente. Bigelow accenna, come detto, all’inadeguatezza statunitense (e il Pentagono ci ha tenuto a smentire) ma il tono marziale, serio, preoccupatissimo fa pensare che sia un surplus di disciplina – magari comunque autocontenitiva e non volta alla reciproca distruzione atomica – quel che desidera (lo sceneggiatore Noah Oppenheim ha ribadito che no, il film è fedele, il sistema di difesa antiatomico degli USA è debole, lo dicono gli esperti).

Bigelow quasi tradisce una malinconia per i tempi di Air Force One in cui Harrison Ford, presidente degli Stati Uniti, sparava ai terroristi russi: il cattivo veniva punito, l’eroe salvava se stesso e il suo popolo e tutto finiva per il meglio. Un altro antidoto contro retrotopie animate da buone intenzioni come A House of Dynamite può essere il recente tragico e al contempo caustico The Shrouds (2024) di David Cronenberg dove russi e cinesi non sono i cattivi di cui leggiamo sui quotidiani di centro-sinistra del “mondo libero” ma incarnano le proiezioni di una persona affetta da paranoia, pericolosa per sé e per gli altri. Ovviamente i pericoli non vengono solo dall’autoritarismo che produciamo in occidente ma anche da quello delle potenze che si candidano a sostituire il dominio statunitense – come mostra l’attuale santa alleanza Putin-Trump contro l’Ucraina invasa. Tuttavia non sarà la nostalgia per lordine né un ripristino di una buona difesa militare della vecchia potenza imperiale a evitare lesplosione della casa comune, ma semmai ad accelerarla.

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