Una battaglia dopo l’altra è il film perfetto per questo momento storico e merita tutti gli Oscar che ha vinto

Più che un film di Paul Thomas Anderson, più che un adattamento di Thomas Pynchon, questo film è un grido di battaglia, una chiamata alla vendetta contro il sistema.

06 Ottobre 2025

Prendi un libro cinematograficamente intraducibile come Vineland di Thomas Pynchon (1990) – una satira psichedelica e anti-reaganiana piena di sottotrame piuttosto assurde anche per la consueta assurdità pynchoniana – e calalo nel presente, nell’America estrema di Trump, nel paese dove l’Agenzia che controlla l’immigrazione (ICE) ci offre quotidianamente inseguimenti e rapimenti che ricordano le distopie di Minority Report. Metti, poi, davanti alla macchina da presa un cast di quelli pesanti, a cominciare da Leonardo DiCaprio, il cui esosissimo cachet (25 milioni di dollari, pare) ha, tra le altre cose, fatto lievitare i costi del film al punto da farlo considerare a rischio sul piano delle perdite. Sono queste, molto in sintesi, le premesse di Una battaglia dopo l’altra, il film di Paul Thomas Anderson di cui abbiamo parlato tutti per mese e fresco vincitore di sei Oscar: Miglior film, Miglior regia, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior attore non protagonista, Miglior montaggio e Miglior casting.

La passione di Anderson per Pynchon, probabilmente il meno cinematografico tra i grandi scrittori americani viventi, è strana ma è ormai una conferma o forse un’ossessione. Perché c’è stato Vizio di forma, l’hard boiled hippie tratto dal libro omonimo del 2009 (Inherent Vice), che però oltre a essere uno dei libri più riusciti dello scrittore che nessuno ha mai visto, è anche il più agevole, il più lineare per quanto possa essere lineare un suo romanzo. Nessuno pensava che si trattasse di un’operazione facile, ma sicuramente più facile sulla carta di “girare” Vineland. Nel caso del film con Joaquin Phoenix ci si trovò davanti a una trasposizione pressoché letterale del libro, con nomi, personaggi, scene che si ritrovavano tutte. Pure il senso del romanzo, sulla fine delle speranze utopiche degli anni ’60 e la pervasività del vizio originale americano (e californiano), non veniva in nessun modo travisato.

Un film tratto da Pynchon ma poco pynchoniano

Ci si aspettava quindi che il Vineland andersoniano, annunciato sì ma con dettagli tenuti nascosti fino all’uscita, seguisse un po’ lo stesso copione. Sorpresa invece: questa volta ci si è trovati davanti a scelte di tutt’altro tipo. A cominciare dal titolo, che non è quello del romanzo (e qui si potrebbe concordare sul fatto che la contea inesistente di Vineland non avrebbe avuto questa grande presa sul pubblico), ma anche proprio dalle scene di apertura del film, che hanno un grana realistica, quasi documentaristica, per nulla pynchoniane, e soprattutto descrivono quello che sta succedendo in America in questo preciso istante, non nel 1984 ai tempi dei reaganomics: l’immigrazione clandestina, il confine bollente col Messico, i centri di detenzione temporanea.

Per i fan dello scrittore, di cui peraltro il 7 ottobre esce in inglese il nuovo Shadow Ticket, il quiz delle mancate corrispondenze è inutile, sarebbero veramente troppe. Perché Zoyd Wheeler, Frenesi Gates e Praire si chiamano in un altro modo? Dov’è finita la scena dell’aereo della Kahuna Airlines agganciato dall’Ufo? Dove sono i thanatoidi e il mostro marino che aveva schiacciato la multinazionale Chipco? Ecco, appunto, la domanda allora va fatta ancora più a monte: perché Paul Thomas Anderson ha deciso di trarre un film da quel libro di Pynchon così spiccatamente legato all’America degli anni ’80 facendolo diventare un’altra cosa? Per avere come protagonista un hippie fallito con una ex compagna che ha tradito la rivoluzione? Per utilizzare le caricature fascio-americane dei cattivi partoriti dall’immaginazione di Pynchon?

Non c’è bisogno di spiegarlo per chi abbia un minimo di confidenza con lo scrittore, ma i libri di Pynchon parlano tutti o quasi di quanto il “sistema” ci abbia fregati. Raccontano tutti di come, nella storia, qualunque impulso rivoluzionario anche a livello individuale sia stato soffocato dal potere e dai complotti del potere. E nascono tutti o quasi nel brodo della controcultura libertaria degli anni ’60: le droghe, la musica rock, la libertà sessuale. In particolare i due protagonisti dei due romanzi che Paul Thomas Anderson ha deciso trasformare in film (Doc Sportello di Vizio di Forma e Zoyd Wheeler di Vineland) sono molto molto simili: hippie delusi politicamente e sentimentalmente che hanno affogato i loro dispiaceri nell’alcol e nella cannabis; eroi romantici in qualche modo, ma sintomi di una sconfitta, di un ripiegamento.

Andiamo a fare la rivoluzione ADESSO

Il fatto è che Una battaglia dopo l’altra è tutto fuorché un film sul ripiegamento e sulla sconfitta. Lontano dall’essere un’opera che ti fa stropicciare gli occhi sul piano formale, quel tipo di opera a cui Anderson sembra essersi dedicato con maggior interesse nel corso della sua carriera (Magnolia, The Master, Il Petroliere, Il filo nascosto, lo stesso Licorice Pizza), è come si diceva un film sporco, sgranato, che non ha paura di maneggiare l’attualità e con un paio di sequenze d’azione (soprattutto l’ultimo inseguimento) da mozzare il fiato. La parola “battaglia” lo identifica in modo precisissimo – una parola che viene richiamata peraltro da quel vecchio film che passa sullo schermo della tv mentre Leo DiCaprio fuma cannabis sul suo divano rattoppato, La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, un caposaldo del cinema politico – perché è uno di quei film che, quando esci dal cinema, il primo pensiero che hai è: “ok, andiamo a fare la rivoluzione ADESSO”. Insomma più che un film meditativo o estetizzante, concetti non estranei al regista, pur senza essere didascalico, è una call to action a vendicarsi del sistema.

Nessuno immaginava che un regista raffinato come PTA avesse questa capacità quasi giornalistica di fiutare il vento, di “sentire” il presente, ma credo che uno dei motivi per cui il film sia piaciuto così tanto è proprio questo: uscire in un momento in cui lo spirito della rivolta sembra stia tornando ed essere in grado di incarnarla filmicamente. Perché allora partire da Pynchon che di quella vecchia generazione di sognatori racconta e romanticizza la sconfitta? Vagheggio che sia per cambiare il finale della storia, per una volta. Perché se le generazioni precedenti hanno fallito, adesso si deve avere fiducia nelle nuove. In una ragazza adolescente che ricomincia la battaglia.

Tutte le recensioni di Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson dicono la stessa cosa: è un capolavoro

Il film, con protagonista Leonardo DiCaprio, arriverà nelle sale cinematografiche italiane il 25 settembre.

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