Breaking ↓
23:13 lunedì 19 gennaio 2026
Per entrare nel Board of Peace per Gaza istituito da Trump bisogna pagare un miliardo di dollari Tutti soldi che verranno investiti nella ricostruzione della Striscia, ha giurato l'amministrazione americana.
Julian Barnes ha annunciato che il suo prossimo libro, Partenze, sarà anche l’ultimo Il romanzo uscirà il 20 gennaio anche in Italia per Einaudi. Dopo questo non ce ne saranno altri, come confermato dallo stesso scrittore.
È morto Valentino Garavani «Si è spento nella serenità della sua residenza romana, circondato dall’affetto dei suoi cari», si legge nella nota stampa della fondazione Valentino.
Il regime iraniano avrebbe intenzione di “scollegare” definitivamente il Paese da internet e farsi la sua Rete nazionale Il modello sarebbe l'internet della Corea del Nord e sistemi simili sperimentati in Russia e Cina: chiusi, inaccessibili, efficacissimi strumenti di censura.
Britney Spears si è chiesta «da dove ca**o salta fuori» la mela di Pistoletto in Stazione Centrale a Milano L'ha scritto sotto la foto di uno sconosciuto che, senza alcun apparente motivo, Britney ha voluto postare sul suo profilo Instagram.
Era dal 2013 che non si verificava un incidente ferroviario grave come quello in Andalusia Al momento sono 39 le vittime e 150 i feriti accertati nell'incidente, numeri che, purtroppo, quasi sicuramente saliranno.
Si è scoperto che a difendere la Groenlandia in caso di un attacco americano dovrebbe essere un viceammiraglio americano Doug Perry, 58 anni, veterano della navigazione sottomarina, è l'uomo che i Paesi membri della Nato hanno scelto per proteggere l'Artico.
Josh Safdie ha detto che nella prima versione del finale di Marty Supreme Marty diventava un vampiro Persino un produttore dalla mente aperta come A24 ha pensato che fosse un finale troppo strano e l'ha costretto a cambiarlo, ha spiegato il regista.

Caschetto d’oro

Vidal Sassoon inventava un taglio corto per il cinema. Merkel e Clinton lo rieditano per vincere.

15 Maggio 2012

Sorry I kept You Waiting Madam. Sarebbe iniziato così il peggior incubo di Vidal Sassoon, il couturier dei capelli scomparso pochi giorni fa che invece utilizzò questa formula di cortesia solo come titolo della sua prima autobiografia (del 1968).  Una frase che lui, nei suoi saloni da parrucchiere, non pronunciò mai perché  nella vita non fece mai aspettare nessuno: anzi, inventò un taglio che abolì la parola tempo. Vidal Sassoon fu un rivoluzionario la cui idea apparsa come magia nella Camden anni Sessanta, si conferma ancora oggi come amuleto prezioso. Specie in una campagna elettorale.

Less is more.  “Eliminare il superfluo per un risultato puramente architettonico”. Il miglior claim possibile Sassoon se lo creò da solo e in fretta. Perché pronta a rubargli il concetto (e l’estro) di un’uscita del genere c’era Mary Quant che negli stessi anni Sessanta e nella stessa Londra “fast and colored” accorciava gonne a trapezio tanto quanto Sir Sasson tagliava i capelli delle donne in un secco (e spigoloso) rigore. Una inventava la minigonna liberando le ginocchia delle donne, l’altro inventava il bob, quel meraviglioso termine e taglio per cui presto arrivò anche il verbo (to bob) che liberava le donne dal parrucchiere. Storia da Cenerentolo, la sua, che passa dall’orfanotrofio alla corte degli Studios, dove si inventa un ruolo chiave nella (Nuova) Hollywood. Di base la sua filosofia è riassunta dalla linea di prodotti per capelli chiamata semplicemente Wash&Go (di Procter &  Gamble) perché lui giocò contro se stesso (parrucchiere) portando le donne a tagliarsi i capelli una volta sola in un caschetto, azzerando obbligo di pieghe (e quindi saloni), bigodini e improbabili lunghezze da rimaneggiare (un taglio netto, chiaro che cresce ordinato). E soprattutto scopre il collo, lascia liberi gli zigomi, naturale eppure formale. Il mondo lo proclama genio quando realizza quel taglio, cortissimo e sensuale, che rende bellissima Mia Farrow una volta per tutte: il taglio platino di Rosemary’s Baby. «Eliminare il superfluo e incorniciare il viso. Tutto il resto non conta», racconta nel doc-film che Craig Teper gli dedica e che è stato presentato al Tribeca nel 2010.

L’outing di Hillary. Chi deve aver rivisto quel documentario prima della morte il 9 maggio di Sir Vidal, anzi, del Commanders of the British Empire (come gli conferì l’nel 2009 la Regina Elisabetta), è stata Hillary Clinton. Mentre la figlia sfilava (ancora) goffamente sul red carpet del Met per la mostra Schiapparelli-Prada con un principio di permanente, la madre faceva outing sui tabloid del mondo: occhiali dalle lenti ben spesse, rughe a contornare le labbra, collo morbido, fronte aggrottata e stanca e neppure un filo di correttore a tenere in piedi l’espressione, a compattarla. Addio make-up, il volto di Hillary Clinton si piega alla campagna elettorale in tutte le sue forme.  Unica arma a sua disposizione quella di Vidal: la velocità. E infatti finiti gli anni Novanta delle impalcature, delle banane, e dei tagli a fungo a mettere in risalto il collo allora tirato, il segretario di Stato ha subito chiarito quanti anni (64) servono per liberarsi e godere della filosofia Vidal, Wash & Go. E così lei con il carré (un po’ troppo cresciuto) è salita sul palco e ha iniziato a parlare, fiera di mostrare che se non aveva contemplato prima la rivoluzione di Vidal Sassoon, ora la capigliatura è la sua migliore alleata: un taglio lungo il giusto, poco phonato, semplicemente ben tagliato, perfetto per durare. A tutto. “Appare stanca”, “Abbandona la trousse” tutti chiosano che la débâcle la si vede anche da lì. Ma questa volta Hillary Clinton ha ben chiaro che fine fanno quelle che eccedono in rossetto. Che eccedono al punto da renderlo un soprannome difficile da digerire, come è successo a Sarah Palin che ostinata in un lungo castano sottovalutava i capelli (raccolti in una mezzacoda da weekend in campagna) a favore di un make-up perfetto: con matita per le labbra tanto in evidenza da permettere ai titolisti di scegliere tra Sarah Palin Pitbull o Sarah Palin Lipstick. A distanza di anni la signora Clinton sa che dietro a quelle definizioni c’era meno dietrologia del previsto. E lei ringrazia Vidal e si libera di rossetto e doppi sensi. Solo con una spazzola.

Le tedesche sono bionde. Difficile non pensare a Vidal Sassoon nella sua villa su Mulholland Drive che guarda la Cnn e storce le labbra davanti al primo piano della cancelliera tedesca. Perché Vidal Sasson, che ha messo le mani sulle teste più belle del mondo, creava e tagliava architetture perfette anche grazie a silhouette perfette. Angela Merkel non è forse la corporatura più facile da completare con un bel bob eppure da anni scende in campo decisa: con quel biondo cenere, il capello polveroso su quegli occhi azzurri annacquati. Una vecchia cartolina stinta da tailleur pastello?No, una smorfia da labbra all’ingiù incorniciata da un taglio rigido, infallibile. Il suo caschetto biondo che si concede una vezzosa frangetta è il riassunto della sua Germania. Lontanissimo dal biondo setoso della swinging London, eppure perfettamente in linea con la rivoluzione Sasson. Un taglio inattaccabile in qualunque visita di Stato, congresso, dibattito politico. Un biondo che negli ultimi mesi era apparso più “materno” reso ancora più morbido dalla piega che virava verso l’interno: così la Merkel rileggeva il bob. Non è un caso che per scendere in campo Hannelore Kraft abbia studiato l’estetica della Cancelliera. E abbia mostrato di aver capito bene l’avversario. Per portarsi a casa il Nord Reno-Westfalia, la Kraft si è presentata con un carré cresciuto, morbido ma perfetto nel tocco di biondo unito ai colpi di sole. Un taglio veloce e leggero, che trasmette una certa serenità. Troppa. Al punto che la Merkel allunga le distanze (tra spalle e capelli) e ritorna corta con un taglio puramente wash & go perché non c’è più tempo, neppure per quella piega materna che negli ultimi mesi non ha dato i risultati sperati. Meglio diventare più pratiche e tornare al corto. Più tempo per riconquistare il Paese, meno davanti allo specchio con bigodini sul fondo. Ha rimesso la testa a posto anche Callista Gingrich, tornata cattivissima nel look con quel taglio che Vidal giudicherebbe forse un po’ troppo contraffatto (nessuna ombra, un platino perfetto) e il bob di plastica, fermo in ogni sua piega, con tirabaci appoggiato a sottolineare il profilo aguzzo da megera. Spalle libere, pronte a (auto)definirsi grosse per sorreggere una campagna per future First Lady, sguardo fiero di aver fatto proprio il metodo infallibile. Un taglio per tagliare il tempo.

Articoli Suggeriti
Leggi anche ↓
È morto Valentino Garavani

«Si è spento nella serenità della sua residenza romana, circondato dall’affetto dei suoi cari», si legge nella nota stampa della fondazione Valentino.

Il fallimento di Saks è l’ennesimo segno della fine del sogno americano

La vicenda di Saks Fifth Avenue ci parla di come sono evoluti i grandi magazzini americani del lusso e di quanto siamo cambiati noi, che quella mitologia l’abbiamo assimilata di fronte a uno schermo televisivo.

La tuta indossata da Maduro mentre veniva sequestrato dagli americani è diventata uno dei capi più desiderati del momento

Lo certificano i meme, ma anche Google Trend, che nel weekend ha riscontrato un’impennata di ricerche collegate al completo di Nike Tech.

I look di Mamdani e Rama Duwaji per la cerimonia d’insediamento sono un’ottima dimostrazione che con la moda si può fare politica

Ancora una volta il neosindaco di New York e la first lady hanno dato una grande lezione di stile, unendo scelte simboliche e una consapevolezza tipica della Gen Z.

Nonostante si rifiuti di ammetterlo, la moda ha un grosso problema di precarietà e sfruttamento del lavoro

Le segnalazioni sullo studio di Dilara Findikoglu evidenziano le contraddizioni della moda contemporanea: il divario tra estetica politica e pratiche operative, la retorica del sacrificio creativo e una precarietà sistemica spesso mascherata da valore culturale.

Se anche Demna si fa prendere dalla nostalgia allora per la moda è davvero finita

La nuova collezione Gucci fa emergere un fenomeno già ovunque: l’industria della moda sta guardando sempre più al passato, spesso a scapito di innovazione, immaginazione e persino salute collettiva.