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22:49 domenica 5 aprile 2026
Il primo problema che gli astronauti della missione Artemis II hanno dovuto risolvete è stato il bagno rotto Lo Universal Waste Management System della navicella Orion ha avuto un problema poco dopo aver raggiunto l'orbita terrestre. Per fortuna, l'astronauta Cristina Koch è riuscita a ripararlo, autonominandosi «idraulica dello spazio».
Trovatevi qualcuno che vi guardi come Kim Jong-un guarda le sue forze speciali che svolgono insensate e dolorosissime prove di forza Le prodezze dei soldati nordcoreani sono diventate ovviamente virali, tra pile di mattoni frantumate a panciate e grandi sorrisi rivolti al leader supremo.
La prima immagine del nuovo film di Bong Joon-ho non sembra per niente un film di Bong Joon-ho Il film si intitola Ally e ha una protagonista così carina e paciosa che molti non riescono a credere che venga dalla stessa mente che ha pensato Parasite.
Giuseppe Alfarano di Camini (RC) passerà alla storia come il primo sindaco italiano dimessosi perché nel suo Comune ci sono troppi cani randagi Il sindaco ha lasciato la carica dopo aver provato personalmente a risolvere la questione. Ma alla fine si è dovuto arrendere e ha parlato di «abbandono istituzionale».
Kristoffer Borgli, il regista di The Drama, è finito nei guai per un vecchio saggio in cui raccontava la sua relazione con una ragazza 17enne È riemerso su Reddit un testo del regista in cui raccontava in chiave positiva la sua relazione con un'adolescente, paragonandosi anche a Woody Allen.
Una ricerca ha dimostrato che le persone che più amano il gergo “aziendalese” sono anche quelle che sul lavoro prendono le decisioni più sbagliate L'università di Cornell ha dimostrato che chi si fa "sedurre" dall'iperbolico corporate speak non ha grandi capacità strategiche e di analisi.
Le correzioni di Jonathan Franzen diventerà una serie Netflix con protagonista Meryl Streep L'adattamento sarà a cura dello stesso Franzen, che della serie sarà anche produttore esecutivo assieme a Streep.
Durante la sua visita di Stato in Giappone, Macron ha ricevuto in regalo un disegno di Porco rosso autografato da Hayao Miyazaki (e ha fatto anche la Kamehameha di Goku assieme a Sanae Takaichi) Miyazaki, oltre alla sua firma, sul disegno ha lasciato anche un breve ma chiaro messaggio: «Insieme difendiamo la pace».

Non ci resta che il Canada

Perché il «primo Paese post-nazionale» è il luogo da tenere d’occhio nel 2017.

17 Gennaio 2017

Se c’è un’immagine che rende l’idea dei tempi che corrono, è quella di un muro. Il 2016 è stato l’anno delle nuove barriere, dei confini rafforzati, dei muri fisici per fermare i migranti e dei muri metaforici per fermare le merci e quella forza, che un tempo sembrava inarrestabile, chiamata globalizzazione. Di questa involuzione l’anno che è appena iniziato sembra destinato a raccogliere i frutti: a breve s’insedierà alla Casa Bianca un presidente che vuole costruire un muro sul confine messicano, che vuole revocare gli accordi di libero scambio e restringere la libertà di viaggio negli Usa per i cittadini europei (oggi, grazie al visa waiver program, non è richiesto un visto per i soggiorni brevi); e il 2017 sarà l’anno in cui, a quanto pare, la Brexit comincerà a dare i suoi frutti. Intanto in tutta Europa, dalla Francia all’Ungheria, si fanno sentire i rigurgiti xenofobi e nazionalisti, mentre la destra e una parte della sinistra tornano a parlare, con toni curiosamente simili, di protezionismo.

In buona parte del mondo libero è un momento di crisi per i valori liberali, nella duplice accezione del termine: il rispetto e l’accoglienza del diverso da un lato, e il sostegno al libero mercato dall’altro. In tutto questo, c’è però una democrazia occidentale che è in controtendenza e che sempre più liberal cominciano a guardare come un modello da cui prendere ispirazione: il Canada di Justin Trudeau, che continua a perseguire una politica pro-immigrazione e favorevole agli accordi di libero scambio, e dove, più in generale, sembra prevalere un clima di apertura e di ottimismo. «Il mondo ha bisogno di più Canada», ha detto qualche mese fa Bono, e tocca ammettere che aveva ragione. Come se non bastasse, il Paese sta pure vivendo un momento d’oro nella scena pop e culturale: Drake, Xavier Dolan, Ryan Gosling, così come il fondatore di Vice Shane Smith e la stilista Tanya Taylor sono tutti canadesi, faceva notare il New York Times, ammettendo, non senza qualche reticenza, che «il Canada è improvvisamente diventato hip». Sempre il New York Times ha messo il Canada al primo posto nella lista dei luoghi da visitare nel 21017.

casetta in Canadà

Com’è che il Canada è diventato un baluardo dei valori liberali? Due approfondimenti aiutano a capire come siamo arrivati a questo punto: un recente articolo uscito sul Guardian intitolato “The Canada experiment: is this the world’s first ‘postnational’ country?” e una storia di copertina pubblicata qualche mese fa dall’Economist, “Liberty moves North”. Il settimanale britannico incorona il Canada come «ultimo bastione» della società aperta: «In mezzo a una compagnia deprimente di nazioni che innalzano muri e chiudono porte, è un’eccezione incoraggiante», un Paese che ha accolto 300 mila immigrati, inclusi 33 mila rifugiati siriani, e che rimane «tenacemente per il free trade». Certo, concede la testata, avere una politica aperta quanto a immigrazione è facile quando l’unica nazione con cui confini sono gli Stati Uniti, ma questo non toglie che alcune delle politiche di Trudeau «meritano di diventare virali». L’aspetto più interessante dell’analisi dell’Economist riguarda il delicato equilibrio socio-economico con cui il giovane premier è riuscito a mantenere il sostegno popolare per il libero scambio. Una formula che potrebbe essere descritta come “liberismo compassionevole” e che consiste nel controbilanciare il costo della globalizzazione con un welfare solido: «La sua sanità pubblica ridimensiona il terrore di perdere il lavoro; inoltre non mancano il sostegno finanziario e i programmi d’istruzione per i disoccupati».

L’esperienza di Trudeau, prosegue il magazine, è una dimostrazione che il modo migliore per difendere il mercato aperto è «proteggere gli sconfitti della globalizzazione», quelle categorie di lavoratori, magari legati al settore manifatturiero e non specializzati, che in effetti qualche ragione di temere gli accordi di libero scambio ce l’hanno. E che, in mancanza di paracaduti, voterebbero in massa per candidati protezionisti. È un approccio non ideologico: la globalizzazione ha un costo, e questo deve tenerlo in conto anche chi alla globalizzazione è favorevole; questo non cambia il fatto che i benefici della globalizzazione superino gli svantaggi, dunque tanto vale rimboccarsi le mani per limitare i lati negativi. In altre parole, essere liberali non significa venerare Ayn Rand e dire ai ceti più svantaggiati che si meritano di perdere il lavoro, ma creare le condizioni in cui continui a esserci un posto per loro anche in un mondo globalizzato.

Canada

Se l’analisi dell’Economist è prevalentemente economica, quella del Guardian è soprattutto culturale: Trudeau ha dichiarato in una recente intervista che il Canada è «il primo Paese post-nazionale» e, sostiene lo scrittore canadese Charles Foran, non si sbaglia. Mentre altre democrazie faticano a confrontarsi con la ridefinizione degli Stati nazionali – insomma quell’idea che un Paese, pur senza fare distinzione tra i suoi cittadini, ha un’identità culturale ben definita – il Canada sembra essere a suo agio con una società sempre più multiculturale. Certo, si potrebbe fare notare, è più facile quando nasci già come terra d’immigrati, più difficile fare passare l’idea nel continente dove gli Stati nazionali sono nati. Però anche altri Paesi frutto d’immigrazioni e colonizzazioni, come Usa e Australia, hanno dimostrato di non essere immuni dagli etno-nazionalismi, invece il Canada ha una «predisposizione filosofica» tutta sua. È una visione dell’identità nazionale come work in progress, come un qualcosa a tendere, che riguarda più i progetti per il futuro che le radici culturali legate al passato. Un approccio che ricorda un po’ quello statunitense, ma portato oltre: «Il Canada è l’unico Paese al mondo che è capace di vivere senza un’identità», diceva Marshall McLuhan già negli anni Sessanta. «Non c’è nessuna identità centrale, non esiste nessun mainstream in Canada», gli ha fatto eco in questi mesi Trudeau.

Certo l’assenza di una «identità centrale» non è necessariamente un modello da emulare. Né, desiderabile o meno che sia, è una formula replicabile in Europa, dove le identità spesso hanno richiami a radici culturali profonde e a una storia secolare; eppure c’è qualcosa che dal Canada possiamo imparare. Foran descrive il «post-nazionalismo» canadese come «una cornice per comprendere il nostro esperimento di riempire uno spazio geografico, ampio ma definito da confini, con la diversità di tutto il mondo». In un un certo senso, è quello che sta accadendo anche da noi. I Paesi europei difficilmente potranno diventare post-nazionali, possono però diventare post-nazionalisti.

Nelle foto: casa isolata su un’isola al largo della provincia di Newfoundland e Labrador, un villaggio sulla stessa isola (Stephane De Sakutin/AFP/Getty Images); la stazione sciistica di Nakiska, nel Canada occidentale (John Gibson/AFP/Getty Images)
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