FABRIZIO 011

Attualità

Da qualche parte nel Nord Italia

Alla scoperta di un territorio silenzioso e indefinibile che ha fatto da sfondo a Call Me By Your Name, affascinando l'America.

di Davide Coppo

Guardando dall’alto una cartina fisica della Pianura padana si può immaginare una foglia come quelle che disegnano i bambini: ovale e affusolata e con una scanalatura centrale da cui partono, su entrambi i lati, decine di piccole linee inclinate come dei raggi. La foglia, in realtà, è leggermente sbilanciata: il Po, che sarebbe la venatura principale, non scorre in modo uniforme da occidente a oriente, ma in più punti cade verso sud, fa grandi curve e si riprende tornando a risalire, per poi cadere di nuovo. La colpa è degli affluenti alpini, più potenti di quelli appenninici, che spingono verso il basso il corso del fiume. Ricordo che da bambino, a scuola, faticavo a imparare nell’ordine corretto i nomi di tutti quei fiumi quasi paralleli e indistinguibili tra loro. Oggi so che, mentre mi allontano da Milano prima a est e poi a sud, sto passando sul Lambro, e che puntando verso Lodi sto puntando l’Adda, e che più a est ancora incontrerò il Serio, seguito dall’Oglio e dal Mincio.

Guido verso la Bassa cremasca, di lì proseguirò a Pandino, Moscazzano, Montodine, Crema. Per me sono ricordi nei racconti dei vecchi di famiglia, luoghi di piccole vacanze estive felici e giovanili, ma anche i luoghi delle passeggiate di Gianni Celati raccolte nel diario Verso la foce, delle vite dei protagonisti di Novecento di Bernardo Bertolucci, e successivamente lo sfondo di Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino. È una terra lunga e senza orizzonti, da anni frammentata tra incomprensione e pregiudizi, nebbia e fabbriche, paludi e Lega Nord. Bertolucci con Novecento ha trattato quel territorio e la sua storia con lo scalpello dell’epica, rendendone grandiose le dicotomie, il rosso contro il nero, i contadini contro i padroni, i partigiani contro i fascisti, e ho sempre pensato che l’epica fosse il miglior filtro per raccontare la Bassa, che è una terra di frontiera e di conquista. Poi Luca Guadagnino ha girato questo Chiamami col tuo nome e, come scenografia, ha creato un collage di immagini che compongono un sogno di mezza estate lombarda, irreale e bucolico. Il film, nei primi tre mesi dall’uscita, ha incassato solo in America più di 17 milioni di dollari, ha vinto un Oscar, e sembra che l’America si sia innamorata della Bassa, o quantomeno di Crema. Mi chiedo però cosa troveranno, una volta arrivati qui. Questo è un posto difficile da capire.

 

Lo spazio

Il percorso da Milano alla Bassa è un percorso di perdita, e i suoni sono le prime vittime. Guido una Tesla Model S, un’auto interamente elettrica che non produce rumori, e scivolo per le strade in un’atmosfera che, in mancanza di termini migliori, definirei “irreale”. Lascio l’autostrada prima e la statale poi, mi immetto in piccole strade che si chiamano con lo stesso nome delle cascine vicine. Ai lati dell’asfalto ci sono fossi e canali di irrigazione, e quando due auto si incrociano bisogna rallentare e studiare i centimetri sul lato scosceso, ma quando si incrociano un’auto e un trattore allora è necessario tornare indietro fino a uno slargo. In cielo pochi uccelli, alcune anatre, colombi, e soltanto i cani che abbaiano dalle cascine bucano questo silenzio che non ha niente di naturale ma è umano, «residenziale» come lo chiama Celati. D’estate, quando c’è un alito di vento, le foglie dei pioppi friniscono e si muovono come coriandoli appesi ai rami.

Ho letto su un’enciclopedia che prima dell’insediamento umano, secoli fa, la Bassa padana era ricoperta di foreste, mentre oggi l’orizzonte piatto si perde nella foschia che smussa le linee, troppo lontane per essere messe a fuoco. I paesi, nebbia permettendo, si annunciano da lontano con i campanili, le cascine con i silos, come fari in mare. I centri abitati sono fatti di poche vie, case antiche affiancate da altre nuove e strane. In quasi ogni palazzina o villa è stata piantata una palma, a volte un pino marittimo, un albero appartenente a zone più calde e meridionali. È strano che riescano a crescere qui, eppure lo fanno: sembra che su questa terra tutto possa attecchire e allo stesso tempo essere fuori posto, importato e kitsch, come i colori con cui sono stati tinteggiati i muri esterni delle costruzioni più recenti, ocra, arancione, verde brillante, salmone, a creare un effetto caratteristico tropicalista padano. Un albero di araucaria cilena svetta rigoglioso nel giardino di una villetta con i muri rosa, tutto intorno si aprono all’improvviso campi che continuano fino al paese successivo. Da una palazzina esce una famiglia di origine indiana e mi viene da pensare alle radici delle piante e alle radici degli uomini, a quanto possano entrare in profondità in questo posto dimenticato e così modificato da sembrare di nuovo vergine, tabula rasa. Come ci sono finiti, qui? Cosa pensano, di queste pianure senza confini? Cosa ne sanno?

 

I paesi, nebbia permettendo, si annunciano da lontano con i campanili, le cascine con i silos, come fari in mare. I centri abitati sono fatti di poche vie, case antiche affiancate da altre nuove e straneSe Luca Guadagnino, con Chiamami col tuo nome, ha voluto creare un’opera di riscatto estetico della Bassa, allo stesso tempo ha scelto di narrare un segmento ristretto dello spettro emotivo, estetico e storico di questa terra. Ha mostrato le grandi ville ottocentesche e non quelle piccole e buffe del Dopoguerra, quelle piccoloborghesi e non nobili, né i condomini popolari al confine tra le città e i campi, in vista dei concessionari d’auto, dei mobilifici e degli showroom di Harley Davidson. Ha mostrato le strade isolate e assolate tra i campi di grano e i fontanili di acqua limpida ghiacciata, non le statali con «un numero sconfinato di parole che mi dà la depressione», come scriveva Celati negli stessi anni in cui il film si svolge, gli anziani che giocano alle carte ai tavolini del bar ma non i quarantenni seduti solitari con la faccia gonfia dalla mattina presto. Chiamami col tuo nome non mente, ma seleziona. La verità è che questa terra contiene moltitudini, e qualunque narrazione si possa creare risulterà incompleta. Anche nell’epica di Bertolucci, che copre uno spettro ben più ampio, la coperta è corta: trovano posto gli eroi e gli antieroi, le vittime e i carnefici, ma non le vite di chi si è tenuto in equilibrio e nascosto tra le sfumature, ed è per questo che da bambino, ascoltando i racconti nella Guerra e del Dopoguerra da mia nonna, non riuscivo a collocare in nessuno schieramento quelle vite semplici di agricoltori, casari, infermieri.

 

Il tempo

La Bassa padana è un territorio in perenne colonizzazione: la natura è stata combattuta per secoli attraverso il disboscamento intensivo, le bonifiche, le introduzioni di riso e lino, e ora un orizzonte libero da acquitrini e paludi, da tigli ontani olmi querce, sembra richiedere di essere riempito. Si provvede da anni ad accontentarlo: dai finestrini della macchina incrocio motel con ingressi che dovevano sembrare futuristici in un passato poco lungimirante, showroom piramidali, un ristorante “Valhalla – Carni alla brace”, fabbriche addormentate, capannoni sterminati aperti ai lati sotto cui riposano decine di autoarticolati. Una scritta con la bomboletta nera su un pezzo di lamiera dice “Crisantemi e patate”, ma non vedo crisantemi o patate nei dintorni.

Provo a fare conversazione nei ristoranti, attacco bottone parlando del film che ha appena vinto un premio Oscar, domando se il turismo sta già investendo le zone. Il proprietario di una trattoria del centro di Pandino mi dice di no, e aggiunge: «Mi hanno detto che è venuto a mangiare qui, ma io non so neanche chi è, questo Guadagnino». Dietro il bancone c’è un meme stampato in bianco e nero e appeso con lo scotch che invita l’Isis a prendersi cura di Matteo Renzi, in sala la cameriera parla di cronaca con un uomo che mangia da solo: «Hanno trovato due maiali in mezzo alla strada, sulla Paullese, erano i tuoi?».

Al castello di Pandino nel frattempo sono arrivati i giostrai, stanno sistemando i camion che diventeranno ottovolanti, calcinculo e bruchi a rotaie. Gli uomini attaccano cavi elettrici industriali, lunghi e blu, alle colonnine comunali, hanno i pantaloni e le scarpe ricoperti di fango, ha piovuto da pochi giorni e non si è ancora asciugato, alcune donne e i bambini stanno vicini alle roulotte. Penso o mi accorgo che da queste parti c’è abbondanza di spazio ma c’è anche abbondanza di tempo, tutto insieme, passato e presente: le giostre nomadi e il castello del milletrecento, gli adesivi della Lega Nord sui pali della luce, un ortolano che sponsorizza i suoi carciofi “teneri come il padrone”, i migranti in bicicletta sulle strade di campagna, i ragazzi del paese in tuta che si urlano cose in dialetto, il monumento ai caduti a ricordare che qui la guerra ci è passata, la Repubblica di Bobbio a pochi chilometri, in direzione del Po.

Incontro in un bar Simone, che è nato a Crema ma vive a Roma dove lavora come fotografo, è tornato qui per pochi giorni, e mi parla dei suoi ricordi, i bagni nei fossi d’estate quando gli zii irrigavano i campi intorno alla loro cascina a Romanengo. Lì dietro, dice, c’è Villa Albera, una dimora del Seicento che oggi viene utilizzata per i matrimoni. Cerco su Google qualche informazione in più e mi imbatto nella cronaca di un matrimonio, quello di Carolina Prandelli con, riporta il quotidiano, «un americano». La didascalia della foto recita: «Carolina con il suo Daniel». Scopro poi che Daniel non è americano ma canadese, ma forse è un errore ingenuo di una provincialità antica, per cui “l’America” è solo un grande nome esotico.

 

I confini

La sua bellezza non è straordinaria, così come i suoi lati più cupi non hanno i tratti dell’orrore. Non è del tutto campagna e non riesce a essere città, eppure è sia l’una che l’altra. Sono state zone comuniste, ma anche cattoliche e democristiane, poi socialiste, oggi leghisteCostruire un calco per contenere un modello della Bassa pianura padana è un’utopia: come mancano le linee dell’orizzonte allo stesso modo i confini del suo carattere si sfumano nell’umidità che qui indugia in ogni giorno dell’anno. L’Italia, nei secoli, è stata racchiusa in narrazioni abusate ma in un certo modo – in parte – veritiere o verosimili: i borghi dalla Toscana con le colline di grano pettinate d’estate, i filari di cipressi, il vino e la veracità della popolazione; le scogliere della Costiera amalfitana a picco sul mare, e tra gli arbusti e la roccia le macchie brillanti delle case; la sensualità dei colli umbri, le chiese arrampicate sulle rocce, la monumentalità dell’architettura sacra. Più guido o cammino e mi addentro in queste strade, in questi campi, più ho l’impressione che la Bassa sia un ectoplasma impossibile da afferrare. La sua bellezza non è straordinaria, così come i suoi lati più cupi non hanno i tratti dell’orrore. Non è del tutto campagna e non riesce a essere città, eppure è sia l’una che l’altra. Sono state zone comuniste, ma anche cattoliche e democristiane, poi socialiste, oggi leghiste. La campagna circonda l’industria, oppure sono le fabbriche che sono atterrate nei campi, isolate. La terra sconfinata e i grandi fiumi, gli autoarticolati e le barche per pescare, nell’edicola un giornale parla di accordi tra agricoltori, e a fianco le nuove copie di Monocle e l’Officiel Hommes. Mi viene in mente che è come se qui scivolasse e si depositasse tutto ciò che costruisce l’idea di Italia, questo è il fondo di un imbuto e ci si mischiano i colori della tavolozza dei nostri stereotipi per formare un colore nuovo che è quello che domina questi panorami verdi, grigi, gialli e marroni. Si accorgeranno i turisti, mi dico, che non possono esistere cartoline di questo posto.

Il fotografo Luciano Capelli, in Verso la foce, pronuncia una frase che racchiude questa inafferrabilità: «In certi momenti ho voglia di fotografare tutto, tutto quello che vedo mi sembra interessante. Poi però guardo nell’obbiettivo, e tutto mi sembra ovvio. Ma mi sembra ovvio per gli stessi motivi per cui prima volevo fotografarlo. Se mi distraggo dall’idea di dover fotografare, invece, a momenti succede il contrario: una cosa mi colpisce isolatamente, senza pensarci troppo la inquadro e vedo che riesco a farla giocare bene nell’inquadratura. È soprattutto un problema di inquadratura. È anche una questione di stati d’animo».

Mentre guido verso il Po attraverso grappoli di case e cascine che mi sembrano già visti, tutti uguali o impossibili da distinguere. Ci vuole abitudine, ci vuole un codice per orientarsi. Anche le strade mi risultano incomprensibili, e devo affidarmi costantemente al navigatore che a tratti però si perde: in un incrocio le due linee che si intersecano sono entrambe registrate come “strada senza nome”, e la strada luminosa che dovrei seguire si sdoppia sia a destra che a sinistra. Forse le villette dei paesi, così schematiche e regolari, servono a mettere un po’ d’ordine in questi fossi disegnati a occhi chiusi, questi campi sbilenchi, queste curve inaspettate.

 

La frontiera

Spostandosi verso sud, a poco a poco compaiono i cartelli che annunciano “Fiume Po”. Anche il Po vive di una dicotomia: è insieme il confine della Bassa e il motivo della sua esistenza, ne condiziona il clima e ne segna il limite. C’è un bar che si affaccia sulla riva, attraverso la nebbia si intravede l’altra sponda, che è già Emilia Romagna. Il proprietario del posto, Primo, indica davanti a noi, dove dovrebbe essere Caorso e la sua centrale elettronucleare ormai spenta. Parla della “nube nucleare” che per alcune settimane terrorizzò queste zone dopo l’esplosione di Chernobyl, nel 1986. Indica uno spiazzo vicino al bar, dice: «Quella nel 1986 era la pista da ballo, e in una settimana, a maggio, si è ricoperta di foglie cadute. Tutte lucide». «Qui qualcosa è arrivato», conclude tornando a guardare il fiume. Gli chiedo della pesca, ma c’è qualcosa che non va. È colpa dei pesci siluro, spiega, che sono stati portati da Est, e si sono riprodotti e si sono mangiati tutto, «perché i pesci di qua non conoscono i siluri, non si sanno difendere».

Intorno al bar le ville sono silenziose e sembrano disabitate, soltanto i cani, ancora, ringhiano al mio passaggio. I siluri si sono presi il Po anche perché sono spariti gli storioni e i lucci, i loro rivali diretti. Fuori dall’acqua sarà diverso, per potersi adattare alla Bassa il turismo, “gli americani” o altre specie alloctone non dovranno lottare con nessuno: solo fare i conti con le aspettative, con la pazienza di scavare tra le contraddizioni e le molte cose incomprensibili della pianura, per riuscire a capire il silenzio e questi campi disordinati, pronti a essere colonizzati ancora, a cambiare sempre.

 

Fotografie di Fabrizio Vatieri
Dal numero 34 di Studio

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