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21:52 giovedì 21 maggio 2026
Nel mondo ci sono così pochi ingegneri e ricercatori AI che le aziende di Big Tech li stanno pagando come le superstar dello sport Secondo le stime ce ne sono solo un centinaio in tutto il mondo. E in Silicon Valley sono disposti a spendere qualsiasi cifra per accaparrarseli.
Tra la rassegna Tuttomoretti al Nuovo Sacher e il ritorno in sala di Bianca e La messa è finita, questa si preannuncia come la Nanni Moretti Summer Lui odierebbe questa dicitura, ne siamo sicuri. Però siamo anche sicuri che suona proprio bene.
I fan di SOPHIE stanno costruendo un archivio libero e gratuito per preservare tutta la sua opera L'archivio si chiama Wholenew.world e vuole essere un racconto dei dieci anni di carriera di un'artista che ha cambiato la musica elettronica.
Il video di Itamar Ben-Gvir che tormenta e irride i membri della Global Sumud Flotilla ha unito tutto il mondo nel disgusto A condannarlo sono Francia, Canada, Olanda, Belgio, Spagna, Regno Unito e molti altri, persino gli Stati Uniti e l'Italia.
Succession è finita da un pezzo ma la saga dei Murdoch invece continua: adesso James ha comprato Vox e New York Magazine per farne l’anti Fox News e sfidare Rupert Il valore dell'operazione sarebbe attorno ai 300 milioni di dollari, con Murdoch Jr. che ha detto di voler puntare tutto sul giornalismo di qualità.
Il furto del Louvre, “il furto del secolo”, diventerà un film diretto da Romain Gavras Sarà l'adattamento di un libro-inchiesta che uscirà in Francia il 27 gennaio e che promette di rivelare i contenuti di documenti segretissimi.
L’epidemia di Ebola in Repubblica Democratica del Congo è dovuta anche al fatto che i primi contagiati risultavano negativi perché sono stati testati per la variante di Ebola sbagliata I sanitari hanno sottoposto tutti al test per rilevare la variante Zaire. Si è poi scoperto che le infezioni erano dovute a quella Bundibugyo.
Sally Rooney pubblicherà Intermezzo in Israele con un editore filopalestinese che si oppone all’occupazione e all’apartheid Negli ultimi 5 anni la scrittrice aveva rifiutato di essere tradotta e pubblicata in Israele, una scelta fatta per sostenere il movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions).

Caledonian Road, un nuovo grande romanzo londinese

Nel suo romanzo Andrew O’Hagan racconta le miserie, gli imbarazzi, i tic e la grandezza di una città che, dopo Brexit e Covid, non è mai più stata la stessa.

02 Ottobre 2024

Sempre diversa in base a chi la narra, Londra è ancora una delle culle letterarie più prolifiche del continente, dai fumi malsani di Charles Dickens fino ai ristoranti indiani di Zadie Smith del suo Denti bianchi. In primo piano in tutte le storie che la attraversano, è anche il motore del romanzo di Andrew O’Hagan, intitolato Caledonian Road (Bompiani), nome di una strada con pub scozzesi dove ordinare una vodka dopo l’altra, e con il Lam’s Internet Café dove mangiare panini con carne di maiale e bere succhi di mango. Con l’aria internazionale da capitale del secolo e la scomodità di trovarsi geograficamente isolata, Londra incanta il protagonista del libro, Campbell Flynn, sedotto dalla metropoli anche se a volte colpito da rifiuto e repulsione. Di certo la città gli fa da specchio: Londra e Campbell mostrano uno splendore sfacciato, entrambi conducono una vita al di sopra delle proprie possibilità e ostentano una calma solo di superficie. L’effetto di queste messinscene è la sensazione che tutto possa andare in pezzi da un momento all’altro.

Campbell Flynn è un cinquantenne storico dell’arte, accademico, malvisto dai colleghi per successi esterni al mondo universitario, come le ottime vendite del suo libro su Vermeer. È sposato con una psicoterapeuta, Elizabeth, hanno due figli. Il successo ha spinto un figlio a navigare in un universo parallelo, è raggiungibile quasi solo per telefono: «Era in una limousine in Florida o su un elicottero sopra Shangai o San Paolo. A cento miglia all’ora, era diretto a un club o a un concerto “fantastico” in un posto chiamato Ushuaïa o Coachella». Campbell si aggira tra club, bar, locali, incontra persone del mondo dell’arte, studenti geniali, artisti di mostre mastodontiche, e persone del mondo editoriale, con le quali sta organizzando un libro «destinato ad essere un bestseller», dal titolo Perché gli uomini piangono in macchina, scritto in pochi giorni e da pubblicare sotto pseudonimo: «Quello che vogliamo è un libro che da ora in poi sarà sempre presente negli aeroporti», si raccomandano. C’è qualcosa di vergognoso in quella operazione editoriale, una vergogna che segue come un’ombra il protagonista per tutte le seicento pagine di questa avventura metropolitana. Tutto ha origine nel fatto che Campbell ha scalato diverse classi sociali, ha sposato un’aristocratica e tradito le sue origini, insomma è «terrorizzato dall’idea di tornare in povertà». Solo i soldi sembrano offrirgli l’illusione di tenersi a galla, di rendere credibile l’impostura. Il libro sui maschi che piangono in auto non è una raffinata satira intellettuale in risposta allo tsunami di libri di self-help: «In realtà aveva solo bisogno di soldi».

Campbell vive in una bolla esattamente come tutta Londra, una schizofrenia economica ed emotiva, una bugia che O’Hagan sa raccontare benissimo, senza alcun giudizio, dipinge una città in cui si mescolano lusso e criminalità, sfarzo e hacker, eleganza e corruzione. Non è un caso che l’identificazione a volte sia esplicita: «Guardare Londra lo inondava sempre di emozione, perché era come guardare la propria storia e lui sentiva di far parte di quella città». La Londra di Caledonian Road è quella uscita malconcia dal Covid – non mancano qui mascherine, tamponi, pazienti della moglie in terapia con sedute via Zoom – e uscita malconcia dalla Brexit: «Con la Brexit sta crollando tutto», dice qualcuno. È il crollo e i tentativi di contrastare il crollo la forza del libro.

In una scena uno dei personaggi ordina «otto magnum di Cristal da 1500 sterline l’una, due bottiglie di Belvedere da 600 sterline, un numero imprecisato di Martini e Bellini», circondato da «gentaglia dei social media», una folla «ossessionata dai selfie». Il tentativo di nascondere il marcio sotto una patina di benessere e ricchezza, di innaffiare il disagio nello champagne, è ciò che tiene insieme questo romanzo corale e ambizioso. O’Hagan accumula piccoli dettagli per rivelare come si può provare a rendere ovattato il collasso imminente: mindfulness, scambiare criptovalute online, uso di droghe, «pensò di aprire l’app Calm e di mettersi ad ascoltare l’acqua che scorre nel Parco Nazionale dello Yosemite».

Questi tentativi di contrastare il crollo fanno inevitabilmente cilecca. Basta lo sguardo dell’inquilina di Campbell, una signora che vive in un appartamento seminterrato, a bucare la bolla, lei infatti lo considera «un accademico da quattro soldi». C’è un paragone bizzarro che O’Hagan lascia nelle pagine, evoca altri personaggi sulla soglia di un baratro, miopi, sofferenti e alienati dagli stessi vizi: «Pensò a Evelyn Waugh, quell’uomo brillante, inglese, tremendo, il peggiore di tutti i padri, che pranzava a caviale, fagiano e pesche. Si figurava quei personaggi del 1939 che mangiavano e bevevano nell’imminenza della guerra, ostriche fresche e consolatorie al Prunier e pranzi al Dorchester».

Forse ogni epoca di incertezza inventa strategie per scongiurare il burrone spalancato davanti. Le città, le loro strade, i quartieri, i parchi, le piazze sono imbevuti da queste atmosfere, sono plasmati da decenni di ottimismo o da periodi di tramonti cristallizzati. Andrebbe disegnata una mappa della letteratura a partire da come alcuni frammenti di città condensino un’epoca, incarnino miti, andando da Washington Square di Henry James al sobborgo americano di Revolutionary Road di Richard Yates, dal romanzo londinese (e newyorkese) 84 Charing Cross Road alla strada di Hong Kong di Java Road descritta da Lawrence Osborne fino alla Budapest dei Ragazzi della via Pal (senza dimenticare le nostre strade italiane, dal pasticciaccio gaddiano di via Merulana al Vomero di Via Gemito di Domenico Starnone). Come tutti questi esempi, anche il breve tratto di asfalto di Caledonian Road contiene però un mondo intero. Proprio nello spirito di questo romanzo, in cui il lettore si può lasciare trasportare tra ristoranti con i caminetti di Notting Hill e stanze lussuose di Chelsea, inebriato dalle infinite conversazioni mondane che superano Londra e proiettano sempre in un altrove esotico e inafferrabile: «C’è un solo posto al mondo dove mangiare il curry in questo momento: ed è Reykjavík».

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