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Ars Technica ha cancellato un articolo che condannava l’uso dell’AI dopo che si è scoperto che conteneva citazioni inventate dall’AI L'autore del pezzo si è scusato e ha detto che da ora in poi non si fiderà più delle citazioni suggerite da ChatGPT.
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L’agenzia meteorologica giapponese fa dell previsioni esclusivamente dedicate alla fioritura dei ciliegi Quelle di quest'anno dicono che i fiori sbocceranno con un certo anticipo rispetto al solito: i primi arriveranno tra meno di due settimane.
C’è una proposta di legge per inserire la gentilezza tra i parametri con cui l’Istat misura la qualità della vita Proposta che è arrivata in Parlamento e che sostiene che una società più gentile sia non solo moralmente migliore ma anche più ricca economicamente.
L’invito per la sfilata di Dior alla settimana della moda di Parigi è una sedia In miniatura ma pur sempre una sedia che rimanda alle Sénat, quelle utilizzate all'interno del Jardin de Tuilleries, location della sfilata.
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Il favorito per diventare il prossimo Presidente del Consiglio del Nepal è un ex rapper che non si toglie mai gli occhiali da sole Si chiama Balen Shah e la sua immagine è così legata a quel modello di occhiali da sole che nei negozi hanno preso a chiamarli "occhiali Balen Shah".
Il bene più a rischio a causa della guerra in Medio Oriente non è né il petrolio né il gas ma il fertilizzante Nella regione se ne produce moltissimo, la guerra ha già causato problemi logistici e aumenti dei prezzi che rischiano di stravolgere l'agricoltura mondiale.

Burial alla fine del mondo

Anche se molto intonato al presente, il nuovo Antidawn EP è forse il lavoro meno convincente dell'artista ancora oggi venerato per Untrue, album fondamentale nella storia della musica elettronica.

18 Gennaio 2022

Sulla pagina Facebook di Pitchfork è in corso ormai da qualche anno una piccola gag: periodicamente, almeno una volta al mese, la testata ripropone lo stesso articolo. È un bellissimo articolo, ma il suo eterno ritorno fa sì che ormai i commenti, che si contano ogni volta a centinaia, siano quasi tutti meme, o insulti, o considerazioni del tipo “ok, ormai è chiaro che lo state facendo apposta”. Il pezzo in questione, pubblicato originariamente nell’ottobre del 2017, è di Simon Reynolds, probabilmente il più noto critico musicale al mondo, e si intitola “Why Burial’s Untrue Is the Most Important Electronic Album of the Century So Far”, un titolo che già di suo, con la sua vena apodittica, richiama commenti sprezzanti e polemiche. Sta di fatto che l’importanza di quel disco, il secondo di Burial, uscito sul finire del 2007, è ormai talmente riconosciuta e celebrata da essere diventata una sorta di meme.

Sarebbe probabilmente inutile stare a ripetere ancora una volta tutte le cose che sono state raccontate infinite volte in questi quindici anni, sempre le stesse: il producer misterioso che non si fa vedere in pubblico, i discorsi sull’hauntology fatti da Mark Fisher e quelle poche informazioni che si possono ricavare dalle rarissime dichiarazioni dell’artista. La fissazione per le sonorità di Alien, i campionamenti dai videogiochi come Metal Gear Solid e da hit rnb di serie b, la musica realizzata attraverso un software molto primordiale come Sound Forge, che a differenza di DAW (digital audio workstation, ndr) più in voga come Ableton non mette in griglia gli elementi della traccia, lasciando spazio alle imperfezioni.

Di fatto però sono suggestioni che aiutano a capirne l’importanza, a contestualizzarlo, a capire cosa c’è oltre a quello che è anche molto semplicemente un bel disco. Se già ci eravamo innamorati del primo, omonimo, album di Burial (2006, uscito come sempre su Hyperdub), Untrue arrivava nel momento giusto, con i suoi campionamenti vocali ben più centrali, a prendersi tutta l’attenzione della critica e degli appassionati, con un lavoro più emotivamente intenso, che giocava a carte maggiormente scoperte la sua idea di musica (musica da club percepita come in lontananza, come in un ricordo). Oltre al rumore di fondo c’era la profondità del suono e di conseguenza quella emotiva, la struggente solitudine di un alieno raccontata in modo innovativo ma tutto sommato semplice, sincero, senza ricercare soluzioni di avanguardia spinta fine a se stessa, ma mettendo in scena un mondo sonoro tutto mentale (come risuona questa post-fisicità, in tempi di pandemia), le cui propaggini stavano al massimo in una stanza con una tv, un computer e una Playstation, su un bus notturno, o in un McDonald’s prossimo alla chiusura.

Le prove seguenti di Burial mi lasciarono più freddo. O meglio, mi lasciavano regolarmente più freddo all’uscita, per poi riscoprirle tempo dopo. Oggi potrei dire che quasi tutte le sue uscite tra il 2012 e il 2013, per quanto per forza di cose meno innovative, non hanno per me meno fascino di quello che è uscito prima, e anzi mi sono ritrovato probabilmente ad ascoltarle più spesso, in cerca di nuovi dettagli e nuove suggestioni, di quanto non faccia con un disco che ormai so a memoria in ogni suo minuscolo dettaglio.

Per capire però del tutto il senso del lavoro portato avanti dal producer inglese nell’ultimo decennio, ho dovuto aspettare come uno stupido l’uscita della compilation che di fatto non faceva altro che raccogliere quello che già era stato pubblicato, Tunes 2011-2019, arrivata giustamente allo scadere degli anni Dieci. Quelle due ore e mezza ascoltate in sequenza, tra conceptronica, voci lontane, rnb destrutturato e suoni hi-tech sembravano contenere un po’ tutto il panorama sonoro del decennio, oltre che ricordare l’importanza del formato: brani che presi singolarmente potevano anche colpire solo relativamente, assemblati in una formula diversa acquistavano una forza inedita e un senso narrativo che andava a regalare loro nuova meraviglia, amplificandone il significato e l’impatto.

Ora, con il nuovissimo Antidawn EP (che segue di qualche mese la pubblicazione di “Chemz”, che mi era molto piaciuta, e “Dolphinz”, che soffre degli stessi problemi dell’EP), Burial se ne esce, un’altra volta, con un lavoro che, almeno inizialmente, non mi convince. Forse meno che mai. Si tratta di quattro pezzi per 40 minuti, un continuum fatto quasi di niente, apparentemente con poche idee e sicuramente con sonorità che l’inglese ha già ampiamente esplorato, in quelli che però restano in massima parte momenti, e che non costituiscono l’intera ossatura del suo lavoro inedito più lungo dal lontano 2007. Antidawn rimanda a un paesaggio spettrale, post-umano, percorso da un osservatore esterno della fine; il crepitio di un disco rovinato più che il suono di un camino richiama quello del ghiaccio, e in un’operazione estrema di sottrazione il suo autore sembra aver voluto applicare alla sua stessa musica, già spettrale, quel trattamento che aveva riservato all’Uk garage e alla bass music, ma forse l’operazione questa volta non è riuscita, e resta soltanto un senso di vuoto.

Che l’operazione non sia riuscita però è soltanto un’interpretazione fra le tante, e magari anche questa in futuro si rivelerà sbagliata, come già è successo con altre mie idee relative alla discografia di Burial. Di fatto si tratta comunque di un’operazione, di un gesto: una presa di posizione artistica che ci consegna il suono di una resa, tutto sommato innegabilmente intonato ai tempi da fine della civiltà che stiamo vivendo.

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