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01:24 lunedì 8 giugno 2026
Grazie al fotovoltaico l’Europa ha risparmiato quasi 13 miliardi di spesa energetica nonostante la crisi nello Stretto di Hormuz In media, sono 136 milioni di euro risparmiati ogni giorno, per ogni giorno dall'inizio della guerra in Iran a oggi.
In uno dei videogiochi più popolari del momento interpreti il proprietario di una biblioteca disordinatissima che deve rimettere a posto 3072 volumi Si intitola Librarian: Tidy Up The Arcane Library, giocarci è molto rilassante, basta avere la consapevolezza che la missione è impossibile.
Nelle università americane è nato un nuovo trend: subissare di fischi chiunque faccia l’elogio dell’AI È successo in almeno una decina di occasioni nelle ultime settimane. Gli studenti, appena sentono le parole intelligenza e artificiale, iniziano a fischiare.
In Albania ci sono delle enormi proteste per impedire a Jared Kushner, il genero di Trump, di costruire un resort di lusso in un’area naturale protetta Sono tre giorni che le strade di Tirana sono piene di manifestanti che vogliono fermare a tutti i costi la prosecuzione del progetto.
In realtà, mancano ancora almeno altri dieci anni prima che i lavori alla Sagrada Familia siano davvero finiti Il 10 giugno, alla presenza di Pedro Sanchez e del Papa, si festeggerà la fine dei lavori. Almeno di quelli più grossi, perché mancano ancora una facciata intera, una scalinata e un parco.
La notizia di Martin Scorsese che decide di usare l’AI per disegnare gli storyboard dei suoi film non poteva essere accolta peggio Il regista ha annunciato una collaborazione con una start up AI tedesca. La reazione è stata notevolmente negativa.
ll governo tedesco ha approvato una riforma che equipara i club ai teatri e li protegge dalla speculazione immobiliare Si spera così di fermare la Clubsterben, la morte dei club, una crisi gravissima che in questi anni ha portato alla chiusura di decine di locali storici.
Il brand di skincare The Ordinary se la sta prendendo con l’assurdo marketing e i prezzi folli dei brand di skincare “Buy the ingredients, not the hype”, si intitola la nuova campagna del brand, in cui a prodotti di uso comune viene applicata la stessa maggiorazione di prezzo che si usa con gli ingredienti dei cosmetici.

Una Biennale per tutti i gusti

Ha inaugurato a Venezia la sedicesima edizione della mostra di architettura: un'esposizione sempre più generalista, ma non è detto che sia un male.

28 Maggio 2018

Crescendo sempre di più, la Biennale di Venezia non poteva che farsi generalista come la televisione, del resto la prima Mostra Internazionale di Architettura ufficiale diretta da Paolo Portoghesi è stata varata nel 1980, l’anno della nascita ufficiale della tv privata, di Canale 5 (e Fininvest). Col passare degli anni, i titoli si sono fatti sempre più elastici e vaghi come appunto Freespace di questa 16a edizione curata dalle irlandesi Yvonne Farrell e Shelley McNamara, anche se People meet in architecture (2010, curatrice Kazuyo Sejima) e Common Ground (2012, curatore David Chipperfield) non erano da meno. Del resto, se le archistar e i temi imposti non vanno più bene, avanti dunque con il generico.

Il risultato è che i visitatori si muovono per bande e ciascuna di queste trova il suo canale-padiglione preferito: l’onnipresente verde ora in versione countryside (Australia, Cina, Antigua e Barbudo), lo spazio pubblico (Grecia, Francia), l’informalità degli slum (Pakistan, Egitto), l’analisi politico-antropologica (Cile, Germania, Albania), l’impegno sociale (Filippine, vaghissimo quello degli Usa), lo storicismo nostalgico (Lussemburgo e Gran Bretagna, dove il rimpianto di Aldo Rossi è inconsolabile) o l’analisi storica intelligente (Israele, sui monumenti contesi e la loro ristrutturazione). Ecco allora i giovani carini e postmoderni andare all’Unfolding Pavilion alla Giudecca distanti anni luce anche antropologicamente dagli architetti e operatori della filiera del legno che vanno all’Arcipelago Italia curato da Mario Cucinella (un bagno di realtà nelle zone interne del Paese, ancora più disagiate delle periferie), gli anglofoni che si cercano fra loro con naturalezza, persino i religiosi con sfilata di cardinali per il primo Padiglione del Vaticano all’Isola di San Giorgio (preso letteralmente d’assalto), fino alle femministe che hanno improvvisato un flash mob “Voices of Women” ai Giardini, subito contestate – udite, udite – dal Cruising Pavilion degli architetti gay, dedicato ai luoghi deputati al sesso occasionale che denuncia come la Biennale sia un luogo «di produzione etero-normativa dello spazio».

Insomma, ce n’è davvero per tutti i gusti quest’anno e una delle cose più divertenti della vernice è senza dubbio saltare da una categoria all’altra, accodandosi alla rinfusa. Curioso che in tanti si lamentino della mancanza di guizzi teorici delle curatrici, visto che sono ottime professioniste senza troppi grilli per la testa. In questo senso la loro mostra al padiglione centrale e alle corderie dell’Arsenale è estremamente onesta: nella prima sala ci sono i modelli di sedici progetti paradigmatici per la loro idea di “freespace”, architetture non celeberrime, di qualità medio-alta, senza ambizioni normative o teoretiche, ma capaci di indicare una via praticabile lontano dai clamori e dalle mode, dispensando ogni tanto qualche perla di saggezza come questa di Auguste Perret incisa su una cassa: «Creerò per te una camera che canti come un violino». In questo senso la prima sala è anche un autoritratto del duo irlandese, così come un arredamento o una biblioteca personale descrive la personalità di chi la possiede. Ciononostante la mostra ospita anche stanze riservate a Bjarke Ingels, Cino Zucchi, Odile Decq, Peter Zumthor, Lacaton & Vassal nel padiglione centrale e poi modelli e plastici di Rafael Moneo, Diller e Scofidio e tantissimi altri alle Corderie, benché per la prima volta dal 1980 l’asse centrale del lunghissimo edificio – l’unico citato da Dante, «Quale ne l’arzanà de’ Viniziani / bolle l’inverno la tenace pece / a rimpalmare i legni lor non sani, / ché navicar non ponno» – sia completamente libero e dunque visibile dando un grande senso di ariosità alla mostra, che per molti è diventato subito horror vacui. Chi scrive, in verità, nutre assai di più l’horror pleni: ma andare alla Biennale è sempre istruttivo e rassicurante, perché si incontra inevitabilmente quello che da sempre la pensa al contrario di noi.

È pur vero che molti padiglioni sono letteralmente vuoti come il Belgio, significativamente dedicato all’Unione europea, o la Spagna, ma il vuoto si sa «è estremamente conveniente da realizzare», come nota Peter St John, co-curatore della Gran Bretagna con impeccabile british humour da demoralizzato post-Brexit. I Leoni d’oro sono andati invece al padiglione svizzero, tutto giocato sulla percezione di interni non arredati e affastellati secondo scale diverse incastrate, sfidando la nostra percezione come in un’incisione di Escher; al portoghese Eduardo Souto de Moura, Pritzker Prize molto apprezzato sia per la sua installazione sia per la cappella realizzata nel padiglione vaticano. Infine, quello alla carriera è andato a Kenneth Frampton, storico dell’architettura inglese da tempo trasferitosi a New York, autore del più diffuso manuale di storia dell’architettura moderna e della monografia principale sullo studio delle due curatrici, Grafton Architects: un uomo insomma buono per tutte le stagioni. Proprio lui che si era dimesso in polemica dal board della prima Biennale del 1980 uscendone dalla finestra, ora ci rientra definitivamente dalla porta principale. Alla Biennale, come alla televisione, non si sfugge.

Immagini Getty
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