Nude look dopo nude look, ancora non abbiamo capito se è vittima di Ye o sua complice, se la nudità fa parte di una performance di arte e moda o è una violenza che sta subendo.
Su Vanity Fair è uscita la prima intervista mai fatta a Bianca Censori
Per la prima volta ha parlato di sé, in occasione della mostra che sta presentando a Seoul (anche se, ovviamente, Ye si è messo in mezzo).
“Perché non parli, Bianca Censori?“: così si intitolava il pezzo in cui ci interrogavamo sull’enigmatica moglie di Ye, forse sua vittima, forse sua complice, e sulla sua passione per la nudità («fa parte di una performance di arte e moda o è una violenza che sta subendo?», ci chiedevamo). A un anno di distanza, Bianca Censori ha parlato, e lo ha fatto intervistata da Anne Peele (e fotografata da Katy Grannan, sotto la supervisione del fashion editor Andrew Mukamal) su Vanity Fair.
L’occasione è la sua prima mostra che ha inaugurato a dicembre Seoul, BIO POP. Nell’intervista Censori, 31 anni, rivela di aver avuto «un’evidente ossessione per la nudità». «Ero nuda ovunque. Non ho mai preso le distanze dalla nudità, riproponevo costantemente la stessa immagine, ancora e ancora e ancora. Io vivo la mia opera». Uno dei momenti più divertenti dell’intervista è quando Censori, nel tentativo di ottenere la copertina di Vanity, chiede alla giornalista di ricordare alla direttrice del magazine che nel 2025 è stata la donna più googlata del mondo. «Nessuno nella storia ha mai avuto così tanta visibilità senza parlare. Se fosse stata solo nudità, molte persone avrebbero ottenuto lo stesso. Ma dimostra anche che, in un’epoca così sovraesposta e vulnerabile, il mistero ha ancora potere», dice Censori. Così ribatte Peele. ha ragione nel dire che la sua nudità potrebbe non essere l’unico motivo, ma gli altri motivi non sono affatto un mistero, hanno piuttosto a che fare con la salute mentale di suo marito e con il loro rapporto.
Nel resto della lunga intervista, Censori smentisce l’idea di essere un burattino di Ye e spiega che ogni sua scelta è stata frutto di una collaborazione e mai imposta. Poi parla della sua infanzia, della carriera da architetto, di un periodo trascorso in rehab a causa dell’abuso di benzodiazepine (usate per “automedicarsi” in un periodo “emotivamente difficile”) e del desiderio di avere, in futuro, dei figli, ovviamente con Ye. Sull’antisemitismo del marito cerca di mantenere una posizione diplomatica: dice che «Ye ha ossessioni forti», e quella del passato legata all’antisemitismo è stata sicuramente molto dannosa, ma lei dice di essere lì per sostenerlo e amarlo mentre lui cerca di rimediare.
Ricordiamo, infatti, che a gennaio Ye ha comprato una pagina sul Wall Street Journal per pubblicare una lettera intitolata “To Those I’ve Hurt” in cui attribuiva il comportamento a un lungo episodio maniacale legato al suo disturbo bipolare, che gli avrebbe fatto «perdere il contatto con la realtà» e ha dato la colpa anche a una ferita al lobo frontale del cervello subita nel famoso incidente d’auto del 2002. Ma la parte più bella dell’intervista di Peele è l’amaro finale: dopo essersi illusa, durante la serata dell’inaugurazione della mostra di Censori, che Ye avesse imparato a farsi un po’ da parte (in quell’occasione lo descrive mentre mangia una torta a forma di cuore riempiendosi di briciole, timido e riservato), deve ricredersi: qualche settimana dopo un intermediario di Ye la contatta per proporle di intervistarlo a proposito lettera del WSJ. Lei gli dice che se pubblicano quell’intervista su Vanity prima di quella a Bianca sarà l’ennesima dimostrazione che tutto gira intorno a lui. «A quanto pare, gli andava bene così», scrive Peele. «E, come sempre, Censori ha sostenuto la visione artistica del marito».