Partenze è l’addio antisentimentale di Julian Barnes alla letteratura

Quello appena pubblicato da Einaudi è l'addio dello scrittore britannico ai libri: l'ha deciso lui, e non potrebbe esserci una decisione più barnesiana di questa.

28 Gennaio 2026

Julian Barnes ha dichiarato che Departure(s) sarà il suo ultimo libro. Non per stanchezza né per calcolo editoriale, ma per una forma di rigore: non lasciare nulla di incompiuto, non consegnare ad altri il compito di chiudere ciò che spetta all’autore. Una decisione che è già, di per sé, perfettamente barnesiana. Controllo, misura, distanza emotiva. E una diffidenza profonda verso ogni forma di sentimentalismo postumo. Lo scrittore, vincitore del Man Booker Prize nel 2011 con Il senso di una fine, arriva a questo libro all’indomani degli ottant’anni e ne discute a Londra con l’amico di sempre Ian McEwan. Un momento dal sapore dolceamaro, attraversato da un’ironia sottile, in cui emergono temi che Barnes frequenta da sempre: la malattia, la morte, la memoria, il tempo.

Departure(s) – pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo Partenze – è stato definito da McEwan una «splendida investigazione e speculazione sul potere dei ricordi», una sorta di «magia della fiction post-moderna». La struttura è dichiaratamente non convenzionale e si discosta dal romanzo “classico” a trama lineare e capitoli ordinati. È piuttosto un’opera ibrida, che fonde narrazione, riflessione filosofica, memoir e metafiction, muovendosi lungo un confine volutamente instabile. Funziona più come un dialogo tematico con il lettore, alternando racconti, riflessioni e memorie. La divisione tra saggistica, romanzo autobiografico e narrativa non è netta ma fluida. Il cuore dell’opera non è tanto la sequenza degli eventi quanto la riflessione sul ricordo, sull’amore e sulla fine della vita (e della carriera).

Il nucleo narrativo coinvolge due amici di Oxford, Stephen e Jean, che si innamorano da giovani, si separano e poi, decenni dopo, si ricongiungono con l’aiuto del narratore. La storia è raccontata con elementi di cronaca personale e di fiction “vintage”, attraverso dialoghi e ricostruzioni che sembrano consapevolmente romanzeschi. Non tanto per costruire un’illusione realistica, quanto per mettere in scena l’idea stessa di romanzo come forma del ricordo.

Lungo questa narrazione si intrecciano episodi apertamente autobiografici: Barnes parla della diagnosi di cancro, della quotidianità con la malattia, delle riflessioni sull’invecchiamento e sulla mortalità. Anche qui il tono resta controllato, privo di compiacimento emotivo: il dolore non è mai spettacolarizzato, ma osservato con una lucidità che spesso sfiora l’ironia.

Il tema della morte attraversa l’intero libro ed è trattato con pacato realismo e distacco britannico: cosa si diventa dopo la morte? Forse un aneddoto, forse un libro su uno scaffale. Come in Proust – autore che ha profondamente segnato la formazione di Barnes – il potere evocativo del ricordo è centrale. Per Proust la memoria involontaria è più vera e più profonda di quella volontaria, perché restituisce il passato con la sua carica affettiva intatta, non come semplice informazione. La memoria come costruzione fragile e soggettiva è uno dei temi costanti di Barnes, che ne ha scritto esplicitamente anche in Nothing to Be Frightened Of. In Departure(s) questa idea si traduce in una forma narrativa che rifiuta la linearità, perché ricordare non significa conservare, ma continuamente reinterpretare.

Nella memoria si muove anche il ricordo vivido degli anni Settanta e la fortuna, per due scrittori come Barnes e McEwan, di aver vissuto in un periodo «circondati da persone colte, grandi lettori, che ci guardavano alle spalle», senza le ingerenze e le assuefazioni di massa prodotte da internet e dai social media, «quando l’unica cosa che contava per un libro era la recensione di Elizabeth [Lowry] sull’Observer».

La riflessione tocca anche aspetti più tecnici della scrittura. La struttura del romanzo, nella sua geniale non convenzionalità, non si coglie pienamente alla prima lettura: è solo tornando indietro, rileggendo, che il lettore arriva ad apprezzarne l’architettura. Barnes insiste sull’importanza dell’incipit, paragonandolo a «entrare in una stanza affollata in cui tutti stanno in silenzio e tu devi parlare». In Partenze le prime due pagine hanno proprio la funzione di rompere il silenzio e guadagnare la fiducia del lettore, anche se non sono state concepite come un vero inizio. Per Barnes la scrittura non parte mai dalla prima riga, ma da punti diversi, in un bilanciamento continuo tra libertà e controllo.

C’è infine l’idea dell’interconnessione tra vita e libri come parte di un unico movimento: «la lettura», dichiara Barnes, «non è un’evasione dalla realtà, ma un’immersione profonda in essa. Leggere riconfigura la nostra vita e il nostro modo di pensare. Scrivere dovrebbe significare essere intrisi di letture e carichi di esperienza». È anche per questo che l’annuncio del ritiro dalla scrittura sembra coincidere simbolicamente con un’uscita più ampia dalla scena.

Nelle ultime pagine il tono si fa più spoglio, più lento, quasi dimesso. Barnes abbandona progressivamente la storia (e le storie) per tornare alla riflessione. L’attenzione si concentra su ciò che resta: la memoria, la lettura, l’amore, il tempo che si assottiglia. Departure(s) non racconta una partenza improvvisa, ma un’uscita graduale, coerente con l’intero progetto. In questo addio britannicamente antisentimentale, Barnes ridimensiona la figura dello scrittore, come se dicesse che i libri contano più di chi li ha scritti. Restituisce centralità al lettore e alla lettura come atto condiviso, suggerendo che ciò che sopravvive non è l’autore, ma l’esperienza mentale ed emotiva che i libri attivano. Così si chiude Departure(s), e con esso il sipario letterario di Julian Barnes: un addio che è insieme meditazione, presenza e ricordo. Ma più di tutto, ancora, il senso di una fine.

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