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12:38 venerdì 25 settembre 2026
C’è una mostra dei fashion artists Viktor&Rolf in 10 Corso Como chiamata Spectrum Dal 25 settembre al 22 novembre 2026, la Galleria di 10 Corso Como presenta «Spectrum», la prima personale italiana dedicata a Viktor&Rolf.
Sofia Coppola sta festeggiando i venti anni di Marie Antoinette con una mostra alla Reggia di Versailles Gli spazi del Petit Trianon ospitano costumi, accessori, moodboard, sceneggiature annotate, fotografie, schizzi preparatori, elementi di scenografia e anche alcune sequenze del film proiettate negli stessi ambienti in cui furono girate.
Il fatto che sempre più biblioteche permettano di prendere in prestito gli ebook sta portando a un calo delle vendite delle librerie Una ricerca sostiene che il prestito digitale fa diminuire gli acquisti soprattutto nelle prime settimane dopo l'uscita, quelle in cui si decide il destino commerciale di un libro.
El Niño ha causato delle piogge così intense da far sbocciare migliaia e migliaia di fiori nel deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi del mondo È un fenomeno chiamato "deserto fiorito": 15 ettari di deserto improvvisamente coperti di fiori bianchi, viola e gialli.
Dopo aver riportato al cinema le streghe, i lupi mannari e i vampiri, Robert Eggers farà la stesa cosa con Romeo e Giulietta E siccome gli piacciono gli adattamenti infedeli, il film non si intitolerà Romeo e Giulietta e potrebbe non essere ambientato a Verona.
In Israele sta iniziando a mancare l’acqua potabile perché Israele ha distrutto gli impianti di depurazione a Gaza Dal 7 ottobre 2023 i bombardamenti hanno distrutto il 90 per cento delle infrastrutture idriche e fognarie di Gaza. E adesso questo è diventato un problema anche per Israele.
Non si sa niente del nuovo film di Gregg Araki, ma il fatto che si intitoli Il declino della fottuta civiltà occidentale ci fa sperare benissimo Il regista di Mysterious Skin starebbe dirigendo una commedia dark con Ashton Kutcher, Alison Brie e Jesse Williams.
I Meta Glasses sono talmente odiati che qualcuno si è inventato un’app che si chiama Zuckoff che ti avverte se ce n’è un paio nella vicinanze Si chiama Zuckoff, intercetta le frequenze bluetooth con cui gli smart glasses si collegano al telefono e avvisa chi l'ha installata.

Il declino dell’impero barberiano

Da quelle sul Green pass alle ultime dichiarazioni sul gender gap: perché da più di un anno Alessandro Barbero si sta impegnando a distruggere il suo stesso mito?

22 Ottobre 2021

Il passaggio fondamentale dell’ormai famigerata intervista di Alessandro Barbero a La Stampa non è lo screenshot che è girato moltissimo sui social, quello sulle «differenze strutturali tra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi». A un certo punto Barbero risponde a una domanda di Silvia Francia sulle polemiche seguite all’opinione espressa dal professore sul Green pass, e dice che «le critiche ho evitato di leggerle e di ascoltarle». Si capisce. Se Barbero le critiche le avesse lette e ascoltate, avrebbe evitato di pestare tre volte la stessa merda. La merda è il dibattito pubblico italiano. Una merda sempre cangiante – una volta son le foibe, un’altra il Green pass, un’altra ancora il gender gap – ma sempre merda. Norberto Bobbio diceva che c’è bisogno di tornare ai classici, cioè al passato, per capire i contemporanei, cioè il presente. Tra i classici c’è questo verso di Jacques Prévert: «Non bisogna lasciar giocare gli intellettuali con i fiammiferi». Non è una critica, professor Barbero, quindi mi auguro lei la legga.

«Posso rispondere da cittadino che si interroga sul tema», dice Barbero prima del patatrac sulla mancanza di aggressività, spavalderia e sicurezza di sé delle donne. Evidentemente il professore non ha capito come funziona oggi il dibattito pubblico: non vogliamo cittadini né interrogativi né temi, vogliamo ambassador – si dice così, giusto? – delle certezze che abbiamo già. Aggressività, spavalderia e sicurezza di sé, appunto. «Se ci sono poche donne ingegnere o generali, la colpa è di quelli come lui, degli uomini in posizione di potere e in particolare degli educatori», ha scritto Stefano Feltri in un pezzo pubblicato ieri sul sito di Domani. Niente di meno. Barbero avrebbe dovuto sapere che la risposta a quella domanda di Francia sta scritta su un muro di via de’ Carracci, una delle uscite della Stazione Centrale di Bologna: «Andrà tutto bene quando l’ultimo maschio di merda sarà morto», altro che vale la pena chiedersi e credo sia interessante rispondere. Il patriarcato esiste? Sì. È un raffinato e pervicace sistema di repressione delle donne, basato anche su differenze biologiche che poi diventano norme, consuetudini, aspettative in società e cultura? Lo scopriremo quando l’ultimo maschio di merda sarà morto. Se avessimo avuto voglia di fare il discorso da fare e di prendere dalle parole di Barbero lo spunto che le nostre intelligenze meritavano, cioè quello su una società che richiede alle donne lo stesso carattere per il quale non vede l’ora di isolarle, sfotterle, condannarle, a questo punto avrei consigliato un’intervista di Hillary Clinton a Humans of New York. Siamo nel pieno della campagna elettorale del 2016 e Clinton spiega che: «Da giovane ho dovuto imparare a controllare le emozioni. Ed è un sentiero difficile da prendere. Perché bisogna proteggersi, bisogna tenere duro, ma allo stesso tempo non si vuole sembrare “distanti”. E talvolta penso di risultare più “distante” che altro. E se è questa la percezione che genero, allora me ne prendo la responsabilità. Non mi considero fredda o anaffettiva. Nemmeno i miei amici la pensano così. E neanche la mia famiglia. Ma se è questa la percezione che genero, allora non posso farne una colpa alla gente».

«Rischio di dire una cosa impopolare», dice Barbero nel mezzo della risposta che gli costa un altro pezzo di reputazione presso il “grande pubblico”. In quelle poche parole ho letto la fine del Barbero di cui aveva scritto Arnaldo Greco qui su Rivista Studio poco più di un anno fa: «[…] Barbero non si discute, si venera. Ciò che lo rende unico, infatti, non sono i numeri, ma l’adesione al suo stile e al suo impegno da parte dei suoi ascoltatori più assidui: Barbero non si ascolta, si aderisce alle sue parole». Aveva ragione, quindi immagino il problema di Barbero stesse lì sin dall’inizio: non si può avere ragione per sempre eppure viviamo i tempi in cui bisogna avere ragione sempre. L’alternativa è non avercela avuta mai e, soprattutto, non avercela mai più. Ieri girava molto sui social media una versione ritoccata della risposta della discordia: si legge, più o meno, «Premesso che io sono uno storico e quindi il mio compito è quello di indagare il passato e non il presente o futuro, non posso rispondere». Greco scriveva che uno dei pregi, forse il pregio di Barbero, è stato essere un grande umanista in un mondo che tende a iperspecializzare il sapere. Appunto. «Barbero ha la capacità di rispondere, o almeno di provare a rispondere, alle domande che ci stanno a cuore». Fesso lui, avrebbe fatto meglio a seguire il consiglio di quella vecchia volpe di Borges: «Il vero intellettuale rifugge dai dibattiti contemporanei: la realtà è sempre anacronistica», disse uno capace di sopravvivere alle cene eleganti con Pinochet. Non giocare con i fiammiferi, insomma.

Premesso che io sono uno storico […] non posso rispondere. Mi è tornata in mente una cosa detta anni fa da Chimamanda Ngozi Adichie: «La paura di offendere, la paura di scompigliare i prudenti livelli del comfort, diventa un feticcio». Quando questa cosa succede, il punto della discussione smette di essere la verità e diventa l’abitudine. «Spesso mi è stato detto che non dovrei parlare perché sono soltanto una scrittrice. Ma io sono una cittadina tanto quanto sono una scrittrice». Premesso che io sono uno storico […] non posso rispondere. Mi è tornato in mente un bellissimo pezzo scritto su Il Foglio da Sabino Cassese: si chiama “Il tramonto degli intellettuali”, ma avrebbe potuto chiamarsi anche “La tentazione iperspecialistica”.

È dal 23 gennaio del 2020 che Barbero pare impegnato nella distruzione del suo stesso mito. L’opera di picconamento cominciò con un’intervista al Fatto Quotidiano in cui spiegava al Parlamento Europeo la differenza tra una via Stalingrado e una via Hermann Göring. Proseguì, sempre sul Fatto, con la battaglia «vuota e assurda» contro le statue nelle piazze americane (esportata poi anche in Italia, ovviamente senza lo sforzo fisico e drammatico dell’abbattimento del monumento). Poi le foibe e apriti cielo, il veterocomunista che ancora aspetta la rivoluzione che abbatte «il capitalismo disgraziato» della nostra epoca. Poi il Green pass, e l’accusa strisciante di essere il cattivo maestro dei compagni Fiore, Castellino e Passaro che danno l’assalto alla sede romana della Cgil. Adesso il gender gap, il grande slam dell’impresentabilità è completato. «Boomer, maschio bianco, imperialista, razzista e tutto l’armamentario di accuse preconfezionate senza argomenti», diceva Greco delle accuse che Barbero riusciva a evitare muovendosi dentro il dibattito pubblico come Neo dentro la matrice: in bullet time, lento ma veloce, medievalista e presciente, attuale e invulnerabile grazie a un’aneddotica infinitamente vasta e adattabile.

Forse il professor Barbero sapeva tutto dall’inizio, sapeva che così passa la gloria del mondo e che ogni epoca ha la sua gloria e ogni tempo ha il suo “così”. «Ho dubbi sul fatto che la Storia piaccia perché la gente ha voglia di scappare dall’attualità. Semplicemente, il passato è un posto divertente in cui passare un po’ di tempo. Poi noi ci illudiamo che serva anche a imparare qualcosa, ad aprire un po’ le teste». Ci illudiamo, infatti.

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