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09:21 domenica 21 giugno 2026
Meloni e Trump s’erano tanto amati ma adesso si stanno tanto insultando Lui ha detto di essersi fatto una foto con lei «perché mi ha fatto pena». Lei ha detto che lui «si è inventato tutto». Fino a ieri andavano d'amore e d'accordo.
All’improvviso Rick Rubin ha annunciato che questo fine settimana torna in Toscana per la seconda edizione del suo Festival of the Sun Anche questa volta l'annuncio è arrivato all'ultimo momento: festival gratuito, basta prenotarsi e presentarsi domenica 21 a Colle Val d’Elsa, vicino Siena.
Persino J.D. Vance si è stufato delle deliranti uscite di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich sull’accordo di pace con l’Iran «Trump è l'unico capo di Stato al mondo solidale con Israele. Non attaccherei l'unico alleato che mi è rimasto», ha detto in conferenza stampa il Vicepresidente USA.
In Giappone sono tutti indignati per lo scandalo del “cartello del gelato”, cioè di un gruppo di aziende che si sono messe d’accordo per aumentare continuamente il prezzo del gelato Aumenti di 6 centesimi alla volta ma frequentissimi e che non avevano nulla a che fare con l'aumento del prezzo delle materie prime. Finché non se ne è accorta l'Antitrust.
Se volete trasformare casa vostra in uno spazio liminale, A24 ha fatto la carta da parati di Backrooms E costa anche relativamente poco: 60 dollari a rotolo. Una cifra accettabile per trasformare un ambiente di casa in un incubo.
La Nazionale francese ha deciso che dopo ogni gol che segna al Mondiale nello stadio deve partire One More Time dei Daft Punk a tutto volume In questa edizione del Mondiale tutte le Nazionali hanno dovuto scegliere un "inno da gol". C'è anche una playlist ufficiale che li raccoglie tutti.
Tra le opere meno conosciute di David Hockney ci sono delle bellissime illustrazioni che fece per le sue fiabe preferite dei fratelli Grimm Le realizzò nel 1969 e le tavolo vennero raccolte tutte in un volume, pubblicato un anno dopo, intitolato Six Fairy Tales from the Brothers Grimm.
A causa della crisi climatica è morto l’albero più famoso del mondo, la vecchia quercia della foresta di Sherwood La quercia, che cresceva da almeno mille anni, quest’anno non ha prodotto nessuna foglia a causa delle sempre più frequenti ondate di calore e degli eccessivi interventi umani.

Perché Baglioni è Baglioni

Il Festival di quest'anno, premiato da ascolti inaspettati, è decisamente opera sua. Sullo stile del conduttore-compositore.

09 Febbraio 2018

Claudio Baglioni c’è. Il sermone d’inizio Festival – «Le canzoni sono come coriandoli di infinito», eccetera – non era una mesta trovata degli autori. Lui a quelle parole ci credeva davvero, ora ci crediamo anche noi. C’è voluto un po’ per inquadrare il conduttore del Sanremo in corso. Che cosa nasconde quell’aria imbambolata? Perché se ne sta lì in disparte mentre tutti fanno festa? È lo zio buono o lo zio cattivo? E appunto: ci è o ci fa? Adesso la risposta l’abbiamo. Mentre, con quel sorriso ebete e l’occhio mezzo chiuso, si aggiustava il cravattino, Baglioni vedeva prendere forma sul palco dell’Ariston il suo piano sommerso alla Churchill, premiato da ascolti inaspettati. Il Sanremo numero 68 è decisamente opera sua.

Claudio Baglioni è un prodotto IGP nazionale, e questo già lo sapevamo. Un’amica, l’altra sera, ha applicato a lui la parabola brevettata da Mattia Feltri: «Stronzata di destra, commovente scoperta, da sempre patrimonio della sinistra». Pure gli ex comunisti hanno fatto pace da tempo con la maglietta fina e il legnetto di cremino da succhiare. Se non fosse successo, probabilmente non avremmo assistito allo scarto generazionale successivo, quello che ci riguarda: ieri i giovani (e non solo) di sinistra si vergognavano di ascoltare “Mille giorni di te e di me”, oggi i giovani (e non solo) di sinistra vanno in massa ai concerti di Tiziano Ferro. L’accettazione trasversale della canzone-d’amore-e-basta è una grande conquista culturale e antropologica.

In mezzo, per Baglioni, c’è stato l’allargamento alla sfera dem – no, allora era ancora Pds – con Fabio Fazio (“Anima mia”, 1997), l’understatement umanitario a Lampedusa, poche parole e tanta musica, fino all’ultimo tour trionfale con Gianni Morandi, alfiere insieme a lui del disimpegno diventato negli anni più autorevole della Costituzione. Quindi, quest’anno, è arrivato Sanremo. La “cura Fazio” è stata metabolizzata e superata: «[Al mio Festival] non ci saranno astronauti, sportivi, performance che non riguardino la parte musicale», ha dichiarato Baglioni alla conferenza stampa di presentazione. Gli è stato detto di fare il direttore artistico, e lui a quel ruolo ci ha creduto veramente. Baglioni conosce la musica: «Sono un compositore», ha ripetuto più volte davanti ai giornalisti. Un’altra amica, guardandolo celebrare la messa all’Ariston, raccontava: «Abita a Roma Nord, vicino ai miei, la sera si sente sempre la musica venire dalla sua villa, si mette lì con un sacco di gente e suona tutta la notte». Baglioni crede sinceramente che quello del Festival sia un palco dove arrangiare, armonizzare, sperimentare. Certo, va accettato il fatto che per sperimentazione si possa intendere l’impennata broccolino-operistica del Volo su “La vita è adesso”. Ma è pur sempre Sanremo, è pur sempre RaiUno.

«Le canzoni non devono essere belle», canta Jovanotti nell’ultimo singolo dell’ultimo disco. Quelle di Sanremo non lo sono da anni, a questo giro anche meno del solito (lo diciamo tutte le volte, già). Quelle di Baglioni sono bellissime, e lui lo sa. L’obolo che ogni ospite deve pagare quest’anno – ti faccio cantare il brano che hai in promozione solo se duetti insieme a me su una mia vecchia canzone – è la cosa più saggia che si potesse proporre a un festival della canzone italiana, qualunque cosa significhi oggi nel paese in cui, sui primi cinquanta pezzi più ascoltati in streaming, trenta sono di Sfera Ebbasta. L’unica mutazione possibile per Sanremo è diventare una grande macchina del tempo, un gigantesco karaoke collettivo, Nord e Sud, ricchi e poveri, colti e ignoranti. I dati del 2018 dicono che c’è un netto incremento dell’ascolto del Festival da parte dei laureati: poterono più i versi «Passerotto non andare via» dei monologhi di Saviano.

Tutt’attorno non c’è nient’altro. Ci si ripete quello che tutti già sappiamo da anni (quest’anno: Michelle Hunziker sa tenere il palco, Pierfrancesco Favino è tanto bravo) solo come forma di rassicurazione eterna, come giustificazione reciproca del fatto di essere ancora qui, come sempre e nonostante tutto. La festa continua e a un tratto diventa tutto chiaro: lo zio Claudio non è né buono né cattivo. È solo quello un po’ noioso, gli vuoi bene anche se non c’hai mai niente da dirgli, aspetti solo che si metta al pianoforte.

foto Getty Images
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