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Augustín Fernández Mallo e il “social network” della guerra

Intervista allo scrittore spagnolo, che ci racconta l'origine della sua Trilogia, le influenze di Sebald, Lynch e Dalì, e perché tutto quello che scrive è in realtà una poesia travestita.

25 Aprile 2022

È difficile trovare casi letterari simili a quello dello spagnolo Augustín Fernández Mallo. Poeta, romanziere ma al tempo stesso fisico nucleare, la sua ascesa è iniziata nel 2007, un anno dopo la pubblicazione del suo libro Il sogno della Nocilla (pubblicato in Italia da Neri Pozza), il primo di una trilogia che ha dato il via ad un ampio movimento letterario in patria, la cosiddetta Nocilla Generation. Paris Review indicherà Mallo tempo dopo come «il leader riluttante dell’avanguardia letteraria spagnola». Dopo esser passato sottotraccia nel nostro Paese, finalmente torna nelle librerie italiane con una nuova opera, Trilogia della guerra (2022, Utopia Editore, traduzione di Silvia Lavina), un romanzo surreale, visionario e ambizioso, quasi impossibile da sintetizzare, ma che racchiude tutti i principali temi dell’universo di Mallo. Temi come l’identità e la frammentazione del sé, l’appiattimento tra passato e presente, il ricordo di traumi in apparenza rimossi, il confine labile tra memoria, fiction e realtà, la connessione tra vivi e morti ma soprattutto l’associazione di temi all’apparenza distanti come un insieme di reti associative, un viaggio di tipo concettuale, mentale, che crea costanti digressioni, come tangenti impazzite. Gli stessi suoi personaggi si trovano in uno stato quasi allucinatorio, mentre scavano nei ricordi, nei residui della mente. Non a caso, Mallo è stato definito un narratore a metà tra David Lynch e W.G. Sebald (quest’ultimo apertamente citato nel libro). E poi, soprattutto, c’è l’eco delle guerre passate che arrivano fino ai giorni nostri, accomunando così il libro ad altri capolavori recenti, come 2666 di Bolaño o Zona di Enard, non tanto per la vicinanza di temi quanto per l’ambizione e il respiro dell’opera.

Prima di iniziare con Trilogia della guerra, volevo analizzare il tuo percorso di scrittore, che definirei atipico ma non meno affascinante. La tua formazione è avvenuta nel campo scientifico, hai studiato fisica fino a lavorare in un ospedale in medicina nucleare. Di pari passo hai iniziato a dedicarti alla scrittura pubblicando poesie. Che rapporto hanno avuto la fisica e la letteratura nel tuo lavoro? Questi due campi pensi abbiano dei punti di contatto?
Da sempre, fin da quando ero studente di fisica, ho pensato che ci fosse un’estetica, una bellezza, nelle scienze. Penso che le domande fondamentali siano le stesse nella scienza e nella poesia. Entrambi si interrogano sull’origine delle cose, della materia e dell’Universo. Il fatto che ogni disciplina poi utilizzi percorsi diversi non significa che non ci siano legami comuni. Quando, ad esempio, Newton si pone la grande domanda che cambia la storia dell’umanità, “perché cade la mela e non cade la luna?”, questa domanda avrebbe potuto essere formulata perfettamente anche da Eraclito o da Lucrezio. Inoltre, considero ridicola la separazione nelle università tra discipline umanistiche e quelle scientifiche, è come dire che la scienza non è fatta dagli umani ma dagli extraterrestri; le scienze sono anche umanistiche, certo che lo sono. In Italia c’è una grande tradizione di scrittori che si sono avvicinati alla scienza, penso per esempio a Italo Calvino.

Prima di pubblicare Trilogia della Guerra hai scritto anche diversi saggi, penso soprattutto alla Teoria Generale della Spazzatura e alla PostPoesia, che sono stati fondamentali poi per la scrittura del tuo ultimo libro. Ci puoi spiegare meglio in cosa consistono?
La Teoria Generale della Spazzatura (Teoría General de la Basura), la più recente, è molto ampia e filosofica e ha molto a che fare con la teoria dei sistemi complessi e il mio modo particolare di applicarla alle arti e alla letteratura. Una delle mie idee principali è che quando realizziamo le nostre opere non creiamo dall’eccellenza di chi ci ha preceduto ma dal residuo di chi ci ha preceduto. È come cambiare sguardo e vedere la storia della creazione artistica e scientifica da un punto di vista inverso, che cambia tutto. Cervantes, ad esempio, per scrivere Don Chisciotte, non guarda all’eccellenza dei libri cavallereschi che lo hanno preceduto, ma piuttosto ai residui dei libri cavallereschi che lo hanno preceduto, in tutte quelle cose che in passato erano state considerate come spazzatura, rifiuti. Cervantes prende tutti questi residui e costruisce un artefatto letterario che diventa un classico. Lo stesso fece Goya con Velázquez, Einstein con Newton, etc. Ci tengo a dire che l’eccellenza va conosciuta ma questo non basta, bisogna andare ad indagare i residui dell’eccellenza, la spazzatura che si era creata naturalmente. Tutto crea spazzatura, residui anche simbolici, ciò di cui stiamo parlando ora. In altre parole: la cosa più preziosa che una cultura del passato ci lascia, ciò che ci informa di più su di essa, sono le cose che ci lasciano involontariamente, la loro spazzatura. E questa idea si esprime anche nel romanzo Trilogia della guerra, sulla bocca di quel personaggio che vive a New York e che afferma di essere la reincarnazione odierna di Salvador Dalí.

Com’è nata l’idea di realizzare un trittico di storie come Trilogia della guerra?
Sono stato invitato a un congresso, sull’isola di San Simón, nel nord-ovest della Spagna, che aveva a che fare con Internet. Questo incontro aveva la particolarità che non avrebbe avuto un pubblico dal vivo, ma sarebbe stato trasmesso in diretta in tutto il mondo attraverso diversi social network, Twitter, Facebook, etc. D’altra parte, quell’isola ha avuto un passato molto drammatico, poiché nel 1937, durante la guerra civile spagnola, vi era situato un campo di concentramento. Per coincidenza, avevo un libro, intitolato Aillados (Isolati), in cui apparivano le foto dei prigionieri della guerra civile proprio in quell’isola, e l’ho messo in valigia per il viaggio. È successo così che appena ho messo piede sull’isola ho sentito il peso delle ossa e degli oggetti sotto i miei piedi, e tutto questo è stato intensificato dal fatto che i reparti del campo di concentramento erano ancora in piedi ed era lì che avevamo le nostre camere da letto. Così ho iniziato a fare qualcosa che all’inizio era un semplice gioco: cercare le posizioni delle foto che compaiono nel libro di Aillados, e provare a fare la stessa fotografia oggi con il mio smartphone. E poi capita che scatto la prima foto e la confronto con la foto originale di quel libro e sento un abisso tra le due: la mia, un’immagine solare, una foto che potrebbe essere quasi scambiata come un’immagine da un depliant turistico, e accanto a essa la stessa fotografia del 1937, con i prigionieri maschi che guardano in camera, sorridendo, molti dei quali sarebbero stati poi fucilati di lì a poco. E allora sento che sto calpestando lo stesso terreno che hanno calpestato loro ma al tempo stesso ci separa da un abisso. È come se tra le due foto ci fosse un immenso divario storico, narrativo e politico, che in quel momento volevo attraversare e non potevo. È stato allora che ho sentito la sensazione che i morti non sono mai completamente morti e che nemmeno i vivi sono completamente vivi, viviamo con loro nello stesso social network, che è il più grande network che sia mai esistito e che esisterà: quella rete che unisce i vivi con i morti. E così ho iniziato a scrivere, senza sapere con esattezza cosa fosse né quanto tempo avrei impiegato per scriverlo. La narrazione stessa mi ha portato ad altri scenari del pianeta e ad altre guerre, e così, dopo sei anni, ho visto che avevo tra le mani le 500 pagine della Trilogia della Guerra. Questo mi porta a pensare che tutti noi che siamo vivi siamo collegati attraverso questo “social network” a qualcuno che è morto in una guerra. Ecco perché c’è un verso del poeta spagnolo Carlos Oroza che si ripete in tutto il libro: «È un errore dare per scontato ciò che fu contemplato». Ed è importante perché lo applico proprio al caso dei morti, per insinuare che è un errore pensare che i morti siano completamente morti.

In diverse circostanze hai detto che in questo libro eri interessato al “lato B delle guerre”. Puoi spiegare meglio questo passaggio?
In generale, il libro affronta quello che potremmo chiamare il “lato B” delle guerre, i piccoli echi e le misteriose risonanze che guerre e conflitti producono nella nostra vita quotidiana. Ad esempio, mi interessa pensare al perché nei conflitti armati c’è una separazione tra guerre (che sono legali) e terrorismo (che è illegale), pensiamo a cosa sta succedendo in Ucraina, cosa impensabile fino a pochi anni fa, nessuno avrebbe potuto immaginarlo nell’Europa di oggi, e che secondo me ha a che fare con la sfortunata ascesa del nazionalismo, oppure pensiamo a come storicamente le guerre cambiano la loro maschera: per esempio, i conflitti economici che sorgono oggi quando i modelli del Nord e del Sud si confrontano, credo che non siano altro che la versione contemporanea dell’eterna guerra tra il Protestantesimo del Nord e il Cattolicesimo del Sud, cioè hanno, come quasi tutte le cose, un’origine nelle religioni che sostengono le diverse civiltà.

Nel tuo libro ricorre spesso il tema dell’isola, così come l’isolamento di alcuni personaggi, in controtendenza all’idea delle reti e delle connessioni infinite. Che cosa ti affascina di questo tema?
Penso che ogni isola sia sempre, in termini di fantasia, un’isola del tesoro, ha a che fare con le storie d’infanzia e la fantasia, il fulcro di tutta la narrativa e dei romanzi. Tutta la finzione solida deve essere in qualche modo fantastica, una fantasia che aggira la realtà, si eleva al di sopra di essa, la circonda e costruisce mondi paralleli ma sempre per tornare alla realtà, per descrivere qualcosa di reale, altrimenti sarebbe una fantasia sterile, ingenua, una fantasia inutile.

Una figura importante che viene  espressamente citata nel libro è W.G. Sebald. Cosa ti ha ispirato nella sua scrittura?
Mi ispiro al modo di Sebald di guardare i dettagli che nessuno aveva notato, dettagli domestici, senza importanza apparente, e da essi costruire un’intera storia collettiva. Come Proust si è concentrato sul gusto di una semplice madeleine per elaborare tutta la sua monumentale opera, così Sebald guarda un vaso di vetro che vede in una vetrina e da esso riemerge una storia recente, e sempre con punti di vista tangenziali, inaspettati. L’oggetto ritrovato che all’improvviso ti regala una sorta di epifania. E penso che sia quello che sono la letteratura e l’arte: andare dal particolare, dal dettaglio, verso il generale; e non il contrario, come sarebbe il caso della filosofia o delle scienze. Ma questo è in tutta la mia letteratura, anche prima di leggere Sebald. Così come l’uso della fotografia, che è anche in tutti i miei lavori ma non per l’influenza di Sebald ma per l’arte concettuale, come ad esempio nella Trilogia quando uso le immagini di Google Maps per rifare la passeggiata che Nietzsche compie a Torino, o in un altro libro precedente, quando l’ho fatto con la passeggiata dell’artista Robert Smithson a Passaic, nel New Jersey, cosa che in realtà ho fatto perché per me ha a che fare con il labirinto di Borges. Ma su questo per esempio c’è anche il cinema di David Lynch.

Oltre ad essere uno scrittore e un fisico sei un performer, e hai combinato varie passioni in altrettanti progetti artistici: penso alla musica, l’arrampicata (come quella vista nel fiordo di Skjolden in Norvegia per Wittgenstein, arquitecto), fino a realizzare un film dal tuo libro, Projecto Nocilla. Assomiglia quasi al percorso artistico di un grande personaggio spagnolo che citi nel libro, Salvador Dalì. Questa versatilità di generi vi accomuna? È stata un’influenza importante per te?
Beh, prima di tutto devo dire che tutto quello che dici a parte la letteratura (batteria, arrampicata, fare video, film, etc.) sono semplici hobby, la mia professione per 18 anni è stata la fisica e ora è scrivere, e tutto quello che faccio parallelamente in un modo o nell’altro finisce per contribuire alla scrittura. D’altra parte, mi piacciono quei giochi con la narrativa, mi interessa molto Dalí, non la sua arte ma i suoi libri, il Dalí scrittore. Hai già dato qui alcune chiavi e nomi delle mie influenze, ma devo anche dire che ci sono le influenze del postmodernismo americano. Anche se devo dire che la mia più grande influenza è la poesia, ho iniziato a scrivere poesie e lo faccio ancora e ritengo che tutti i miei romanzi siano poesie travestite da romanzi, e che anche i miei saggi siano poesie travestite da saggi. Quando scrivo un romanzo o un saggio, come quando scrivo poesie, parto da un’immagine che è metaforica e, a ben guardare, i miei romanzi avanzano a salti di metafore, non di sillogismi o di figure strettamente logiche. Sono molto interessato alla poesia mistica e astratta e molto poco alla poesia naturalistica o narrativa.

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