Il Presidente si rivolge ai «crazy bastards» iraniani, minacciandoli di scatenare un «living in Hell» se non «open the fuckin’ Strait»: persino tra i Repubblicani inizia a esserci una certa inquietudine.
Asghar Farhadi ha scritto una lettera in cui chiede a tutto il mondo del cinema di protestare contro Stati Uniti e Israele per quello che stanno facendo in Iran
«Al di là di qualsiasi convinzione o posizione, uniamoci per fermare queste azioni disumane, illegali e distruttive», ha scritto il regista.
«Invito artisti e cineasti di tutto il mondo a farsi sentire in questi giorni e ore cruciali, in ogni modo possibile, per fermare l’aggressione distruttiva che sta colpendo sempre più le infrastrutture civili»: si apre così la lettera con cui il regista iraniano Asghar Farhadi ha chiesto ai colleghi e alle colleghe di tutto il mondo di fare sentire la propria voce contro l’attacco alle infrastrutture civili iraniane minacciato da Donald Trump prima di siglare una tregua di due settimane con Teheran.
L’appello proviene da uno degli iraniani più famosi e influenti del mondo, in patria, in Europa e negli Stati Uniti. Farhadi ha vinto due volte il premio Oscar per il miglior film internazionale: nel 2011 con Una separazione e nel 2017 con Il cliente. Dal 2023 però il regista ha lasciato il suo Paese e si è trasferito in Europa, pur avendo sempre tenuto una posizione critica ma prudente nei confronti del regime iraniano. In passato ha espresso critiche sia contro le condanne giudiziarie inflitte ai colleghi Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof, testimoniando in tribunale a loro favore. Non è però nemmeno un ammiratore di Trump: Farhadi non si presentò alla cerimonia degli Oscar del 2017, durante il primo mandato da Presidente di Trump, per protestare contro il muslim ban imposto da quest’ultimo, il divieto di ingresso negli Stati Uniti deciso per i cittadini di Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Iraq.
Farhadi si scaglia contro la guerra mossa al suo Paese, soprattutto per gli attacchi che gli Stati Uniti e Israele hanno dimostrato – a parole e nei fatti – di essere pronti a eseguire ai danni di infrastrutture civili, attacchi che si configurano come crimini di guerra. A indurre il regista a lanciare il suo appello è stata la minaccia di Trump di bombardare tutti i ponti, le stazioni ferroviarie e le infrastrutture iraniane. Secondo Farhadi si tratta di un gesto spregevole, perché quelle stesse infrastrutture sono di tutti gli iraniani, anche di quelli che si oppongono al regime e che sostengono l’intervento militare degli Stati Uniti: distruggerle significherebbe peggiorarne la vita di milioni di persone, in un periodo già complicatissimo dal punto di vista economico e politico per l’Iran: «Le infrastrutture appartengono al popolo iraniano e servono a soddisfare le necessità fondamentali della vita quotidiana. La loro distruzione non è solo la distruzione di edifici: è un attacco alla vita e alla dignità umana», prosegue Farhadi. Il suo appello è stato tradotto e rilanciato da Variety «Attaccare le infrastrutture di un Paese è un crimine di guerra. Al di là di qualsiasi convinzione o posizione, uniamoci per fermare queste azioni disumane, illegali e distruttive».
Il termine, coniato dal Financial Times, si applica ad almeno dieci occasioni in cui Trump ha fatto grandi minacce per poi battere in veloce ritirata.
Anni di discussione sulla crisi climatica non sono serviti a convincerci. Ci è voluta il peggior disastro geopolitico della storia recente per ricordarci quanto fragile sia il mondo fondato su petrolio e gas. E quanto poco tempo gli resti.
Il Presidente si rivolge ai «crazy bastards» iraniani, minacciandoli di scatenare un «living in Hell» se non «open the fuckin’ Strait»: persino tra i Repubblicani inizia a esserci una certa inquietudine.
Il sindaco ha lasciato la carica dopo aver provato personalmente a risolvere la questione. Ma alla fine si è dovuto arrendere e ha parlato di «abbandono istituzionale».
Miyazaki, oltre alla sua firma, sul disegno ha lasciato anche un breve ma chiaro messaggio: «Insieme difendiamo la pace».