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Oltre 800 artisti hanno lanciato un appello per chiedere che la repressione delle proteste in Iran sia trattata come un crimine contro l’umanità

Tra i firmatari ci sono anche Shirin Neshat, Jafar Panahi Juliette Binoche, Marion Cotillard e Yorgos Lanthimos.

23 Gennaio 2026

Oltre 800 personalità del mondo della cultura hanno firmato una dichiarazione che chiede alla comunità internazionale di riconoscere la repressione in Iran come un crimine contro l’umanità. L’appello, pubblicato da IranWire, è stato sottoscritto da artisti iraniani che vivono in patria o in esilio, insieme a colleghi provenienti da tutto il resto del mondo. L’appello denuncia la violenza con cui il regime ha represso le proteste iniziata a fine dicembre 2025 e poi proseguite, crescendo giorno dopo giorno in partecipazione e intensità, a gennaio in tutto il Paese. Si tratta delle più grandi manifestazioni mai verificatesi dall’instaurazione della Repubblica islamica, più grandi anche di quelle del movimento “Donna, vita, libertà” del 2022.

Secondo i firmatari, il regime avrebbe represso le proteste sparando sulla folla durante le manifestazioni, con torture, sequestri, arresti di massa, e con l’ormai famigerato blackout totale di internet iniziato l’8 gennaio per limitare la circolazione delle informazioni e reprimere il dissenso. Indagini di diverse organizzazioni internazionali e indipendenti sostengono che le vittime accertate delle violenze del regime al momento sarebbero almeno tremila. Nel lettera firmata si legge: «Con rabbia, dolore e pe responsabilità morale, condanniamo i crimini della Repubblica Islamica contro i civili che protestano», aggiungendo che il silenzio della comunità internazionale equivale a complicità.

Tra i firmatari figurano personalità come Juliette Binoche, Marion Cotillard e Yorgos Lanthimos. Tra gli artisti iraniani compaiono Shirin Neshat e Jafar Panahi, che al rientro in patria dopo il tour promozionale per gli Oscar dovrà scontare una condanna a un anno di carcere per il solito crimine di cui il regime lo accusa da quando ha iniziato a fare film: essere un propagandista che vuole il male dell’Iran. L’appello invita governi, festival cinematografici e istituzioni culturali a prendere posizione, riconsiderare i rapporti con le istituzioni iraniane e sostenere gli iraniani che chiedono libertà e dignità, ricordando anche l’uccisione del giovane filmmaker Javad Ganji, avvenuta il 9 gennaio 2026.

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