L'attesa senza oggetto che racconta – quella di un nemico che non arriva, di un senso che non si materializza – non è mai stata così contemporanea. Rileggere il romanzo di Buzzati o rivedere il film d Zurlini oggi è un'esperienza rivelatrice.
Si è scoperto che una casetta in mezzo alle montagne vicino a Barcellona è in realtà un’opera di Antoni Gaudì
Giusto in tempo per la ricorrenza dei 100 anni dalla morte del grande architetto catalano.
Con un tempismo perfetto per il centenario della morte di Antoni Gaudí, avvenuta il 10 giugno 1926, all’età di 73 anni, un edificio modernista costruito tra le montagne a nord di Barcellona è stato confermato come opera sua.
Si chiama Xalet del Catllaràs, dista circa 130 km da Barcellona e fu realizzato nel 1905 su commissione di Eusebi Güell, mecenate di Gaudí per tutta la vita (sì, è lo stesso Güell di Park Güell e Palau Güell). Come si legge sul Guardian, l’imprenditore aveva bisogno di un posto dove ospitare un gruppo di ingegneri impegnati nello sviluppo di una miniera vicina.
Era un bel po’ che si sospettava che lo chalet, oggi inutilizzato, fosse opera di Gaudí, ma gli storici non avevano ancora confermato con certezza l’autore. In effetti l’edificio presenta elementi dello stile naturalista tipico dell’architetto, mentre la struttura ad arco acuto anticipa nientemeno che la Sagrada Família di Barcellona. L’analisi è stata condotta dal dipartimento catalano per il patrimonio, guidato dal presidente degli studi su Gaudí, Galdric Santana Roma. «Dopo molte ricerche abbiamo concluso che lo Xalet del Catllaràs è opera di Gaudí. Tuttavia, questa attribuzione si limita strettamente alle fasi iniziali del progetto, poiché Gaudí non supervisionò i lavori che non seguirono fedelmente il disegno originale», ha spiegato Santana, aggiungendo che il processo di certificazione di un’opera architettonica è molto diverso da quello di un dipinto e che le conoscenze acquisite nello studio dello chalet contribuiranno al miglioramento dello studio di altre opere attribuite a Gaudí.
L'attesa senza oggetto che racconta – quella di un nemico che non arriva, di un senso che non si materializza – non è mai stata così contemporanea. Rileggere il romanzo di Buzzati o rivedere il film d Zurlini oggi è un'esperienza rivelatrice.
Il nuovo disco della band di Damon Albarn è un'opera ricchissima in cui una miriade di armonie e voci scrivono un racconto che parla di vita, morte, lutto, accettazione e ripartenza. Con un messaggio a tenere assieme tutto: sopravvive solo chi si lascia andare.
Invece di celebrare per l'ennesima volta il funerale delle riviste indie, sarebbe più utile parlare di come gli algoritmi e la frammentazione del pubblico stiano trasformando il fare un giornale in un'impresa impossibile.
Chi chiamerà e confesserà avrà una corsia preferenziale per acquistare una versione in miniatura della sua opera "The Ninth Hour", quella che ritrae Papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite.