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22:23 giovedì 22 ottobre 2026
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Paul Mescal, Daisy Edgar Jones, Jonathan Glazer, Irvine Welsh, Tilda Swinton, i Kneecap e molti altri hanno firmato una lettera in difesa di Sally Rooney «Sally Rooney è una scrittrice, non una terrorista», inizia così la lettera pubblicata dopo che l'editore Faber ha ritirato i libri della scrittrice irlandese dai negozi del Regno Unito per via del suo sostegno a Palestine Action.
L’AI ha scoperto nel linguaggio su cui si regge il 70 per cento dei siti web una falla gravissima che era lì da 10 anni e di cui nessuno si era mai accorto Due vulnerabilità critiche in PHP permettono di prendere il controllo dei server senza autenticarsi. Adesso si tratta di correggerle prima che AI "cattive" ne approfittino.
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A quanto pare tanti uomini leggono romanzi romance, ma si vergognano a dirlo e lo fanno di nascosto Leggono Bridgerton e romantasy, ne parlano solo su Discord e chiedono l’anonimato. In Italia sono quasi uno su cinque nella fascia tra i 25 e i 54 anni.
Richard Linklater sta girando il suo film più ambizioso, così ambizioso che non sarà pronto prima del 2040 È un adattamento del musical Merrily We Roll Along di Stephen Sondheim e per il momento sono ne state girate tre parti su nove.
Il 50 per cento dei Gen Z dice che evita di ballare in pubblico per paura di essere ripreso e diventare virale Quasi un ragazzo della Gen Z su due evita di ballare in pubblico per paura di essere filmato e finire sui social. Lo dice un sondaggio di LifeStance Health, secondo cui la FOMO ha lasciato il posto alla paura di diventare content senza volerlo.
Dopo 188 anni si è finalmente scoperto il luogo in cui è stata scattata la prima fotografia della storia a ritrarre degli esseri umani Nel 1838 Louis Daguerre voleva fotografare un boulevard, ma sulla lastra rimasero impressi anche due sconosciuti: un lustrascarpe e il suo cliente. Quasi due secoli dopo, tre registi hanno ritrovato il punto esatto in cui si trovavano, e ora una targa li ricorda.

Alessio Cerci, la nuova ala

Il riscatto di un giocatore atipico dentro e fuori dal campo, e il gol-emblema che segna la messa in discussione dei compiti di chi gioca in fascia.

04 Novembre 2013

La cosa più bella di Alessio Cerci è stata un errore: palla a lui, attaccato alla riga laterale destra, testa alta a guardare i movimenti degli altri, poi sinistro carico, forte, teso dalla parte opposta. Cambio di gioco, dicono gli allenatori. Sessanta metri di lancio sulla corsa di un compagno che aveva visto solo lui, Alessio. Fuori dall’inquadratura della tv e fuori anche dalla visuale stretta di chi osserva solo il pallone. Cerci ha usato il grandangolo del cervello, facendo una giocata che non si vede spesso e che non ha capito neanche il compagno. Non l’ha capita perché era troppo, perché in quel momento nessuno avrebbe fatto quel cambio di gioco. Palla fuori dalla parte opposta. Un errore meraviglioso, ossimoro che spiega benissimo certe sfumature che nel pallone fanno la differenza tra uno forte e uno mediocre. Cerci appartiene ai primi. Gioca da fuoriclasse in una squadra che come fuoriclasse ha soltanto lui.  Passerà alla storia di questo campionato per essere stato quello che ha fermato per primo la Roma. Aggiungeranno il dettaglio succulento che l’ha fatto da romanista. Invece ha un sacco di altri meriti, a cominciare da quel lancio finito fuori che però ti riconcilia con il calcio. Fatelo, per capire. Oppure fatevelo raccontare: il cambio di gioco è difficile, ardito, coraggioso. È un colpo da regista, non da esterno.

Palla fuori dalla parte opposta. Un errore meraviglioso, ossimoro che spiega benissimo certe sfumature che nel pallone fanno la differenza tra uno forte e uno mediocre.

Ecco, Cerci è questo: un’ala completa, altra anomalia pallonara. Uno che sa fare tutto quello che deve fare chi gioca sulla fascia e poi il resto: lo scambio veloce, il lancio, il taglio in profondità, la sponda, l’inserimento. Tipo quello del gol, per intendersi. In sostanza è un esterno con colpi da centrocampista e da attaccante. Perfetto? Ovviamente no. Ma diverso, molto diverso. In Italia è unico così ed è tra i pochi anche all’estero. A David Silva, per esempio, mancano le giocate e i movimenti da punta. A Theo Walcott, altro esempio, manca invece tutta la parte da centrocampista. I paragoni servono a capire le differenze.  Cerci è un rimpianto di molti: chi non ha creduto in lui adesso deve pentirsi. Perché a Torino ha trovato l’identità: gioca, segna, fa segnare. Grande in una media.

Dicono: ma forse in un club più competitivo non sarebbe così determinante. Sicuri? Il passato ha detto questo, ma il passato: Roma e Fiorentina non sono andate, ma oggi sarebbe ancora così? La verità è che il suo essere diverso ha spaventato troppi direttori sportivi e troppi allenatori. Non abbastanza punta e non abbastanza centrocampista. Il fatto di essere quell’ala tipica e atipica allo stesso tempo non è stato capito per un po’ di anni. Ora che tutti hanno fame di esterni, Cerci è diventato il Panda da osservare e ammirare. I nostalgici lo vedono come l’erede di Bruno Conti. Tra i due c’è una generazione pallonara di vuoto, qualcosa che sta in mezzo e che in realtà è la vera ispirazione di Alessio. Perché quel vuoto era proprio il vuoto degli esterni che fanno gol: non ce ne erano per incapacità e per ossessione degli allenatori che a chi giocava sulla fascia dicevano soltanto di puntare il fondo. È per questo che per tutto un periodo, anche abbastanza lungo, i mancini giocavano a sinistra e i destrorsi a destra. Nessuno invertiva, nessuno giocava con il piede opposto alla fascia di competenza. L’ala era una specie di velocista che doveva stare in quella fascia di campo stretta più o meno come la corsia di una gara dei cento metri: la riga laterale da una parte, lo spazio del terzino dall’altra. L’ala giocava coi paraocchi: guarda dritto davanti a te, quando il campo è finito, allora crossa per gli attaccanti veri.

Ora che tutti hanno fame di esterni, Cerci è diventato il Panda da osservare e ammirare. I nostalgici lo vedono come l’erede di Bruno Conti.

Cerci ha invertito i piedi e lo schema. Non solo lui, ovviamente. Ma lui, oggi, è un simbolo: l’esterno offensivo, sì l’ala, gioca a destra se è mancino e a sinistra se è destrorso. Così ha due soluzioni: puntare il fondo o accentrarsi e calciare. Scoperta banale, ma molto funzionale. Ventura non è né Mourinho, né Conte, né Garcia, né Ancelotti, ma l’ha capito prima di altri. A Pisa prese questo ragazzino della primavera della Roma e gli disse di fare il terzo attaccante, quello di destra: dieci gol in 26 partite in serie B, a vent’anni. Tutti più o meno uguali: partenza dall’esterno, dribbling verso l’interno, tiro o a giro sul secondo palo o forte sul primo. È esattamente quello che ha fatto con la Roma nel primo tempo, con De Sanctis che ha deviato in corner.

I detrattori dicono:  fa sempre la stessa cosa. Vero, così come faceva Garrincha senza che nessuno riuscisse mai a prenderlo. Il dribbling non è solo sorpresa, è anche tempismo. Puoi fare lo stesso movimento, ma se lo fai nel momento giusto ti può riuscire sempre. A Cerci succede ora e non succedeva a Firenze. Per qualcuno quella è stata un’occasione sprecata. A chi glielo chiede, lui risponde di sì, che è vero, avrebbe potuto dare di più e prendere di più. Ha avuto bisogno di altro, per farcela. Cerci è il volto più noto di una serie di giocatori che seguono alcuni allenatori. I mister si spostano e chiedono come prima cosa di prendergli quel calciatore lì.  Palacio è arrivato così all’Inter: era il pupillo di Gasperini che lo mise come condizione per il suo trasferimento. Ecco, Cerci è il giocatore di Ventura: l’ha avuto a Pisa e l’avrebbe voluto al Bari per due anni di seguito. Si sono reincontrati a Torino, dove Cerci è arrivato con la fama di uno che crea problemi, con la storia di un carattere complicato e di un talento sostanzialmente mal utilizzato. Arrivava da una notorietà precoce, con quei soprannomi che sanno dare soltanto a Roma e dintorni: quando faceva le giovanili lo chiamavano il Thierry Henry di Valmontone. Un po’ ridicolo e un po’ sbagliato, perché con il francese c’entra pochissimo fisicamente e calcisticamente. Così è stata la storia: una promessa che stava per deludere s’è ritrovata a Torino, dove per molti avrebbe dovuto perdersi del tutto.

Il gol alla Roma è un emblema: ha sconfitto i fantasmi, perché bisogna ammazzare le proprie origini per trovare se stessi. Ovviamente Cerci s’era già ricreato l’anno scorso: otto gol e 35 partite da titolare. Tanto per un’ala, checché se ne possa dire o pensare. La nazionale è arrivata così, ma è come se fosse passato tutto sotto traccia. Sì, ok, e poi? La differenza tra chi lascia un segno e chi sorvola la propria esistenza e il proprio calcio. Quest’anno i gol sono otto di nuovo, ma dopo 11 giornate. Cerci è il talento che l’Italia pensava di non avere. Diverso da altro e da altri. Salta l’uomo, passa, tira, si fa buttare giù, tira le punizioni e i rigori. Poi il resto, appunto: la prossima volta quel lancio non sarà un errore. Sessanta metri di cambio di campo troveranno un compagno che capirà che cosa sta facendo quello lì dall’altra parte. Fuori dall’inquadratura, sempre. Sarà il miglior colpo della partita, comunque.

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