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Il presente eterno e scomposto di Taranto

In Fumo sulla città, da poco tornato in libreria grazie a Feltrinelli, Alessandro Leogrande racconta la storia recente di Taranto come monito e premonizione per il futuro d'Italia.

24 Ottobre 2022

Taranto è la città che non prende nessuna decisione e che subisce tutte le conseguenze. Le sue sorti sono sempre state decise lontano: dal trono imperiale di Costantinopoli, dal Consiglio dei ministri di Roma, dagli uffici milanesi di un gruppo siderurgico bresciano. Il destino di Taranto è sempre stato deciso da chi a Taranto non ha mai vissuto e talvolta non ci ha mai neanche messo piede. Dall’imperatore Niceforo II Foca che costruì le mura attorno alla città vecchia, dal Presidente del consiglio Francesco Crispi che ne fece il cantiere navale d’Italia, dal “Ragiunatt” Emilio Riva che la rese il polo siderurgico e oncologico d’Europa. È per questo che Alessandro Leogrande ha sempre parlato e scritto della priorità, per Taranto, per i tarantini, di «raccontare ciò che è accaduto. A patto che lo si faccia in un altro modo». Per Leogrande Taranto era la città dell’extraterritorialità: dove tutte le decisioni venivano prese fuori e tutte le conseguenze subite dentro. La priorità di raccontare ciò che è accaduto veniva dalla necessità di restituire a Taranto e ai tarantini la loro storia, cioè i loro cocci. Affinché, nel tentativo di rimetterli assieme, città e cittadini riuscissero finalmente a vedere la forma delle cose passate e magari a intuire quella delle cose future. D’altronde, il futuro altro non è che una correzione del passato: rifare quello che è già stato fatto «a patto che lo si faccia in un altro modo». Ma se le cose stanno così, che futuro può avere una città che ha sempre vissuto nella rimozione del passato – la più grave e pervicace forma di extraterritorialità – e dentro quello che Leogrande definiva un «presente eterno e scomposto»?

Il presente eterno e scomposto di Taranto si manifesta in cicli sempre identici e sempre tragici. Soprattutto, in storie popolate sempre dagli stessi mostri: la deindustrializzazione, la disoccupazione, l’antipolitica, l’immobilismo. L’inquinamento di una fabbrica siderurgica che si estende su una superficie che è due volte e mezzo quella della città. L’urbanizzazione demenziale di un paese di trentamila pescatori che in meno di cento anni è diventato una città industriale abitata da 240 mila tra tarantini, salentini, baresi, lucani, calabresi. Non a caso Fumo sulla città, il libro di Leogrande uscito nel 2013 per Fandango e tornato in libreria il 7 ottobre grazie a Feltrinelli, è soprattutto una storia di mostri. E in questa storia la parte del protagonista la fa Giancarlo Cito, titolo di studi geometra, ex missino espulso dal partito per intemperanze ed eccessi, professione sindaco di Taranto. L’epopea di Cito è una tappa obbligata nel racconto di Taranto per come lo intendeva Leogrande: «Un monito e una premonizione» per il resto del Paese (e non solo). Cito è stato Silvio Berlusconi, è stato Emilio Fede, è stato Beppe Grillo, è stato Marco Travaglio, è stato Massimo Giletti, tutti in uno e prima di tutti. Si fece eleggere sindaco nel ’93 a capo di una lista che si chiamava come la tv privata (AT6, Antenna Taranto 6) di sua proprietà dalla quale aveva brutalizzato tutti gli avversari, politici e non: i comunisti «di merda», i democristiani «ladri», i magistrati «cornuti», gli indistinti «farabutti» e i numerosissimi «cessi» che osavano mettersi contro di lui. Prima del ballottaggio in cui i tarantini lo scelsero come sindaco, passò ore e ore in piedi sul suo pulpito televisivo a insinuare «abitudini sessuali amorali» del suo avversario, il magistrato Minervini. Quest’ultimo era scapolo e la cosa a Cito non tornava. Quando si ritrovò sotto inchiesta per corruzione, cominciò a prendere di mira l’allora ministro degli Interni Vincenzo Scotti, storpiandone il cognome in scottex e ripetendo ad ogni occasione l’uso che lui faceva della famosa carta assorbente. Immaginò complotti e raccontò cospirazioni dei poteri forti ai suoi danni. Cito prese tangenti mascherandole da contratti pubblicitari con AT6 e passò la vigilia di Natale a casa di mafiosi latitanti. Eppure, grazie a quella extraterritorialità che tocca tutto della vita di Taranto e dei tarantini, non ha mai perso il consenso dell’elettorato. Nonostante condanne, incarcerazioni, interdizioni, Cito ha ottenuto spesso circa un quinto dei voti espressi dai tarantini. Ha avuto sempre la fortuna e il tempismo di arrivare al momento giusto del ciclo di rimozione collettiva: dopo il crollo del Pentapartito, dopo l’indecenza del dissesto da 800 milioni di euro causato dall’ultima giunta della fu Casa delle libertà. Cito arrivava sempre quando il presente si era già dimostrato peggiore e del suo passato si poteva dire: «Almeno lui ha messo le luci!», «Almeno lui ha sistemato le buche!». Il presente eterno e scomposto.

«Quando un movimento di protesta sconclusionato e da sempre privo di un reale progetto arriva al potere, la furia che lo contraddistingue poco alla volta rimane imbrigliata nella lentezza e nella complessità della macchina amministrativa», scrive Leogrande parlando di Cito e del citismo, ma sono parole che valgono per molto di quello a cui abbiamo assistito nelle ultime due legislature: Taranto come «monito e premonizione», appunto. Dal consenso perpetuo di Cito, perpetuo nonostante abbia governato la città solo per due anni, dal’93 al ’95, e si sia dimostrato sempre incapace – oltre che disinteressato – a risolvere i problemi di cui sopra, Leogrande prende spunto per spiegare i cicli sempre identici e sempre tragici nei quali la storia di Taranto si ripete. Di fronte a ostacoli insormontabili, alla lunga la mente è costretta a spostarsi dal desiderio di avanzamento al terrore dell’arretramento: non pretendo di stare meglio ma almeno di non stare peggio di adesso. È così che i cittadini di Taranto – dove il Pci prendeva il 40 per cento e i socialisti governavano, senza però mai riuscire a trasformare l’individualismo di quello che Walter Tobagi definì «il metalmezzadro» in coscienza proletaria – diventano conservatori: «Per uno strano scherzo del destino, […] aumenta la moderazione, la voglia di stare in mezzo. Le crisi al Sud non mettono in crisi la conservazione: la rafforzano, estendono le sue maglie ideali». Ed è così che persino un personaggio come Cito diventa rassicurante e una fabbrica come l’Ilva insuperabile. Vale per una città, per il Sud di un Paese, per il Paese intero. E ancora una volta, Leogrande si chiede: che futuro può avere una città – un Sud, un Paese – che ha sempre vissuto nella rimozione del passato e dentro un presente eterno e scomposto?

Forse Leogrande la risposta alla fine l’aveva trovata e l’ha scritta nelle ultime pagine di Fumo sulla città. Aveva trovato il futuro di Taranto nelle parole di Albinio Saluggia, il protagonista del Memoriale di Paolo Volponi. Il futuro di Taranto è di essere la culla di «Un uomo non più fatto a somiglianza di Dio; nella sua terra; ma più somigliante alle macchine e, addirittura, a una razza diversa». Nella città più industrializzata del Mezzogiorno, quella in cui è stata definita la dicotomia – lavoro o salute, lavoro contro salute, lavoro in cambio di salute – che definirà probabilmente moltissime vite sulla Terra nel vicino futuro, Leogrande aveva visto il futuro di tutto. Non a caso, subito dopo aver riportato quell’estratto del Memoriale, ammetteva di non essere riuscito poi a proseguire nella lettura del libro. «Non riesco ad andare avanti», scriveva. Perché l’idea di veder succedere ovunque quello che è successo e che succede a Taranto era per lui, e per chi sa, insopportabile. Eppure, è lui stesso a presentare la storia di Taranto a chi non sa come un monito e una premonizione. Non solo per il resto d’Italia, ma anche per l’Europa della recessione economica, per il mondo che scopre le conseguenze ambientali di due secoli d’industrializzazione. «Il terrore che la partita sia persa in partenza», lo chiamava lui. Il terrore dei nostri giorni. Il terrore che fa dire «non riesco ad andare avanti». Il terrore di Taranto.

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