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Per celebrare la memoria di Sam Neill i fan stanno comprando tutte le bottiglie del vino che Sam Neill produceva Two Paddocks, il vino che l'attore produceva in Nuova Zelanda, è passato dal 423° al 5° posto tra i vini più venduti del Paese, un aumento del 1828 per cento.
Un generale iraniano ha detto che l’Iran si bombarderà da solo pur di non farsi invadere e occupare dagli Usa Lo ha dichiarato alla tv di Stato iraniana il generale di brigata Mohammad Akrami-Nia, secondo il quale «questa è la logica della guerra».
Il Comune di Barcellona ha eliminato il bike sharing privato perché le persone abbandonavano sempre le bici in mezzo alla strada e non pagavano mai le multe Spariranno dalle strade 4500 bici delle flotte private. Ma resteranno 8 mila del servizio di bike sharing fornito dal Comune stesso.
Jennifer’s Body è diventato un film cult per la Gen Z ed è per questo che si è deciso di farne un sequel, con le stesse protagoniste dell’originale Le riprese del nuovo capitolo del film del 2009, con Megan Fox e Amanda Seyfried che ritornano ai ruoli di Jennifer e Needy, inizieranno a ottobre.
A Londra ci sarà la prima maratona corsa dentro un negozio Ikea Consiste nel fare 17 giri da un kilometro e mezzo. I posti disponibili sono 80 e non è ammesso il pubblico.
Sarà una coincidenza, ma negli USA durante i Mondiali si è registrato un grandissimo aumento delle richieste di giorni di malattia Il giorno dopo il Knockout Tuesday, la sconfitta negli ottavi di finale contro il Belgio, negli uffici c'era il 26 per cento di presenti in meno.
In Giappone hanno inventato i frigoriferi per tenere al fresco gli esseri umani durante le ondate di calore Costano 9 mila euro, all'interno c'è una sedia, la temperatura è a 15 gradi Celsius, quando ti siedi l'aria fresca viene soffiata verso testa, collo, spalle e schiena.
Il trend social del momento si chiama As Nolan Intended, cioè persone che guardano Odissea su dispositivi assurdi per prendere in giro Nolan e la sua fissazione con l’IMAX Sullo schermo di una lavatrice, su un Apple watch, su un Tamagotchi, sulla macchinetta obliteratrice del bus. Tutto pur di indispettire Nolan.

Stone Island, l’artigiano del vestire

In provincia di Modena, circondata da vigneti di Lambrusco e strade provinciali, sorge la sede di uno dei marchi più identitari della moda italiana. Il suo proprietario, Carlo Rivetti, ci ha spiegato che molto della nostra vita ha a che fare col vestirsi.

19 Giugno 2014

Andare a visitare la sede di Stone Island a Ravarino, in provincia di Modena, è come entrare in una sorta di parco giochi o museo di storia naturale (di storia naturale perché sono i più divertenti, per i bambini entusiasti). Ci si arriva attraverso un paesaggio pianeggiante, rustico, verde di vigneti di Lambrusco e alberi da frutta, soprattutto pulito, senza strutture sgraziate a interrompere la conversazione silenziosa tra terra e cielo. Anche gli stabilimenti di Stone Island sono parte del paesaggio: pacifici, inseriti con grazia da decine di anni a fianco all’uva e alle strade provinciali. Carlo Rivetti, “dentro” il marchio dal 1983, ossia da (quasi) tutta la sua vita (del marchio), proprietario dal 1993, mi viene incontro con un caffè e un pacchetto di Marlboro rosse.

Stone Island è un marchio tra i più storici, importanti e soprattutto identitari in Italia. Da trentadue anni è la migliore (e probabilmente unica nel suo genere) declinazione dello sportswear che non sia soltanto per lo sport, ma per quella che viene normalmente definita “vita di tutti i giorni”. Carlo ha dato centinaia di interviste in questi anni, e tra le domande che ho scritto durante il viaggio Milano-Modena ho cercato di escludere le più scontate. Inizio generico: cosa significa vestire le persone, con quali elementi culturali deve confrontarsi chi crea vestiti? «Vestirsi è una cosa talmente intima che va a lavorare con qualsiasi variabile della vita», dice all’inizio della lunga conversazione che avremo, bevendo caffè, fumando sigarette, camminando attorno al nuovo capannone appena ricostruito dopo il terremoto che ha colpito l’Emilia nel 2012 («non ci siamo fermati nemmeno un giorno» dice lui). Carlo prende la sua strada del racconto, una strada fatta di aneddoti, storie, confessioni divertite: «Perché io ho pensato che il futuro non sarebbe stato nell’abbigliamento formale ma nell’abbigliamento informale? Perché avevo visto i miei figli andare a scuola con quelle che la mia generazione chiamava le scarpe da tennis, oppure le scarpe da ginnastica. Le chiamavamo così semplicemente perché potevamo usarle per quello. L’abbigliamento parte sempre dalle scarpe! Quando un giovanotto comincia ad usare delle scarpe tecniche per la vita di tutti i giorni, cambierà di conseguenza anche il modo di vestirsi sopra. È inevitabile. Quindi, non voglio farne per forza una questione filosofica, ma da tutto puoi trarre ispirazioni».

Mentre entriamo nel laboratorio, che è un vero laboratorio scientifico, fatto di alambicchi, tinture, grosse macchine metalliche, misurini di vetro e contenitori di plastica riempiti di liquidi colorati (come vedete nelle foto), Carlo spiega ogni dettaglio: una è la macchina per provare la resistenza allo strappo, un’altra quella per provare l’impermeabilità, quelle vasche d’acciaio sono per la tinteggiatura di certi tessuti, gli alambicchi sono parti di formule scientifiche per creare i colori e i materiali che da sempre identificano Stone Island non solo come un brand di vestiti ma anche come un’avanguardia nella ricerca dell’abbigliamento.

Gli chiedo di quale innovazione è più orgoglioso: «È quella che abbiamo tirato fuori a metà anni ‘90, riuscire a tingere un capo in poliestere. Perché innanzitutto è stato un grande salto innovativo per la tecnologia tessile, la tintura sotto pressione ad alta temperatura. Ma anche perché è entusiasmante, perché ci ha aperto tutto un altro campo di ricerca, che è la tintura sulle fibre man-made, e non solo sulle fibre naturali; un salto logico formidabile». Anche chi ci lavora ha l’aspetto di un vero e proprio scienziato. Sono persone che conoscono ogni fibra, ogni tintura, ogni prototipo, esperimento e successo di Stone Island. «Molte delle persone che lavorano all’interno dell’azienda sono con noi da moltissimi anni. Sono loro i depositari veri del Dna del brand,» dice Carlo, «sono loro che se per un paio d’anni non riusciamo a fare innovazione tessile mi vengono a dire che si annoiano, che non vedono cose nuove. La spinta, la ricerca dell’innovazione, mi viene da dentro, dalle persone che lavorano qui».

Entriamo nell’archivio storico. Capi della prima, seconda, terza collezione disegnate da Massimo Osti nel 1982, ‘83, ‘84. Capi degli anni ‘90 con tessuti e colori non più intatti ma ancora più affascinanti, capi in fibra di bronzo, la prima Liquid Reflective Jacket, le collezioni di Paul Harvey (pietre miliari per la mia educazione estetica). Dal 2008 la direzione artistica del brand è in mano proprio a Carlo Rivetti e a uno stretto team di collaboratori.

«Abbiamo sempre cercato di capire come rendere Stone qualcosa di unico, e devo dire che abbiamo sempre mantenuto un grande rigore. Ti faccio un esempio: negli ultimi anni andavano molto le maglie con le losanghe. Mi viene chiesto di fare delle maglie con le losanghe. Ma se ci sono già le maglie fatte così sul mercato, è inutile che io faccia altre maglie con le losanghe! Anche perché quello che fa le maglie con le losanghe le fa meglio di me. Noi facciamo solo le maglie che può fare Stone Island. Non dobbiamo piacere a tutti, di conseguenza non dobbiamo dire cose che piacciano per forza a tutti. Dobbiamo dire qualcosa che piaccia a noi e poi trovare qualcuno in giro per il mondo che apprezzi le cose che raccontiamo».

Foto di Francesco Pizzo alla sede di Stone Island di Ravarino (MO).

Dal numero 20 di Studio, in edicola.

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