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22:29 domenica 24 maggio 2026
Su RaiPlay è stato pubblicato per la prima volta Sulla carta sono tutti eroi, uno speciale del 1984 dedicato ad Andrea Pazienza, con Andrea Pazienza La maniera perfetta per festeggiare il settantesimo anniversario della nascita di Paz: vederlo disegnare, parlare, raccontarsi, sorridere.
Sandra Hüller potrebbe stabilire un record che si credeva impossibile: essere candidata all’Oscar 4 volte, per 4 film diversi, nello stesso anno L'attrice potrebbe ricevere una nomination per tutti i film che ha fatto nel 2026: Fatherland, Rose, Project Hail Mary e Digger.
Il politico più popolare in India in questo momento è uno scarafaggio leader del Partito degli Scarafaggi Tutto è iniziato un po' per presa in giro un po' per protesta, ma in nemmeno una settimana il Cockroach Janta Party ha superato su Instagram il Bharatiya Janata Party del Premier Modi.
Una ricerca ha dimostrato che le civiltà non crollano per le catastrofi ma perché iniziano a consumare troppo, che è proprio quello che sta succedendo alla nostra civiltà I ricercatori hanno precisato anche che i futuri in cui ci salviamo non sono impossibili, ma «richiedono condizioni che non vediamo sulla Terra di oggi».
Non poteva che essere Michael Bay il regista del film sull’operazione Epic Fury di Trump in Iran Per l'occasione, il regista ha rimesso assieme la squadra con cui girò 13 Hours, altro notevole esempio di moderno film di propaganda.
SS26, il nuovo singolo di Charli XCX, non è né rock né dance: è moda E anche apocalisse: «Yeah we’re walking on a runway that goes straight to hell», canta Charli nel secondo singolo estratto dal suo nuovo album.
La Corte internazionale di giustizia ha stabilito che da ora in poi il diritto allo sciopero è protetto dal diritto internazionale In particolare, è tutelato dal trattato sulla libertà di associazione del 1948 dell'Organizzazione internazionale del lavoro, firmato da 158 Paesi.
Nel mondo ci sono così pochi ingegneri e ricercatori AI che le aziende di Big Tech li stanno pagando come le superstar dello sport Secondo le stime ce ne sono solo un centinaio in tutto il mondo. E in Silicon Valley sono disposti a spendere qualsiasi cifra per accaparrarseli.

Siamo ancora i re del glamour

La moda italiana celebrata al Victoria&Albert Museum con una mostra che ripercorre quasi 70 anni di stile. L'occasione per riflettere su una delle eccellenze nostrane. E per chiedersi: siamo ancora competitivi?

02 Aprile 2014

Uno degli episodi più tristi (e privi di senso: anche economico, non solo inteso come buon senso) riguardo alla moda italiana ha un nome e un cognome: Gianfranco Ferrè. Che poi sono il nome e il cognome di uno dei più grandi creatori di moda made in Italy, Gianfranco Ferrè appunto.

Se esistesse un bignami delle vicende economiche legate alla moda italiana – un settore il cui giro d’affari nel 2013 si è attestato sui 58,8 miliardi di euro – la vicenda verrebbe raccontata più o meno così: Gianfranco Ferrè, legnanese, classe 1944, laureato in architettura al Politecnico di Milano, nel 1978 fonda la propria maison: debutta con una linea di abiti da donna pret-a-porter, poi, forte del successo riscosso, amplia la propria offerta lanciando sul mercato la linea uomo, gli accessori, i profumi. Il talento di Ferrè è indiscusso, è apprezzato senza riserve a livello internazionale: a ulteriore riprova di ciò nel 1989, il couturier viene chiamato a dirigere una delle più importanti case di moda francesi, Christian Dior. Nel 2000 la maggioranza (90%) della Gianfranco Ferrè viene ceduta ad IT Holding di Tonino Perna, uno dei poli (apparentemente) più promettenti della moda made in Italy: l’obiettivo è quello di far crescere l’azienda attraverso l’iniezione di nuovi capitali, il lancio di nuove linee e licenze, l’internazionalizzazione.

Campagna pubblicitaria Gianfranco Ferrè, 1991. Fotografo: Gian Paolo Barbieri

Le cose vanno in modo diverso: nel 2007 Gianfranco Ferrè muore a causa di una emorragia cerebrale, all’improvviso; nel 2009 IT Holding viene messa sotto amministrazione controllata; nel 2012 Tonino Perna viene arrestato per reati fiscali, tra cui spicca la bancarotta fraudolenta. La maison Ferrè è l’ultimo asset del gruppo molisano ad essere venduto: ad acquistarlo è un gruppo di Dubai che si chiama Paris Group. Nonostante le promesse (tenere la produzione della prima linea, la Gianfranco Ferré, in Italia; investire nello sviluppo del brand) le cose, anche in questo caso, vanno in tutt’altro modo: a febbraio 2014 Paris Group, ha annunciato ai sindacati la chiusura delle attività dello stabilimento di Bologna, offrendo ai dipendenti rimasti tre mesi di stipendio come buonuscita. Di Gianfranco Ferrè dovrebbe sopravvivere (a questo punto il condizionale è d’obbligo) una seconda linea prodotta in licenza da un’altra azienda.

La vicenda è molto triste perché incarna appieno uno dei timori di chi legge le recenti (e meno recenti) cessioni di storiche aziende di moda italiane a gruppi stranieri (ne avevamo parlato qui). Timori a volte infondati, a volte (come nel caso della Gianfranco Ferrè) fondatissimi. Perché parlare del caso (che speriamo non si ripeta) Ferrè? Perché il 5 aprile al Victoria&Albert Museum di Londra si apre una mostra intitolata “The Glamour of Italian Fashion. 1945-2014” e uno degli stilisti meglio rappresentati durante questo appuntamento è proprio Gianfranco Ferrè che, ad oggi, rientra nella categoria “glamour del passato”. La mostra, però, ci aiuta a capire una cosa: all’estero l’Italia viene ancora ritenuta un paese leader nel settore moda, non solo in termini di numeri, ma anche di immagine. Siamo ancora glamour, dunque, in barba alle fughe e alle acquisizioni. La mostra ha tutta l’aria di essere interessante e, soprattutto, è un’importante specchio dell’evoluzione di cui la moda italiana è stata protagonista dal dopoguerra ad oggi. Ma, soprattutto, punta ad evidenziare gli elementi e i valori che hanno reso – e continuano a rendere – la moda italiana unica al mondo: il know-how nella produzione tessile; l’impiego e la lavorazione di materiali pregiati; la specializzazione dei distretti regionali ciascuno in un segmento produttivo. E, dulcis in fundo, l’essere al contempo un bacino di produzione di moda maschile e femminile di altissimo livello

Nella foto: la prima sfilata presso la Sala Bianca (Archivio Giorgini)

In mostra ci saranno – fino al 27 luglio 2014 – circa 100 tra capi e accessori realizzati da alcuni tra i più famosi creativi italiani, di ieri e di oggi. I nomi spaziano dalle Sorelle Fontana, il cui atelier romano rappresentò la vera e propria culla della moda italiana nel secondo dopoguerra, a Pier Paolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri che, dopo l’addio del fondatore, hanno preso in mano (con successo) le redini della maison; da Mila Schön, amatissima dalla borghesia milanese (e non solo) a Fausto Puglisi, giovane stilista siciliano amatissimo da star hollywoodiane e pop star celeberrime del calibro di Madonna. E, ancora: Dolce&Gabbana, Giorgio Armani, Missoni, Prada, Emilio Pucci, Versace, Fendi, Gucci e il giovane (e molto apprezzato) Giambattista Valli.

L’obiettivo della mostra è quello di raccontare in che modo il glamour italiano è stato percepito all’estero a partire dagli anni Quaranta ad oggi, dalla prima sfilata ufficiale di moda italiana – che si è tenuta a Firenze, nella Sala Bianca nei primi anni Cinquanta – fino ai film girati a Cinecittà e diventati celebri a Hollywood. Ma anche quali sono le basi fondanti di questo glamour: le imprese, prima di tutto. Così l’allestimento, oltre agli abiti e agli accessori che di questo know how radicato sono il prodotto, comprende anche una mappa digitale che permette di visualizzare i principali network produttivi sul territorio nazionale. Reti di piccole imprese e laboratori che rappresentano uno dei valori aggiunti della produzione made in Italy e che servono anche i grossi gruppi del lusso internazionale mantenendo alto il livello di competitività del Paese.

Elizabeth Taylor indossa i gioielli Bulgari ad una festa in maschera presso l’ Hotel Ca’ Rezzonico, 1967

Da notare che il principale sponsor della mostra è Bulgari, storico marchio italiano di gioielleria che nel 2011 è stato acquistato da LVMH per 4,3 miliardi di euro. La storica maison romana oggi rappresenta la punta di diamante del gruppo LVMH quando si parla di gioielleria e orologeria di altagamma. Una delle cosiddette maison in fuga (o, meglio, fuggite) che non perdono occasione per promuovere l’artigianalità italiana come valore economico e non solo nel mondo. Non tutto è perduto, quindi. Non tutto si va perdendo. E possiamo ancora definirci i re del glamour. Senza perdere di vista episodi negativi come il caso Ferrè, per evitare che la supremazia italiana nel settore moda venga ridotta alla stregua di una grandeur passata.

Nella foto d’apertura: Valentino posa tra le sue modelle vicino alla Fontana di Trevi. Roma, luglio 1967. Photo Credit: [The Art Archive / Mondadori Portfolio / Marisa Rastellini]

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