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Sulle Dolomiti quest’anno ci sono davvero tutti, pure Timothée Chalamet Assieme a suo padre Marc, compagno di un'escursione che l'attore ha dettagliatamente raccontato in un post Instagram.
Il governo israeliano vuole revocare la cittadinanza ai registi di NAZA, Yuval Abraham e Rachel Szor, per alto tradimento Vincitori del Premio speciale della giuria a Venezia, i due si sono ritrovati accusati dal Ministro della Cultura Miki Zohar.
Da gennaio la Svezia dà un “sussidio di rimpatrio” alle persone immigrate per andarsene via dal Paese, ma finora non lo ha richiesto praticamente nessuno Il programma è partito a inizio 2026. Finora ci hanno aderito soltanto 171 persone in tutta la Svezia. I cittadini stranieri sono più di due milioni, un quinto della popolazione totale.
C’è un videogioco in cui vivi le poche gioie e i tanti dolori di un dipendente di una piccola casa editrice indipendente Si chiama Small Press Tycoon, tutte le cose che si dicono e si vedono nel gioco fanno molto ridere perché, chi lavora nell'editoria indipendente può confermare, sono molto vere.
Secondo uno dei capi della sicurezza di Anthropic, «c’è il 10 per centro di probabilità che l’AI ci uccida tutti entro questo decennio» L'ennesimo dirigente di un'azienda AI che dice che le aziende AI stanno per far succedere qualcosa di grave. Senza che nessuno intervenga per fermarle.
Da oggi è disponibile in streaming La Superviviente, un incredibile documentario sulla donna che si inventò di essere una sopravvissuta all’11 settembre Diretto da Kike Maíllo, racconta la storia Alicia Esteve, che per sei anni finse di essere la sopravvissuta Tania Head. Finse tanto bene da diventare la presidente dell'Associazione dei sopravvissuti del World Trade Center.
Queste parole pronunciate nel 1979 da Emma Bonino sull’ipocrisia degli antiabortisti non sono mai state così attuali e così vere «Sono contro l'aborto, dicono. Però contro l'aborto clandestino nessuno faceva assolutamente niente», disse, in una storica puntata di Acquario di Maurizio Costanzo, andata in onda nel 1979 e disponibile su RaiPlay.
Che siano un record o meno poco importa, i 25 minuti di applausi per NAZA sono il momento più importante di questa Mostra del Cinema È l'unico documentario in concorso, il titolo è un acronimo militare israeliano che indica i civili che si prevede moriranno in un attacco e lo hanno realizzato due dei registi di No Other Land.

Tel Aviv

Spesso accusata dal resto di Israele di essere menefreghista, una "bolla" estranea al conflitto, la città ora è sotto il tiro dei razzi palestinesi. Ma resta sempre Tel Aviv.

20 Novembre 2012

In un tempo non troppo lontano alcuni studenti del Sapir College, un ateneo di Sderot, nel Sud di Israele, avevano lanciato una provocazione. Diffondendo su internet il video di una simulazione a computer che, secondo loro, raffigurava l’inimmaginabile: cosa succederebbe se un razzo palestinese colpisse Tel Aviv? Di quel video su YouTube oggi non c’è più traccia e il sito del progetto che lo ha lanciato (merhak.com) non esiste più, ma lo potete ancora vedere qui perché – sia benedetto lo sciovinismo francese – France24 lo ha caricato sulla sua piattaforma.

Bisogna capire il contesto: si era nel gennaio del 2009 e la parte meridionale del paese – cittadine come Sderot, Ashkelon, i kibbutz nel deserto del Negev, ma anche un centro urbano più grande come Beersheva – si trovavano da otto anni sotto il fuoco dei razzi palestinesi, in quella che essi percepivano, a torto o a ragione, come l’indifferenza generale del “resto di Israele”. Nell’agosto del 2005 Israele si era ritirata dalla Striscia di Gaza, correndo il rischio di esporre maggiormente le zone confinanti a questo tipo di attacchi, e soltanto nel dicembre del 2008 aveva lanciato l’Operazione Piombo Fuso, che ha mietuto più di mille vittime tra i palestinesi.

Quel video degli studenti di Sderot era arrivato nel pieno della Prima Guerra di Gaza, e pareva una risposta non poi così velata a quegli intellettuali di sinistra, prevalentemente domiciliati a Tel Aviv, che si opponevano all’operazione militare: facile essere contrari alla guerra, quando non siete voi a beccarvi i bombardamenti. Noi invece sono otto anni che siamo sotto tiro, e se i nostri rispondono siamo soltanto contenti…

In questi giorni si combatte una nuova guerra tra Gaza e Israele – e, storia ormai arcinota, i razzi palestinesi stanno cadendo anche su Tel Aviv. “La Bolla è esplosa” è stato uno dei commenti più diffusi, in Israele ma anche all’estero, un riferimento esplicito alla fama di città gaudente e spensierata (alcuni direbbero: menefreghista) che si è fatta Tel Aviv e che le è valsa, appunto, il soprannome di “la bolla”. Nomignolo in realtà accettato e amato dagli stessi telavivim, tanto che “The Bubble” è il titolo di un film di Eytan Fox, un bellissimo, per quanto a tratti adolescenziale, tributo alla “città bianca.”

“Adesso anche gli abitanti di Tel Aviv hanno un assaggio di come si sentono gli abitanti del Sud di Israele da molti anni, e non è una cosa negativa,” ha dichiarato un giovane manager intervistato dall’Associated Press: lui vive a Tel Aviv ma, è lecito supporre, in qualche modo simpatizza a quei residenti di Beersheva e Sderot che sostengono di essersi sentiti abbandonati dal governo e ignorati dalla gaudente bolla.

Ora, su una cosa gli abitanti del Sud di Israele hanno ragione da vendere: salvo escalation notevoli, come quella che ha preceduto la recente campagna dell’esercito israeliano, il lancio di razzi palestinesi sulle cittadine meridionali è quasi completamente ignorato dalla stampa e dal governo. È una cosa che si dà per scontata, che non fa notizia, tanto-non-ci-si-può-fare-niente. Riceve ancora meno attenzione dei lanci di razzi (in questo caso libanesi) sulla Galilea, figuriamoci di quello che succede a Tel Aviv. Io me lo spiego con il fatto che il Sud di Israele è una zona – eufemismi a parte – sfigata, tutta deserto, pietraie e “città di sviluppo” dove vivono poveracci immigrati dall’ex Unione Sovietica. Mentre il Nord del Paese è una regione prospera e verdeggiante, ultimamente colonizzata da giovane coppie di telavivim fuggite dalla città (a questo proposito: una conoscente sostiene che prima della gentrificazione della Galilea, nessuno si filava manco quella, ma onestamente non saprei…). Un’altra spiegazione, più politica, è che le milizie libanesi sono molto meglio armate e combattive dei loro colleghi palestinesi, dunque quando cominciano a piovere i razzi da Nord c’è motivo di temere che segua di peggio. In ogni caso, il risultato non cambia: è vero che gli abitanti del Sud sono (relativamente) ignorati dal resto del paese, e dunque hanno tutte le ragioni di risentirsi, di dire vorremmo vedere se i razzi cadessero a Tel Aviv, non a Sderot…

Detto questo, quando si passa all’attaccare Tel Aviv, ad accusare i suoi abitanti, lontani-dai-razzi-e-di-conseguenza-indifferenti-alle-sofferenze-altrui, di essere responsabili del relativo stato di abbandono in cui si è di fatto il Sud… be’, qui si prende una cantonata madornale.

È vero, i telavivim sono un po’ menefreghisti. Nel senso che vanno avanti, con i fatti loro, con gli affari e con la movida, indipendentemente da guerre e/o attentati, nel senso che se ne fregano del conflitto – e poco importa se questo conflitto si gioca dentro o fuori la loro città. Tel Aviv è stata bombardata da Saddam nel 1991, è stata scossa da una ondata di attentati suicidi nel 1996 e martoriata dalla Seconda Intifada nei primi anni Duemila. Qualcuno ricorderà la discoteca Dolphinarium ridotta in macerie dall’attentato che ha ucciso 17 ragazzini nel 2001. Conosco ragazzi di Tel Aviv che hanno combattuto la Prima (nella fase finale, 2000) e la Seconda Guerra del Libano (2006).

Non è vero che Tel Aviv è immune dalla guerra. Solo che i telavivim restano gente gaudente, hanno quell’attitudine del chissene che si riconosce lontano un miglio – sarà un tratto cittadino, o l’abitudine.

Più probabilmente è solo un meccanismo difensivo, una strategia di sopravvivenza.

(Photo by Uriel Sinai/Getty Images)

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