«Sono contro l'aborto, dicono. Però contro l'aborto clandestino nessuno faceva assolutamente niente», disse, in una storica puntata di Acquario di Maurizio Costanzo, andata in onda nel 1979 e disponibile su RaiPlay.
Da gennaio la Svezia dà un “sussidio di rimpatrio” alle persone immigrate per andarsene via dal Paese, ma finora non lo ha richiesto praticamente nessuno
Il programma è partito a inizio 2026. Finora ci hanno aderito soltanto 171 persone in tutta la Svezia. I cittadini stranieri sono più di due milioni, un quinto della popolazione totale.
Sugli autobus di Stoccolma, a luglio, è comparsa una scritta che chiedeva «ti manca Mogadiscio?» e informava che il sussidio di rimpatrio poteva aiutare a lenire questo dolore. La campagna era rivolta agli immigrati somali e promuoveva il programma che dall’inizio del 2026 offre, a chi ha un permesso di soggiorno extra UE, fino a 350 mila corone svedesi, circa 31 mila euro, per lasciare il Paese. Il budget è di 1,3 miliardi di corone (circa 116 milioni di euro) e il governo lo ha pubblicizzato sui propri siti in più lingue. «Migliorare il rimpatrio è una priorità nell’agenda del mio governo» ha detto il primo ministro Ulf Kristersson. Nel 2015 la Svezia aveva accolto 163.000 richiedenti asilo, il secondo dato pro capite più alto in Europa. Nel 2025 quel numero era sceso del 96 per cento.
Finora, quest’anno hanno accettato in 171. I Democratici Svedesi (partito di destra, secondo più grande partito della coalizione di governo composta da Moderati e Liberali) vogliono comunque allargare l’offerta alle persone immigrate che hanno già la cittadinanza svedese, a patto che accettino di rinunciarci. Come scrive l’Independent, è lì che secondo il responsabile per l’immigrazione del partito, Ludvig Aspling, stanno i numeri più alti, e si riferisce a chi fatica a mantenersi e parla poco svedese. Nel frattempo, il Paese ha smesso di concedere permessi di soggiorno permanenti e obbliga tutti i cittadini stranieri a rifare domanda ogni tre anni. Ad agosto la Svezia ha tenuto i primi “test di cittadinanza”, in un centro congressi di Stoccolma dove 900 persone hanno risposto a domande sulla storia e le leggi del Paese, compreso l’ordine di successione alla corona e le origini festa di mezza estate (sì, midsommar, come il film di Ari Aster, ma speriamo che chi ha fatto il test non si sia preparato studiando quello). Il Ministro dell’Immigrazione Johan Forssell sostiene che servono a sottolineare il valore della cittadinanza e a far passare il messaggo che con essa arrivano diritti ma anche doveri.
A Satra, quartiere operaio di Stoccolma, in un centro sociale una decina di immigrati si trovano per bere un caffè e fare pratica con lo svedese. C’è una donna sudanese, due persone che vengono dalle zone dell’Ucraina occupate dalla Russia, una che è scappata dai talebani, un dissidente cinese. Del sussidio hanno sentito parlare tutti e non interessa a nessuno. «Voglio la libertà, poter lavorare e vivere una bella vita» dice Elena Ibrahim, quarantadue anni, arrivata dal Sudan otto anni fa in fuga dall’ex marito e dall’oppressione religiosa, oggi risposata e artista. Mahmoud Khalfi, imam della moschea di Stoccolma, la più grande del Paese, osserva che chi ha davvero un’alternativa sono i medici e i professori, che possono andare a Londra o a Dubai, mentre chi ha meno istruzione non ha scelta. Il 13 settembre si vota, e in un paese di 10,6 milioni di abitanti dove due milioni sono nati all’estero i sondaggi danno il governo di centrodestra e il centrosinistra praticamente pari.