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Quella volta in cui chiesero alla neo Premio Nobel Anne Carson che libri nuovi stesse leggendo e lei rispose che non legge libri nuovi ma solo «libri usciti nel 500 a.C.» E non a caso ha vinto il Nobel per la Letteratura (anche) per il modo in cui è riuscita a costruire «un dialogo giocoso con la tradizione classica».
Maricarmen Abascal è morta a 87 anni in una stanza d’ospedale. Ha passato gli ultimi sei anni della sua vita a lottare per non essere sfrattata dalla sua casa Ci era entrata nel 1956, con il padre e la madre, e aveva sempre pagato l'affitto. Quando le dissero che doveva andarsene, rispose che avrebbe lottato fino alla fine.
Due creator hanno lanciato una app per scoprire tutti i posti strani e inquietanti del mondo prima che spariscano per sempre «Siamo gemelli e vi aiutiamo a trovare destinazioni strane e sconosciute», così i creator Bodhi e Kai hanno presentato Deep Spot, «la mappa più figa del pianeta».
Un rarissimo uccello che vive solo sull’Himalaya è stato costretto a cambiare cinguettio perché non riusciva più a farsi sentire dai suoi simili per colpa del rumore causato dai turisti L'uccello si chiama monal, detto anche fagiano himalayano, e i turisti gli stanno rovinando la vita: per colpa loro si è dovuto pure trasferire in alta quota.
La Svezia ha fatto uno spot per invitare tutti gli introversi del mondo a fare le vacanze in Svezia, promettendo che lì nessuno li disturberà mai per nessuna ragione Tanto che l'Agenzia Nazionale del Turismo svedese ha fatto uno spot rivolto esclusivamente a loro.
L’associazione delle biblioteche americane ha stilato una lista dei libri più censurati di questo millennio e dentro ci sono dei titoli piuttosto sorprendenti Accanto alle prevedibili Harper Lee e Maya Angelou ci sono anche graphic novel, libri per bambini, Sarah J. Maas e Gossip Girl.
Il sindaco di Saint-Denis Bally Bagayoko è sceso in piazza con gli studenti francesi e li ha protetti dalle cariche della polizia Ma non è un caso isolato, il suo: vista la violenta repressione, sono tanti gli adulti che stanno proteggendo, con il loro corpo, i manifestanti.
Una ricerca internazionale ha dimostrato che c’è un sensibile aumento dei tumori in età giovanile In questo aumento c'entrano obesità, alimentazione scorretta, poca attività fisica, alcol, fumo e inquinamento, ma anche l'aumento di prevenzione ed esami specialistici.

Idee confuse

Studiare per trovare lavoro o studiare ciò che si ama? Sognare o accettare un ripiego? In Italia c'è un'ipocrisia di fondo, di cui l'università è complice.

31 Ottobre 2012

C’è una scena, nel cinema semi-recente italiano, che racconta più di quanto non vorrebbe raccontare. Un padre, classico tizio represso-calpestato-frustrato-derubato, fa un cazziatone al figlio, un abulico ventiduenne vergine che non riesce (o non vuole) trovarsi un lavoro: «Non sei voluto diventare comunista e non c’hai neppure voglia di fare i soldi, ma che bestia saresti?» (se v’interessa: dal minuto 5:05).

Il film è “Tutti Giù Per Terra” (1997), con Valerio Mastrandrea, tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Culicchia. Meglio noto per questa chicca e per altri cliché spaccati su rapporti di classe e incomprensioni inter-generazionali («Diplomato in Ragioneria e adesso studia Filosofia? Le faccio una domandina facile facile»; «Dice che ha ucciso suo padre perché non capiva Nietzsche: i giovani d’oggi farebbero qualsiasi cosa per un cantante rock»), “Tutti Giù Per Terra” trasuda da tutti i pori gli anni Novanta, dalla fotografia alla scelta dei CSI come comparse d’eccezione, passando per una rappresentazione facilotta, ma a tratti calzante, dell’alienazione. Eppure c’è qualcosa, nel tema e nel mood, che fa molto primi anni Duemila – qualcosa che, per intenderci, ricorda “Tutta la Vita Davanti” e “Volevo solo dormirle addosso”, più che “Ovosodo” o “La guerra degli Antò” (sì stiamo parlando di quel tipo di film – ma, tranquilli, mi fermo qui).

Il fatto è che “Tutti Giù Per Terra” parlava di bamboccioni (vedere anche le voci: “sfigati” e “choosy”) prima che parlare dei bamboccioni divenisse lo sport nazionale. Tenta di fare, con tutti i limiti del caso, un affresco del complesso rapporto tra il non trovare un lavoro e non volerselo cercare, tra un mondo “adulto” che pare allergico ai giovani e una schiera di semi-giovani che non sembrano interessati a diventare adulti, tra un sistema economico dove non sempre le competenze pagano e una generazione che certe competenze non se l’è procurate – e tutto questo prima che “come mai i giovani italiani non lavorano” divenisse la domanda. [parentesi: mentre scrivo sto tentando di convincermi che la parola “giovane” possa essere utilizzata per descrivere qualcuno nato prima del 1985. Mi fa sentire meglio].

Rivista oggi, e nella mia personalissima percezione, quella scena «non sei voluto diventare comunista e non c’hai neppure voglia di fare i soldi» descrive una generazione – una certa parte di quell’Italia che va tra i 25 abbondanti e i qualcosa in più dei trenta – molto meglio del dibattito che si scatena ciclicamente in questo paese, ogni volta che un politico accusa i giovvani di non volere lavorare e un sacco di gente giovane e meno giovane gli risponde indignata che il lavoro non c’è. Se l’accusa è “non andare a vivere da soli” (risposta: “affitti alti, stipendi bassi”), o “laurearsi in ritardo” (“ma le borse di studio mancano, e una volta fuori il lavoro non c’è”), la sostanza non cambia: è sempre lo stesso dibattito, destinato a riproporsi ogni anno con sfumature diverse.

Veniamo all’edizione più recente. Quella in cui il ministro Fornero dice: «È uno dei parametri per il dinamismo del mercato del lavoro. I giovani escono dalla scuola e devono trovare un’occupazione. Devono anche non essere troppo choosy, come dicono gli inglesi. Lo dicevo sempre ai miei studenti: prenda la prima e poi da dentro lei si guarda intorno. Bisogna però entrare nel mondo del lavoro, subito, e non pensare che ci sia sempre un’offerta migliore. Adesso non è più così, con un mercato così debole. Però abbiamo visto tutti laureati che stavano in attesa del posto ideale». Come da copione, sono arrivate le reazioni indignate. E, come da copione, il ministro ha rettificato, spiegando che si riferiva a una «situazione precedente» e non a quella odierna, visto che «oggi i giovani italiani prendono qualsiasi lavoro».

Ora, nell’intero balletto più di una cosa non quadra – a cominciare dal fatto che Fornero l’aveva detto fin da subito che i choosy erano un problema del passato, e chi ha ascoltato il discorso lo sa… d’altro canto però non si capisce perché, se era una questione archiviata, lei sentisse tanto il bisogno di parlarne – ma non è questo il punto più grave. Infelice o meno, l’uscita del ministro ha toccato un nodo importante con cui in molti semi-giovani devono scontrarsi, ma di cui, in Italia più che altrove, si tende a non parlare: la nozione di lavoro come ripiego. Quel momento della tua vita in cui ti rendi conto di non essere David Foster Wallace, che non hai alcuna chance di diventare un astronauta, o anche solo che al momento non c’è offerta di lavoro per il campo in cui hai studiato – e devi pensare a come tirare a campare.

Il rapporto tra sogni quasi-infantili e realtà nel mondo del lavoro (credo la sintesi sana sia: “ambizioni lavorative realistiche”, facile a dirsi) non è mai semplice, da nessuna parte e indipendentemente dalla congiuntura economica. La mia impressione però è che in Italia davanti a questo tema ci sia un’ipocrisia di fondo, che in tempi di crisi sta diventando insostenibile e di cui il sistema universitario è in parte complice.

Per dirla in breve, in un mondo razionale esistono due ragioni per cui sceglie un indirizzo di laurea: perché gli piace la materia (un esempio tra mille: filosofia), o perché pensa che offra buone prospettive di lavoro (un esempio fra molti: ingegneria o medicina). Certo di queste due varianti esistono molteplici combinazioni – si potrebbe fare notare che, in quanto ferrato nelle capacità analitiche, un laureato in filosofia non ha cattive possibilità di trovare lavoro, che c’è molta gente che studia ingegneria e gli piace, e la sola idea che qualcuno studi medicina e pratichi la professione medica senza amare l’idea di guarire l’uomo mi fa accapponare la pelle – ma pur sempre di due varianti si tratta: appagamento intellettuale e prospettive economiche.

Esiste però in Italia una terza categoria, che in mancanza di un termine migliore potremmo chiamare il semi-ripiego-preventivo, che consiste in una fusione maldestra del principio della gratificazione con quello del realismo, e che in genere finisce per deludere entrambi. Quella mentalità, per intenderci, che ti spinge a laurearti in una materia umanistica, che non ti piace più di tanto, ma che consideri sopportabile e che ti dà l’illusione di essere più spendibile sul mercato. Una scelta che, incidentalmente, raramente è preceduta da una ricerca su che cosa effettivamente tiri nel mondo del lavoro – bastava fidarsi delle descrizioni sui siti o le brossure dell’ateneo, che magari parlano di “figure professionali”.

Colpa dei ragazzi, forse, e dei loro genitori, che non si fanno un discorso onesto sul che cosa vogliono fare e che cosa pensano di potere fare da grandi, ma anche delle università che ci marciano. Il risultato è un plotone di ragazzi ed ex ragazzi che non hanno in tasca una laurea spendibile ma neppure hanno la soddisfazione di avere studiato, be’, per il gusto di studiare (che, dopotutto, è una bella cosa). Gente che studia partendo dall’idea di lavoro come ripiego, e che poi si ritrova a scoprire che quel ripiego manco c’è. Gente che, come il protagonista di quel film anni Novanta, non ha ben chiaro se vuole stare al di fuori dal sistema capitalista (scelta legittima, se consapevole) o rimboccarsi el maniche e tentare di farne parte.

Ecco, secondo me – oramai è evidente che siamo nel campo della soggettività più totale – la colpa principale delle università italiane non è tanto quella di sfornare disoccupati, quanto piuttosto quello di sfornare disoccupati infelici, che erano infelici già da studenti.

Non so se la situazione attuale di questo paese sia dovuta al mondo del lavoro che odia i giovani o ai giovani che odiano il mondo del lavoro. Mi pare una questione sterile e francamente trovo che le discussioni sui choosy/bamboccioni/sfigati siano delle boiate pazzesche nascano da domande mal poste. Per rinunciare a un desiderio, bisogna avere un desiderio. Prima di dire a un giovane, o presunto tale, non aspettare il lavoro dei sogni (per carità, consiglio legittimo), bisognerebbe che qualcuno avesse chiesto a quello stesso ragazzo qual era il lavoro dei suoi sogni – cosa che, da che ho memoria, in questo Paese si fa poco.

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