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14:37 giovedì 5 novembre 2026
Le proteste in Francia continuano e adesso agli studenti si sono aggiunti lavoratori di praticamente tutti i settori Lavoratori degli ospedali, degli aeroporti, delle poste, delle scuole, delle ferrovie e molti molti altri: questo fine settimana sono attesi in piazza centinaia di migliaia di persone.
Le banche stanno iniziando a rinegoziare i mutui concessi alle persone che vivono nelle zone più a rischio a causa del Super El Niño Con il super El Niño che si sta formando nel Pacifico, i grandi istituti di credito stanno rivedendo i prestiti esposti a siccità e alluvioni, soprattutto in agricoltura.
Se come noi siete ancora in lutto per la morte di Juan Atkins, il padre della techno, sappiate che su YouTube è stato appena pubblicato uno dei suoi ultimi set in versione integrale L'uomo che a Detroit inventò un suono che non esisteva è morto a 64 anni. Una delle sue ultime esibizioni è stata quella al Dekmantel di Amsterdam, nella scorsa estate. Ora la si può vedere tutta, ancora e ancora.
Nonostante non ci siano stati né incidenti né scontri, la polizia ha comunque sgomberato l’accampamento del movimento per la casa a Puerta del Sol a Madrid Quattrocento agenti hanno allontanato 334 persone dall’accampamento nato dopo lo sfratto e la morte di Maricarmen Abascal. La protesta contro la crisi abitativa, però, continua.
La Casa Museo di Rembrandt offre agli amanti di Rembrandt un tatuaggio di Rembrandt alla modica cifra di 400 euro Il museo dice che non è affatto una trovata pubblicitaria, perché le stampe e i tatuaggi servono alla stessa cosa: far conoscere l'arte di Rembrandt.
La comunità scientifica ha deciso che dal 2027 cambieremo il modo di misurare il tempo e questo cambierà il funzionamento di computer, telefoni, aerei, navi, satelliti e GPS La Conferenza generale dei pesi e delle misure (esiste davvero) ha deciso che l’ora ufficiale potrà discostarsi dalla rotazione terrestre fino a un’ora. Il motivo è che la Terra ha cominciato ad andare più veloce.
Ci sono voluti Gucci, Demna e Harmony Korine per convincere Mariah Carey a farsi vedere prima di Natale Mariah Carey è la protagonista della campagna natalizia di Gucci: un corto diretto da Harmony Korine, ovviamente con All I Want for Christmas Is You in sottofondo.
Il Brasile è il primo Paese del mondo a pubblicare una tabella di marcia per abbandonare i combustibili fossili da subito e per sempre Le linee guida promesse alla COP30 di Belém propongono misure concrete, dal metano ai sussidi, ma non sono vincolanti e non fissano date. Il documento, quindi, rischia di restare un manifesto e niente più.

Idee confuse

Studiare per trovare lavoro o studiare ciò che si ama? Sognare o accettare un ripiego? In Italia c'è un'ipocrisia di fondo, di cui l'università è complice.

31 Ottobre 2012

C’è una scena, nel cinema semi-recente italiano, che racconta più di quanto non vorrebbe raccontare. Un padre, classico tizio represso-calpestato-frustrato-derubato, fa un cazziatone al figlio, un abulico ventiduenne vergine che non riesce (o non vuole) trovarsi un lavoro: «Non sei voluto diventare comunista e non c’hai neppure voglia di fare i soldi, ma che bestia saresti?» (se v’interessa: dal minuto 5:05).

Il film è “Tutti Giù Per Terra” (1997), con Valerio Mastrandrea, tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Culicchia. Meglio noto per questa chicca e per altri cliché spaccati su rapporti di classe e incomprensioni inter-generazionali («Diplomato in Ragioneria e adesso studia Filosofia? Le faccio una domandina facile facile»; «Dice che ha ucciso suo padre perché non capiva Nietzsche: i giovani d’oggi farebbero qualsiasi cosa per un cantante rock»), “Tutti Giù Per Terra” trasuda da tutti i pori gli anni Novanta, dalla fotografia alla scelta dei CSI come comparse d’eccezione, passando per una rappresentazione facilotta, ma a tratti calzante, dell’alienazione. Eppure c’è qualcosa, nel tema e nel mood, che fa molto primi anni Duemila – qualcosa che, per intenderci, ricorda “Tutta la Vita Davanti” e “Volevo solo dormirle addosso”, più che “Ovosodo” o “La guerra degli Antò” (sì stiamo parlando di quel tipo di film – ma, tranquilli, mi fermo qui).

Il fatto è che “Tutti Giù Per Terra” parlava di bamboccioni (vedere anche le voci: “sfigati” e “choosy”) prima che parlare dei bamboccioni divenisse lo sport nazionale. Tenta di fare, con tutti i limiti del caso, un affresco del complesso rapporto tra il non trovare un lavoro e non volerselo cercare, tra un mondo “adulto” che pare allergico ai giovani e una schiera di semi-giovani che non sembrano interessati a diventare adulti, tra un sistema economico dove non sempre le competenze pagano e una generazione che certe competenze non se l’è procurate – e tutto questo prima che “come mai i giovani italiani non lavorano” divenisse la domanda. [parentesi: mentre scrivo sto tentando di convincermi che la parola “giovane” possa essere utilizzata per descrivere qualcuno nato prima del 1985. Mi fa sentire meglio].

Rivista oggi, e nella mia personalissima percezione, quella scena «non sei voluto diventare comunista e non c’hai neppure voglia di fare i soldi» descrive una generazione – una certa parte di quell’Italia che va tra i 25 abbondanti e i qualcosa in più dei trenta – molto meglio del dibattito che si scatena ciclicamente in questo paese, ogni volta che un politico accusa i giovvani di non volere lavorare e un sacco di gente giovane e meno giovane gli risponde indignata che il lavoro non c’è. Se l’accusa è “non andare a vivere da soli” (risposta: “affitti alti, stipendi bassi”), o “laurearsi in ritardo” (“ma le borse di studio mancano, e una volta fuori il lavoro non c’è”), la sostanza non cambia: è sempre lo stesso dibattito, destinato a riproporsi ogni anno con sfumature diverse.

Veniamo all’edizione più recente. Quella in cui il ministro Fornero dice: «È uno dei parametri per il dinamismo del mercato del lavoro. I giovani escono dalla scuola e devono trovare un’occupazione. Devono anche non essere troppo choosy, come dicono gli inglesi. Lo dicevo sempre ai miei studenti: prenda la prima e poi da dentro lei si guarda intorno. Bisogna però entrare nel mondo del lavoro, subito, e non pensare che ci sia sempre un’offerta migliore. Adesso non è più così, con un mercato così debole. Però abbiamo visto tutti laureati che stavano in attesa del posto ideale». Come da copione, sono arrivate le reazioni indignate. E, come da copione, il ministro ha rettificato, spiegando che si riferiva a una «situazione precedente» e non a quella odierna, visto che «oggi i giovani italiani prendono qualsiasi lavoro».

Ora, nell’intero balletto più di una cosa non quadra – a cominciare dal fatto che Fornero l’aveva detto fin da subito che i choosy erano un problema del passato, e chi ha ascoltato il discorso lo sa… d’altro canto però non si capisce perché, se era una questione archiviata, lei sentisse tanto il bisogno di parlarne – ma non è questo il punto più grave. Infelice o meno, l’uscita del ministro ha toccato un nodo importante con cui in molti semi-giovani devono scontrarsi, ma di cui, in Italia più che altrove, si tende a non parlare: la nozione di lavoro come ripiego. Quel momento della tua vita in cui ti rendi conto di non essere David Foster Wallace, che non hai alcuna chance di diventare un astronauta, o anche solo che al momento non c’è offerta di lavoro per il campo in cui hai studiato – e devi pensare a come tirare a campare.

Il rapporto tra sogni quasi-infantili e realtà nel mondo del lavoro (credo la sintesi sana sia: “ambizioni lavorative realistiche”, facile a dirsi) non è mai semplice, da nessuna parte e indipendentemente dalla congiuntura economica. La mia impressione però è che in Italia davanti a questo tema ci sia un’ipocrisia di fondo, che in tempi di crisi sta diventando insostenibile e di cui il sistema universitario è in parte complice.

Per dirla in breve, in un mondo razionale esistono due ragioni per cui sceglie un indirizzo di laurea: perché gli piace la materia (un esempio tra mille: filosofia), o perché pensa che offra buone prospettive di lavoro (un esempio fra molti: ingegneria o medicina). Certo di queste due varianti esistono molteplici combinazioni – si potrebbe fare notare che, in quanto ferrato nelle capacità analitiche, un laureato in filosofia non ha cattive possibilità di trovare lavoro, che c’è molta gente che studia ingegneria e gli piace, e la sola idea che qualcuno studi medicina e pratichi la professione medica senza amare l’idea di guarire l’uomo mi fa accapponare la pelle – ma pur sempre di due varianti si tratta: appagamento intellettuale e prospettive economiche.

Esiste però in Italia una terza categoria, che in mancanza di un termine migliore potremmo chiamare il semi-ripiego-preventivo, che consiste in una fusione maldestra del principio della gratificazione con quello del realismo, e che in genere finisce per deludere entrambi. Quella mentalità, per intenderci, che ti spinge a laurearti in una materia umanistica, che non ti piace più di tanto, ma che consideri sopportabile e che ti dà l’illusione di essere più spendibile sul mercato. Una scelta che, incidentalmente, raramente è preceduta da una ricerca su che cosa effettivamente tiri nel mondo del lavoro – bastava fidarsi delle descrizioni sui siti o le brossure dell’ateneo, che magari parlano di “figure professionali”.

Colpa dei ragazzi, forse, e dei loro genitori, che non si fanno un discorso onesto sul che cosa vogliono fare e che cosa pensano di potere fare da grandi, ma anche delle università che ci marciano. Il risultato è un plotone di ragazzi ed ex ragazzi che non hanno in tasca una laurea spendibile ma neppure hanno la soddisfazione di avere studiato, be’, per il gusto di studiare (che, dopotutto, è una bella cosa). Gente che studia partendo dall’idea di lavoro come ripiego, e che poi si ritrova a scoprire che quel ripiego manco c’è. Gente che, come il protagonista di quel film anni Novanta, non ha ben chiaro se vuole stare al di fuori dal sistema capitalista (scelta legittima, se consapevole) o rimboccarsi el maniche e tentare di farne parte.

Ecco, secondo me – oramai è evidente che siamo nel campo della soggettività più totale – la colpa principale delle università italiane non è tanto quella di sfornare disoccupati, quanto piuttosto quello di sfornare disoccupati infelici, che erano infelici già da studenti.

Non so se la situazione attuale di questo paese sia dovuta al mondo del lavoro che odia i giovani o ai giovani che odiano il mondo del lavoro. Mi pare una questione sterile e francamente trovo che le discussioni sui choosy/bamboccioni/sfigati siano delle boiate pazzesche nascano da domande mal poste. Per rinunciare a un desiderio, bisogna avere un desiderio. Prima di dire a un giovane, o presunto tale, non aspettare il lavoro dei sogni (per carità, consiglio legittimo), bisognerebbe che qualcuno avesse chiesto a quello stesso ragazzo qual era il lavoro dei suoi sogni – cosa che, da che ho memoria, in questo Paese si fa poco.

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