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11:51 giovedì 30 aprile 2026
La comunità enigmistica internazionale è piombata nel panico perché il New York Times Magazine ha pubblicato un cruciverba irrisolvibile L'errore è stato corretto nella versione online del cruciverba, ma a quel punto il finesettimana degli appassionati era irrimediabilmente rovinato. Non era mai successo in 84 anni di onorato servizio enigmistico.
I data server per l’intelligenza artificiale stanno diventando dei veri e propri disastri ambientali Consumano enormi quantità di energia, occupano sempre più suolo, inquinano molto e di lavoro ne danno poco. Eppure, se ne costruiscono sempre di più.
La Francia è diventato il primo Paese al mondo ad approvare l’uso della ketamina per curare le crisi suicidarie L'Agence nationale de sécurité du médicament et des produits de santé ha datto la sua approvazione ufficiale: è la prima agenzia del farmaco al mondo a farlo.
Hanno fatto un film sul looksmaxxing e ovviamente è un body horror Prevedibilmente, è stato intitolato Looksmaxxing, è un cortometraggio e se ne può già vedere qualche scena nel trailer pubblicato su Instagram.
Il governo sudafricano ha dovuto ritirare la sua proposta di legge sull’AI perché si è scoperto che è stata scritta con l’AI In particolare, si è scoperto che l'AI si era inventata di sana pianta tutta la bibliografia alla base del testo di legge.
Secondo uno studio, nelle città europee sta diventando quasi impossibile spostarsi senza la macchina Milano è una delle poche in cui si riesce a muoversi almeno un po' con i mezzi pubblici. A Roma, invece, la situazione è disastrosa.
Mentre faceva uscire il nuovo singolo, preparava un tour continentale e invitava a boicottare l’Eurovision, Robert Del Naja dei Massive Attack ha trovato anche il tempo di farsi arrestare a una manifestazione pro Palestina Stava manifestando a Trafalgar Square esponendo un cartello con su scritto «Mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine Action».
Quest’anno in concorso al Festival di Cannes ci sono soltanto film lunghissimi Oltre la metà durano più di due ore, ben otto superano le due ore e mezza, ce n'è uno che arriva a tre ore e un quarto.

Disappearing Shanghai

Un libro fotografico di un "fotografo per hobby" cattura e racconta i volti e i vicoli di una Shangai senza grattacieli, una città in via di estinzione.

16 Novembre 2012

Non sono mai stato a Shanghai, né tantomeno ci ho vissuto, nemmeno credo mi piacerebbe ed eppure ugualmente la penso spesso. Sebbene abbia visto molte foto della città davvero non saprei cosa aspettarmi da lei e anche per questo me ne sento attratto un momento e la rigetto quello successivo. Per un verso è “il posto in cui essere” per via della crescita economica e culturale, del catalogo di opportunità etc. Per un altro la dimensione titanica e “post-ragionevole” – per i miei standard quantomeno – delle sue trasformazioni molto semplicemente scoraggia la mia voglia di visitarla o magari un giorno di provare addirittura a viverci. È un’incertezza che dovrò presto risolvere perché esiste, finché resiste, una porzione di Shanghai di cui a breve non resterà traccia e che ci terrei a conoscere. È la parte che Howard Waring French, un giornalista di professione – a lungo corrispondente da Shanghai per il New York Times – e fotografo per hobby, ha preservato per i posteri in Disappearing Shanghai, un libro di fotografia bello per molte ragioni.

La principale è il suo valore documentale: come dicevo poco sopra, Disappearing Shanghai potrebbe essere una delle ultime testimonianze visive della sopravvivenza di un mondo rurale e “a misura d’uomo” nella megalopoli cinese, pochi anni, forse addirittura soltanto pochi mesi, prima della sua sparizione sotto i colpi di un impulso edilizio che non rallenta neanche di fronte al patrimonio artistico e storico della città (sul numero 10, tuttora in edicola, di Studio trovate un articolo che tratta in parte di questi temi). Per ottenere le sue fotografie French si è infatti infilato con passo da flâneur tra i cuscinetti di abitato più antichi e tradizionali della città, il che non necessariamente equivale a “periferici”, anzi più spesso si tratta di cinture di caseggiati sopravvissute tra un super-grattacielo e l’altro. Per cinque anni ha fatto avanti e indietro tra il suo ufficio da corrispondente del Times in una delle zone più avveniristiche di Shanghai e questo mondo parallelo come un pellegrino in due galassie contigue. Lo ha fatto, così dice, principalmente per impratichire il suo cinese imparando slang e frasi idiomatiche a contatto con la lingua informale dei mercati, dei bar, dei chioschi e in questo modo è diventato un volto familiare in quelle zone dove gli occidentali sono tuttora delle rarità.

Dopo qualche tempo, French, che alla fotografia si dedica per hobby, ha cominciato a farsi accompagnare durante questi tour esplorativi dalla sua foto-camera e a socializzare sempre più con gli abitanti del luogo fino a diventare un buon conoscente di alcuni. E che le foto siano frutto di una paziente frequentazione andata avanti per anni dei luoghi e dei soggetti, del resto lo si evince con molta chiarezza dalle immagini stesse, che hanno poco in comune con il foto-giornalismo in senso classico e assomigliano più a degli appunti visivi presi dal loro autore per non dimenticare un volto, un angolo di città, un chiosco, l’interno di una casa in cui è stato ospitato per un buon té durante una delle sue passeggiate. Non accade mai nulla di topico: tutto è molto semplice e il tempo sembra trascorrere in modo lento ed estremamente privato. La maggior parte delle foto comunica un grado di intimità con il loro contenuto che è incompatibile con le dinamiche e le tempistiche di un reportage professionale realizzato ad hoc in pochi mesi, e per questo ci mostra un’immagine “interna” di Shanghai che pare giocare a prendersi gioco degli stereotipi sulla modernità della città. In effetti è solo prestando molta attenzione ad alcuni piccoli particolari che in certi casi è possibile ricostruire la corretta collocazione temporale di queste immagini. Dove siamo? Negli anni ’60? ’50? Ah no ecco… quelle scarpe non possono essere state prodotte prima del 2000.

Come molti scatti di August Sander, le immagini di French sembrano più interessate a preservare nostalgicamente la memoria di un luogo, a tramandare il suo spirito, a funzionare da documenti per i posteri che a denunciare pretestuosamente che questo mondo sta sparendo e forse è proprio per questo che, tra molti altri lavori sulla radicale trasformazione del panorama urbano cinese, nella loro estrema semplicità queste foto spiccano per originalità. Non c’è politica, non c’è antropologia, non c’è studio, c’è solo un uomo, delle passeggiate e una macchina fotografica. Ovviamente non è mai proprio così ma è così che voglio vederla.

«I sometimes feel it is wrong to mourn this fact, for after all, what is history? What are cities — that most fantastic achievement of mankind — if not engines of ceaseless change? Another Shanghai is rising up fast and one day it will disappear too, won’t it? Not, of course, before throwing up its own portraitists, its own poets, its own bards» (Howard W. French)

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