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Kim Jong-un e sua figlia vestiti uguali che sparano assieme al poligono di tiro sono la più surreale immagine di genitorialità mai vista La giovane Kim Ju Ae, erede designata del Supremo leader, ha mostrato le sue doti balistiche in una splendida giornata padre-figlia al poligono.
Degli scrittori hanno creato un logo da apporre sui libri per far sapere ai lettori che sono scritti da un umano e non dall’AI La Society of Authors chiede a tutti gli editori di appore il logo "Human Authored" sulla quarta di copertina dei libri, per salvare l'editoria dall'AI.
I Fugazi hanno pubblicato un album “scartato” che avevano registrato trent’anni fa con Steve Albini È la prima versione dell'album che è poi diventato In on the Kill Taker. Tutti i proventi andranno all'ente benefico fondato da Albini, Letters Charity.
Dopo quasi un millennio, l’Inghilterra si è decisa ad abolire definitivamente i seggi ereditari della Camera dei Lord Ne erano rimasti 92, che il governo laburista ha cancellato. Concedendo ad alcuni Lord, però, di diventare parlamentari a vita.
I protagonisti di The Voice of Hind Rajab, candidato all’Oscar per il Miglior film internazionale, non saranno alla cerimonia perché gli Usa vietano l’ingresso ai cittadini palestinesi Ad annunciarlo sono stati gli attori e le attrici del film, con una dichiarazione congiunta pubblicata sui loro profili social.
È stato annunciato il sequel di KPop Demon Hunters ma i registi hanno già detto che ci sarà molto da aspettare prima di vederlo Maggie Kang e Chris Appelhans hanno messo le mani avanti e avvisato i fan: i tempi di lavorazione saranno lunghi, molto lunghi.
La nuova Guida suprema dell’Iran ha detto di aver scoperto di essere la nuova Guida suprema dell’Iran guardando la tv Lo ha fatto nel suo primo messaggio alla nazione, letto da un annunciatore sui canali della tv di Stato. Per il momento, il nuovo ayatollah ancora non si è fatto vedere in pubblico.

Boston

La cautela di Obama nel (non) pronunciare la parola «terrorista». La pacatezza di un giornale locale. Una lezione sul farsi coraggio e riflettere sui termini.

16 Aprile 2013

Un discorso di tre minuti e mezzo, un’afflizione pacata: Obama è comparso in pubblico a poche ore dalla tragedia di Boston. Una reazione assai diversa, è stato fatto notare, da quella del 2009, quando aveva aspettato tre giorni prima di parlare davanti alle telecamere dell’attentato (fortunatamente sventato) contro il volo Amsterdam-Detroit della Northwest Airlines.

Questa volta, invece, il presidente ha parlato subito, ma ha dosato le frasi con estrema cautela. E, soprattutto, non ha mai utilizzato la parola “terrorismo”. Almeno, non durante la prima conferenza stampa: «Non sappiamo ancora chi abbia fatto questo né perché», ha detto nel suo primo discorso, «e nessuno dovrebbe saltare a conclusioni prima di avere i fatti. Ma, sia ben chiaro, troveremo i colpevoli».

Prima di ricorrere alla “parola che inizia con la t”, ha aspettato quasi un giorno: «In base a quello che sappiamo dell’attacco, l’Fbi lo sta trattando come un atto di terrorismo», ha dichiarato il presidente in una seconda conferenza stampa, nella tarda mattinata di lunedì (le 17:30 ora italiana).

Non che qualcuno abbia mai pensato, seriamente, che si sia trattato di un mero “incidente.” Soltanto pochi minuti dopo la prima dichiarazione di Obama, un rappresentante della Casa Bianca ha detto ad alcuni reporter che, in effetti, l’amministrazione stava lavorando sulla pista del terrorismo: «Un episodio che coinvolge vari ordigni esplosivi è un chiaro atto di terrorismo e verrà trattato come tale», ha detto. Per poi aggiungere: «Tuttavia, non sappiamo ancora chi abbia sferrato (…) e dobbiamo ancora scoprire se è stato pianificato e realizzato da un gruppo terrorista, straniero o interno».

E allora perché tutta questa cautela, davanti a una parola?

A rigor di logica, come altro si può definire, se non “terrorista”, un atto di violenza deliberata, a danno di civili durante una manifestazione pubblica? Un atto che, salvo lo spuntare di elementi improbabili, altro scopo non può avere se non disseminare il terrore tra la popolazione? E poco importa, si potrebbe aggiungere, che la Casa Bianca ancora non conosca l’identità della persona o del gruppo dietro all’attacco: che si tratti di al-Qaeda, di estremisti di destra o invasati di una qualche setta pseudo-religiosa: sempre di terrorismo si tratta.

Alcuni hanno fatto notare – e probabilmente a ragione – che la cautela di Obama nell’utilizzare “quella parola che inizia con la t” nasce in parte dall’associazione, anche involontaria, che il termine terrorismo genera nel grande pubblico: nell’inconscio collettivo occidentale il terrorismo è (quasi sempre) terrorismo islamico.

L’impressione, però, è che ci sia anche dell’altro. Che la cautela estrema davanti all’utilizzo di termini “emotionally charged” nasca sì dal desiderio di evitare che il pubblico americano giunga a conclusioni affrettate, ma anche dalla scelta non caricarlo emotivamente più di quanto già (e ci mancherebbe) non lo sia.

Sulla sua reticenza davanti all’impiego della parola “terrorismo” aveva già fatto discutere, e non poco, l’agenzia di informazione Reuters. Che, nelle linee guida ufficiali, invita apertamente i suoi giornalisti a non utilizzare mai questo termine, se non in una citazione diretta:

Si può fare un riferimento generico al terrorismo e alla lotta al terrorismo, ma non riferirsi ad eventi specifici come atti di terrorismo. Né noi usiamo la parola terrorista, senza attribuzione, per qualificare un individuo o un gruppo specifico. Tuttavia le parole terrorismo e terroristi devono essere mantenute quando si cita qualcuno in un discorso diretto. (…) Utilizzate un linguaggio spassionato in modo che gli individui, le organizzazioni e governi possono farsi un’opinione sulla base dei fatti. Cercate di utilizzare termini più specifici come “bombardamento”, “dirottatore” o “dirottamento”,”attacchi”, “bandito” o “uomini armati”, ecc.

Rispondendo alle domande di alcuni lettori, qualche anno fa un editor dell’agenzia aveva spiegato che tali direttive erano «parte di una politica più ampia e di lunga data di evitare l’uso di termini emotivi», a favore di un giornalismo obiettivo

C’è qualcosa che non convince del tutto, in questa politica da parte della Reuters di cautela assoluta. Sarà, forse, che bandire completamente una parola come “terrorismo” dal proprio vocabolario, dà un po’ l’idea di distacco dal mondo. O sarà forse che, nell’era della soggettività conclamata, l’ideale di un giornalismo asettico e imparziale suona più come un’illusione (per quel che vale: sono convinta che il distinguo tra “onestà” e “imparzialità” sia un tema centrale del giornalismo contemporaneo, e avevo provato a scriverne qui).

Eppure, in bocca a un capo di Stato, in un discorso a caldo, la medesima cautela verbale assume un tutto altro valore.

Lunedì notte, quando oramai erano passate diverse ore dalle esplosioni e mentre alcuni media diffondevano lanci su “attacchi terroristici” e (in alcuni casi, persino su presunti “sospettati” di origine saudita), uno dei due principali giornali di Boston, il Christian Science Monitor, ancora esitava a definire gli eventi “attacks” o anche solo “bombings”: sulla sua homepage, un articolo dedicato alla “tragedia di Boston.”

Il giorno dopo, il Monitor ha pubblicato un editoriale dall’ispirazione dichiaratamente religiosa (come lo è quella del giornale, del resto), intitolato “Comforting Boston.” Lì si ricordava che la parola “conforto” deriva da due termini latini: cum + fortis, “essere forti insieme.” Riflettere sulle parole, e farsi coraggio: c’è qualcosa di molto umano, e molto americano.

Foto: Boston, 16 aprile (Spencer Platt/Getty Images)

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