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È uscita la prima immagine di Paul Mescal, Barry Keoghan, Harris Dickinson e Joseph Quinn nei panni dei Beatles e in tanti li trovano piuttosto buffi Hanno colpito molto soprattutto la scodella e i baffoni sfoggiati da Barry Keoghan, che nella saga diretta da Sam Mendes sarà Ringo Starr.
L’IDF ha confermato che i morti a Gaza sono almeno 70 mila, la stessa cifra riportata dal ministero della Salute della Striscia Finora, il numero di 71,667 non era stato considerato credibile da alcuni perché fornito da Hamas. Adesso anche l'esercito israeliano lo conferma.
Yung Lean, Robyn, Arca, Oklou, Kelela e tutte le altre buone ragioni per festeggiare i 25 anni di C2C Festival Sono finalmente stati annunciati i primi artisti che suoneranno a Torino dal 29 ottobre al 1 novembre 2026.
Il documentario su Melania Trump è appena uscito ma è già uno dei peggiori flop dell’anno Sostanzialmente, finora nessuno ha prenotato né comprato i biglietti. E quindi sarà difficile rientrare dei 70 milioni spesi tra produzione e distribuzione.
Nel sottosuolo di Niscemi c’è un sistema di rilevamento delle frane di cui tutti si sarebbero “dimenticati” per 20 anni Lo si è scoperto grazie a un'inchiesta della Stampa, secondo la quale gli strumenti di rilevamento sarebbero stati installati e poi abbandonati.
Un uomo ha tentato di far evadere dal carcere Luigi Mangione usando un forchettone da barbecue e una rotella tagliapizza L'improbabile colpo tentato da un ex pizzaiolo noto alle autorità si è concluso con la sua incarcerazione nella stessa prigione di Mangione.

Boston

La cautela di Obama nel (non) pronunciare la parola «terrorista». La pacatezza di un giornale locale. Una lezione sul farsi coraggio e riflettere sui termini.

16 Aprile 2013

Un discorso di tre minuti e mezzo, un’afflizione pacata: Obama è comparso in pubblico a poche ore dalla tragedia di Boston. Una reazione assai diversa, è stato fatto notare, da quella del 2009, quando aveva aspettato tre giorni prima di parlare davanti alle telecamere dell’attentato (fortunatamente sventato) contro il volo Amsterdam-Detroit della Northwest Airlines.

Questa volta, invece, il presidente ha parlato subito, ma ha dosato le frasi con estrema cautela. E, soprattutto, non ha mai utilizzato la parola “terrorismo”. Almeno, non durante la prima conferenza stampa: «Non sappiamo ancora chi abbia fatto questo né perché», ha detto nel suo primo discorso, «e nessuno dovrebbe saltare a conclusioni prima di avere i fatti. Ma, sia ben chiaro, troveremo i colpevoli».

Prima di ricorrere alla “parola che inizia con la t”, ha aspettato quasi un giorno: «In base a quello che sappiamo dell’attacco, l’Fbi lo sta trattando come un atto di terrorismo», ha dichiarato il presidente in una seconda conferenza stampa, nella tarda mattinata di lunedì (le 17:30 ora italiana).

Non che qualcuno abbia mai pensato, seriamente, che si sia trattato di un mero “incidente.” Soltanto pochi minuti dopo la prima dichiarazione di Obama, un rappresentante della Casa Bianca ha detto ad alcuni reporter che, in effetti, l’amministrazione stava lavorando sulla pista del terrorismo: «Un episodio che coinvolge vari ordigni esplosivi è un chiaro atto di terrorismo e verrà trattato come tale», ha detto. Per poi aggiungere: «Tuttavia, non sappiamo ancora chi abbia sferrato (…) e dobbiamo ancora scoprire se è stato pianificato e realizzato da un gruppo terrorista, straniero o interno».

E allora perché tutta questa cautela, davanti a una parola?

A rigor di logica, come altro si può definire, se non “terrorista”, un atto di violenza deliberata, a danno di civili durante una manifestazione pubblica? Un atto che, salvo lo spuntare di elementi improbabili, altro scopo non può avere se non disseminare il terrore tra la popolazione? E poco importa, si potrebbe aggiungere, che la Casa Bianca ancora non conosca l’identità della persona o del gruppo dietro all’attacco: che si tratti di al-Qaeda, di estremisti di destra o invasati di una qualche setta pseudo-religiosa: sempre di terrorismo si tratta.

Alcuni hanno fatto notare – e probabilmente a ragione – che la cautela di Obama nell’utilizzare “quella parola che inizia con la t” nasce in parte dall’associazione, anche involontaria, che il termine terrorismo genera nel grande pubblico: nell’inconscio collettivo occidentale il terrorismo è (quasi sempre) terrorismo islamico.

L’impressione, però, è che ci sia anche dell’altro. Che la cautela estrema davanti all’utilizzo di termini “emotionally charged” nasca sì dal desiderio di evitare che il pubblico americano giunga a conclusioni affrettate, ma anche dalla scelta non caricarlo emotivamente più di quanto già (e ci mancherebbe) non lo sia.

Sulla sua reticenza davanti all’impiego della parola “terrorismo” aveva già fatto discutere, e non poco, l’agenzia di informazione Reuters. Che, nelle linee guida ufficiali, invita apertamente i suoi giornalisti a non utilizzare mai questo termine, se non in una citazione diretta:

Si può fare un riferimento generico al terrorismo e alla lotta al terrorismo, ma non riferirsi ad eventi specifici come atti di terrorismo. Né noi usiamo la parola terrorista, senza attribuzione, per qualificare un individuo o un gruppo specifico. Tuttavia le parole terrorismo e terroristi devono essere mantenute quando si cita qualcuno in un discorso diretto. (…) Utilizzate un linguaggio spassionato in modo che gli individui, le organizzazioni e governi possono farsi un’opinione sulla base dei fatti. Cercate di utilizzare termini più specifici come “bombardamento”, “dirottatore” o “dirottamento”,”attacchi”, “bandito” o “uomini armati”, ecc.

Rispondendo alle domande di alcuni lettori, qualche anno fa un editor dell’agenzia aveva spiegato che tali direttive erano «parte di una politica più ampia e di lunga data di evitare l’uso di termini emotivi», a favore di un giornalismo obiettivo

C’è qualcosa che non convince del tutto, in questa politica da parte della Reuters di cautela assoluta. Sarà, forse, che bandire completamente una parola come “terrorismo” dal proprio vocabolario, dà un po’ l’idea di distacco dal mondo. O sarà forse che, nell’era della soggettività conclamata, l’ideale di un giornalismo asettico e imparziale suona più come un’illusione (per quel che vale: sono convinta che il distinguo tra “onestà” e “imparzialità” sia un tema centrale del giornalismo contemporaneo, e avevo provato a scriverne qui).

Eppure, in bocca a un capo di Stato, in un discorso a caldo, la medesima cautela verbale assume un tutto altro valore.

Lunedì notte, quando oramai erano passate diverse ore dalle esplosioni e mentre alcuni media diffondevano lanci su “attacchi terroristici” e (in alcuni casi, persino su presunti “sospettati” di origine saudita), uno dei due principali giornali di Boston, il Christian Science Monitor, ancora esitava a definire gli eventi “attacks” o anche solo “bombings”: sulla sua homepage, un articolo dedicato alla “tragedia di Boston.”

Il giorno dopo, il Monitor ha pubblicato un editoriale dall’ispirazione dichiaratamente religiosa (come lo è quella del giornale, del resto), intitolato “Comforting Boston.” Lì si ricordava che la parola “conforto” deriva da due termini latini: cum + fortis, “essere forti insieme.” Riflettere sulle parole, e farsi coraggio: c’è qualcosa di molto umano, e molto americano.

Foto: Boston, 16 aprile (Spencer Platt/Getty Images)

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