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La faccia di Kris Jenner è diventata il portafortuna più usato in Cina da chi vuole diventare ricco A metà tra meme e manifesting, la faccia di Kris Jenner ha riempito i feed dei più popolari social cinesi, Weibo e RedNote su tutti.
Hermès ha fatto un videogioco in realtà aumentata per far andare a cavallo anche chi non sa andare a cavallo Il videogioco è stato presentato durante Saut Hermès, un concorso di equitazione (reale e non virtuale) che il brand sponsorizza da tempo.
La soluzione proposta dall’Unione europea alla crisi energetica consiste in lavorare da casa, fare car sharing, andare piano in autostrada e non prendere l’aereo La riunione dei Ministri dell’Energia si è chiusa senza vere e proprie proposte, ma con un surreale invito alla morigeratezza energetica per i cittadini.
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Delle spillette a forma di cappio sono diventate l’accessorio preferito dai politici israeliani a favore della legge sulla pena di morte ai terroristi palestinesi A sfoggiare questa spilla con il maggiore entusiasmo è stato ovviamente il Ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir.
Dopo i casi di Bergamo e Perugia, anche in Italia si sta iniziando a parlare di Nihilistic Violent Extremism Inventata negli Usa, la definizione identifica crimini commessi da giovani e giovanissimi in cui la violenza non è un mezzo per raggiungere nulla ma il fine stesso dell'azione.
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Nel nostro armadio ci sono cose a cui vogliamo bene

Worn Stories, la serie Netflix dedicata al legame affettivo con i vestiti, racconta bene cosa non abbiamo capito del minimalismo.

14 Aprile 2021

C’è l’ex sassofonista di Tina Tuner, con il perizoma in pelle che lei gli ha comprato nel 1987 in un sexy shop di Berlino, e che lui ha indossato sopra ai jeans durante i suoi live per 15, gloriosi, anni. Un piccolo pezzo di pelle che per Tim Cappello ha significato anche il ritorno sul palco (e alla vita), dopo un lunghissimo periodo in cui il sax, e i sassofonisti, erano passati di moda. C’è la felpa giallo canarino che un monaco buddista ha regalato a una frequentatrice del suo tempio, trasferitasi a New York dalla Corea del Sud in cerca di nuove opportunità, per ringraziarla di tutto il cibo da lei preparato. La signora Park la mette per andare al corso di danza presso un centro culturale per immigrati coreani (ballano “Gloria” di Laura Branigan in fantastici look space-disco), e osservandola insieme alle sue coetanee, sotto l’occhio severo dell’insegnante occhialata (meravigliosa), è chiaro che la felpa del monaco l’abbia aiutata a sentirsi meno sola. Sono solo due dei racconti che si intrecciano in Worn Stories, la serie disponibile dal primo aprile su Netflix, tratta dai romanzi best seller di Emily Spivack e sceneggiata da Jenji Kohan, già ideatrice di Orange Is The New Black.

Worn Stories parte da un concetto semplice, quello di esplorare il legame affettivo che le persone ripongono negli abiti e negli accessori con cui scelgono di coprire il loro corpo o, nel caso della coppia di pensionati nudisti con i quali la docu-serie si apre, di scoprirlo. Anche per loro i vestiti hanno rappresentato uno snodo centrale nel momento in cui hanno deciso che tipo di vita volevano vivere: rifiutandoli in todo, fatta eccezione per i sandali e le visite della domenica in Chiesa, e rifugiandosi in una comunità di nudisti in Florida, entrambi questi ultra sessantenni, innamorati di ritorno, hanno trovato la loro dimensione. Per la signora, soprattutto, si trattava di abbandonare la costrizione del reggiseno: «Non posso pensare di svegliarmi e indossarne uno», dice, raccontando poi il rapporto complicato con le sue forme, la vergogna e la realizzazione finale: i vestiti non ci servono eppure ci hanno portato qui. La forza della serie sta proprio in questa esplorazione, leggera senza essere stucchevole, di diversi punti di vista sullo stesso argomento, che rendono bene l’ampio spettro in cui gli umani si muovono quando hanno a che fare con gli abiti.

È interessante guardare alla celebrazione che ne fa Worn Stories, tanto più in un momento storico in cui molte persone sono convinte che allontani dai vestiti, dall’hype che li circonda e dalle restrizioni che impongono, sia una soluzione per vivere una vita migliore. Il minimalismo fasullo degli ultimi anni, che dalle passerelle si è spostato sui social e in particolare su Instagram e TikTok dove, come ha scritto Beverley D’Silva su Bbc Culture, è finito per coincidere con una bizzarra estetica di muri bianchi e oggetti indispensabili, mostra tutte le sue crepe di fronte alle storie dei perizomi di pelle, delle felpe gialle, degli abiti e dei cappotti bianchi, delle cravatte cucite dalla nonna scappata dalla Sicilia in America, dalla tutina esagerata del club-kid che finì ospite del talk-show di Joan Rivers, della prima camicia da uomo di un adolescente non-binary. Perché non si tratta di quanti vestiti si hanno nell’armadio, ma piuttosto di quali, e di cosa significano per noi. Un particolare che spesso molti fra quelli che predicano il minimalismo social dimenticano: avere poco non significa necessariamente non pensare a ciò che si ha, e in questo senso anche la domanda “does this thing sparks joy?” di Marie Kondo assume un altro senso. C’è chi troverà gioia in quattro pantaloni neri, tre t-shirt e due maglioni, chi invece nei pezzi vintage, chi nella maglietta con la foto del figlio che non c’è più o nei cappelli da cowboy. Perché è sacrosanto interrogarci su come e da chi vengono realizzate le cose che compriamo, l’errore semmai è stato illudersi che i vestiti non contassero nulla.

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