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09:59 giovedì 27 agosto 2026
Un sito sta raccogliendo tutte le elegie funebri scritte dai giornalisti palestinesi per i loro colleghi uccisi negli attacchi israeliani Si chiama The Living Record e permette di ascoltare la voce e le parole dei giornalisti di Gaza, mentre ricordano i loro colleghi uccisi negli attacchi israeliani.
Un fotografo, una pittrice, una casa d’aste e una galleria d’arte si stanno facendo causa per la famosa foto in cui Liam Gallagher dà un bacio a Noel Justin Thomas accusa Elizabeth Peyton di plagio e la David Zwirner Gallery e Sotheby’s di aver provato a trarre guadagno da questo plagio.
Sempre più miliardari stanno comprando casa in Patagonia perché si sono convinti che lì sopravviveranno alla fine del mondo A convincerli sono stati quattro fattori: isolamento, capacità di produrre di cibo, capacità di produrre energia e abbondante disponibilità d’acqua.
Dolly Parton verrà ricordata anche come una delle più agguerrite sindacaliste nella storia dell’industria musicale La cantautrice è stata una lavoratrice della musica e non ha mai smesso di usare il proprio potere per tutelare chi suonava al suo fianco.
Pur di non danneggiare un antico castello da ristrutturare, in Giappone lo hanno fatto spostare a mano da 1800 volontari Il mastio del castello di Hirosaki pesa 360 tonnellate. Questo non ha affatto scoraggiato i volontari.
C’è una certa confusione attorno all’attore che interpreterà il professore di Difesa dalle Arti Oscure nella serie tv di Harry Potter La parte era stata affidata a Nicholas Hoult, che prima ha accettato e poi ci ha ripensato perché i suoi fan avevano preso malissimo la notizia. Ora il ruolo è passato a Kit Harington, i cui fan si sono fin qui dimostrati indifferenti.
Uniqlo ha lanciato la sua prima collezione di hijab Il lancio è avvenuto il 17 agosto in Malesia, Indonesia, Singapore e Filippine. È la prima collezione di hijab tutta realizzata dal brand, al di fuori di capsule collection e partnership speciali.
La tv di Stato iraniana ha messo una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa di Barron Trump Dando anche dei consigli pratici e logistici su come uccidere il più piccolo dei figli del Presidente degli Stati Uniti.

World Wide Califfato

Chi permette all'Isis di usare Internet? Un'inchiesta dello Spiegel parla delle tecnologie usate dallo Stato islamico per connettersi alla rete.

10 Dicembre 2015

Gran parte della propaganda del sedicente Stato islamico passa attraverso Internet: i famigerati video delle decapitazioni dei prigionieri, ad esempio, hanno raggiunto ogni latitudine dopo essere stati caricati online dal gruppo terrorista. Ma se il web è accessibile solo tramite reti fisiche che funzionano grazie a servizi in abbonamento, chi permette all’Isis di diffondere i suoi contenuti? A questa domanda ha provato a rispondere lo Spiegel, con un’inchiesta pubblicata in questi giorni.

Nel califfato proclamato da al-Baghdadi l’accesso alla rete non è libero, e gli emiri (i reggenti territoriali locali) decidono individualmente chi ha il permesso di essere online (e a chi invece è negato). Il discorso si fa più complicato per quanto riguarda le infrastrutture che permettono di connettersi: le lande desolate e colpite dalla guerra di Siria e Iraq ovviamente non dispongono di strutture via cavo. Per aggirare il problema lo Stato islamico si rifornisce di parabole satellitari che provengono da Antiochia, una città non lontana dal confine turco-siriano e centro delle rotte commerciali della zona fin dall’antichità. Nei diffusi bazar del luogo si trova di tutto, dalle spezie ai vestiti, dagli oggetti d’arredamento fino, per l’appunto, all’elettronica.

EMC Satellite Earth Station At Raisting

La tecnologia necessaria per connettersi, per quanto indispensabile (la utilizzano anche le Ong per organizzare il loro lavoro, e per gli attivisti politici e i dissidenti è un mezzo essenziale per aggirare i controlli statali), costa cara: attualmente per ottenerla, rivela lo Spiegel, si può spendere fino a 500 dollari americani, l’equivalente di 450 euro, mentre la stessa cifra è da investire per sottoscrivere un abbonamento della durata di sei mesi. Due commercianti di device satellitari, interpellati separatamente dal magazine tedesco, riferiscono di avere circa 2500 utenti attivi in Siria che garantiscono loro ricavi mensili che girano intorno ai centomila dollari. Ma questi attori fanno affari con «partner commerciali», e sostengono di non sapere le mani in cui finiscono le loro parabole. Quel che è cerco è che sui tetti dei centri media e di alcune abitazioni private di Raqqa compaiono costosi ricevitori che permettono all’Isis di pubblicare online la sua propaganda. E in città saldamente nelle mani dei fondamentalisti come quest’ultima o Deir-al-Zor, solo i tecnici che hanno giurato fedeltà all’Isis possono installare impianti.

La maggior parte delle parabole che finiscono in Turchia passano dal porto di Rotterdam, e nel loro smercio sono implicati diversi intermediari, che rendono difficile individuare responsabilità precise da attribuire per l’approdo finale. Le maggiori compagnie nel campo dell’Internet satellitare sono la francese Eutelsat, la Avanti Communications britannica e la Ses, con base in Lussemburgo: sono questi brand che forniscono la materia prima ai distributori locali, i quali a loro volta la rivendono ad aziende e privati. I numeri dei loro clienti in Medio oriente sono ignoti – Eutelsat e gli altri non diffondono questi dati, secondo lo Spiegel – ma a essere disponibili sono quelli di alcuni importatori: la società tedesca Sat Internet Services nel 2013 e 2014 ha esportato più di 6000 antenne paraboliche in Turchia; in questo Paese, tuttavia, stando ai dati pubblici dei registri dell’autorità nazionale delle telecomunicazioni (l’organo a cui è obbligatorio iscriversi per accedere a Internet), nel primo quadrimestre del 2015 le connessioni tramite parabola sono aumentate di sole 500 unità rispetto all’anno precedente.

I gestori di queste connessioni hanno la possibilità, ovvero i mezzi tecnici, di interromperle quando vogliono

Dove finiscono tutte quelle antenne? Una fonte anonima del giornale tedesco ha parlato di uomini con la barba che visitano frequentemente i mercati di Antiochia comprando dozzine di apparecchi per volta. Che i suddetti siano o meno faccendieri dello Stato islamico non è dato sapere con certezza, ma comunque un fattore rimane chiaro: i gestori di queste connessioni hanno la possibilità, ovvero i mezzi tecnici, di interromperle quando vogliono. Perché allora non lo fanno?, si chiede lo Spiegel. Un interrogativo a sua volta senza risposta, ma con qualche indizio. «Gli analisti di settore sostengono che costruire un satellite e mandarlo in orbita costa tra i 300 e i 400 milioni di euro», si legge nell’articolo, «questo spiega perché le società dietro le connessioni satellitari potrebbero essere propense ad accettare di dare a un gruppo terrorista i mezzi per comunicare e diffondere la loro propaganda, e probabilmente pianificare attacchi?».

L’Isis ha una sua divisione interna specializzata nel monitoraggio e l’intercettazione delle comunicazioni interne al califfato: si chiama Amn al-Dawla, è l’equivalente di un apparato di sicurezza statale che si occupa anche della gestione dei famigerati campi di prigionia del gruppo terrorista. L’importanza centrale di Internet negli organigrammi dello Stato islamico è stata ampiamente verificata fin dall’inizio della sua esistenza: durante l’avanzata in Iraq del giugno 2014, ad esempio, il gruppo si serviva di account social (soprattutto su Twitter) per disseminare l’etere di frasi e foto vittoriose, magnificando le proprie gesta e facendo proseliti intorno al mondo.

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