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14:34 lunedì 19 gennaio 2026
Britney Spears si è chiesta «da dove ca**o salta fuori» la mela di Pistoletto in Stazione Centrale a Milano L'ha scritto sotto la foto di uno sconosciuto che, senza alcun apparente motivo, Britney ha voluto postare sul suo profilo Instagram.
Era dal 2013 che non si verificava un incidente ferroviario grave come quello in Andalusia Al momento sono 39 le vittime e 150 i feriti accertati nell'incidente, numeri che, purtroppo, quasi sicuramente saliranno.
Si è scoperto che a difendere la Groenlandia in caso di un attacco americano dovrebbe essere un viceammiraglio americano Doug Perry, 58 anni, veterano della navigazione sottomarina, è l'uomo che i Paesi membri della Nato hanno scelto per proteggere l'Artico.
Josh Safdie ha detto che nella prima versione del finale di Marty Supreme Marty diventava un vampiro Persino un produttore dalla mente aperta come A24 ha pensato che fosse un finale troppo strano e l'ha costretto a cambiarlo, ha spiegato il regista.
Il miliardario Larry Ellison, fondatore di Oracle, ha dovuto cambiare nome al suo megayacht dopo essersi accorto che leggendolo al contrario diceva “Im a nazi” Peccato, perché Izanami, divinità madre del pantheon shintoista, era proprio un bel nome. Almeno, lo era se lotto da sinistra a destra.
Dopo la morte del figlio di Chimamanda Ngozi Adichie, in Nigeria è iniziata una protesta contro il disastroso stato della sanità nazionale La scrittrice ha perso un figlio di appena 21 mesi e ha fatto causa all'ospedale in cui era ricoverato, accusando i medici di gravissime negligenze.
15 francesi, 13 tedeschi, 2 finlandesi, 2 norvegesi, un britannico, un olandese, nessun italiano: sembra una barzelletta ma è il contingente militare europeo in Groenlandia Basteranno un centinaio di soldati a fermare le mire espansionistiche degli Stati Uniti d'America? Il rischio di scoprirlo presto, purtroppo, c'è.
Maria Corina Machado ha offerto il suo Premio Nobel a Trump, lui se l’è preso e ha detto che se lo tiene Ma la Fondazione Nobel ha fatto sapere che non vale, non basta avere il Premio Nobel per essere il Premio Nobel.

World Wide Califfato

Chi permette all'Isis di usare Internet? Un'inchiesta dello Spiegel parla delle tecnologie usate dallo Stato islamico per connettersi alla rete.

10 Dicembre 2015

Gran parte della propaganda del sedicente Stato islamico passa attraverso Internet: i famigerati video delle decapitazioni dei prigionieri, ad esempio, hanno raggiunto ogni latitudine dopo essere stati caricati online dal gruppo terrorista. Ma se il web è accessibile solo tramite reti fisiche che funzionano grazie a servizi in abbonamento, chi permette all’Isis di diffondere i suoi contenuti? A questa domanda ha provato a rispondere lo Spiegel, con un’inchiesta pubblicata in questi giorni.

Nel califfato proclamato da al-Baghdadi l’accesso alla rete non è libero, e gli emiri (i reggenti territoriali locali) decidono individualmente chi ha il permesso di essere online (e a chi invece è negato). Il discorso si fa più complicato per quanto riguarda le infrastrutture che permettono di connettersi: le lande desolate e colpite dalla guerra di Siria e Iraq ovviamente non dispongono di strutture via cavo. Per aggirare il problema lo Stato islamico si rifornisce di parabole satellitari che provengono da Antiochia, una città non lontana dal confine turco-siriano e centro delle rotte commerciali della zona fin dall’antichità. Nei diffusi bazar del luogo si trova di tutto, dalle spezie ai vestiti, dagli oggetti d’arredamento fino, per l’appunto, all’elettronica.

EMC Satellite Earth Station At Raisting

La tecnologia necessaria per connettersi, per quanto indispensabile (la utilizzano anche le Ong per organizzare il loro lavoro, e per gli attivisti politici e i dissidenti è un mezzo essenziale per aggirare i controlli statali), costa cara: attualmente per ottenerla, rivela lo Spiegel, si può spendere fino a 500 dollari americani, l’equivalente di 450 euro, mentre la stessa cifra è da investire per sottoscrivere un abbonamento della durata di sei mesi. Due commercianti di device satellitari, interpellati separatamente dal magazine tedesco, riferiscono di avere circa 2500 utenti attivi in Siria che garantiscono loro ricavi mensili che girano intorno ai centomila dollari. Ma questi attori fanno affari con «partner commerciali», e sostengono di non sapere le mani in cui finiscono le loro parabole. Quel che è cerco è che sui tetti dei centri media e di alcune abitazioni private di Raqqa compaiono costosi ricevitori che permettono all’Isis di pubblicare online la sua propaganda. E in città saldamente nelle mani dei fondamentalisti come quest’ultima o Deir-al-Zor, solo i tecnici che hanno giurato fedeltà all’Isis possono installare impianti.

La maggior parte delle parabole che finiscono in Turchia passano dal porto di Rotterdam, e nel loro smercio sono implicati diversi intermediari, che rendono difficile individuare responsabilità precise da attribuire per l’approdo finale. Le maggiori compagnie nel campo dell’Internet satellitare sono la francese Eutelsat, la Avanti Communications britannica e la Ses, con base in Lussemburgo: sono questi brand che forniscono la materia prima ai distributori locali, i quali a loro volta la rivendono ad aziende e privati. I numeri dei loro clienti in Medio oriente sono ignoti – Eutelsat e gli altri non diffondono questi dati, secondo lo Spiegel – ma a essere disponibili sono quelli di alcuni importatori: la società tedesca Sat Internet Services nel 2013 e 2014 ha esportato più di 6000 antenne paraboliche in Turchia; in questo Paese, tuttavia, stando ai dati pubblici dei registri dell’autorità nazionale delle telecomunicazioni (l’organo a cui è obbligatorio iscriversi per accedere a Internet), nel primo quadrimestre del 2015 le connessioni tramite parabola sono aumentate di sole 500 unità rispetto all’anno precedente.

I gestori di queste connessioni hanno la possibilità, ovvero i mezzi tecnici, di interromperle quando vogliono

Dove finiscono tutte quelle antenne? Una fonte anonima del giornale tedesco ha parlato di uomini con la barba che visitano frequentemente i mercati di Antiochia comprando dozzine di apparecchi per volta. Che i suddetti siano o meno faccendieri dello Stato islamico non è dato sapere con certezza, ma comunque un fattore rimane chiaro: i gestori di queste connessioni hanno la possibilità, ovvero i mezzi tecnici, di interromperle quando vogliono. Perché allora non lo fanno?, si chiede lo Spiegel. Un interrogativo a sua volta senza risposta, ma con qualche indizio. «Gli analisti di settore sostengono che costruire un satellite e mandarlo in orbita costa tra i 300 e i 400 milioni di euro», si legge nell’articolo, «questo spiega perché le società dietro le connessioni satellitari potrebbero essere propense ad accettare di dare a un gruppo terrorista i mezzi per comunicare e diffondere la loro propaganda, e probabilmente pianificare attacchi?».

L’Isis ha una sua divisione interna specializzata nel monitoraggio e l’intercettazione delle comunicazioni interne al califfato: si chiama Amn al-Dawla, è l’equivalente di un apparato di sicurezza statale che si occupa anche della gestione dei famigerati campi di prigionia del gruppo terrorista. L’importanza centrale di Internet negli organigrammi dello Stato islamico è stata ampiamente verificata fin dall’inizio della sua esistenza: durante l’avanzata in Iraq del giugno 2014, ad esempio, il gruppo si serviva di account social (soprattutto su Twitter) per disseminare l’etere di frasi e foto vittoriose, magnificando le proprie gesta e facendo proseliti intorno al mondo.

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