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15:23 giovedì 12 febbraio 2026
Gli agenti dell’ICE si stanno lamentando su Reddit perché non gli arriva lo stipendio e non hanno l’assicurazione Il subreddit r/ICE_ERO è diventato uno sfogatoio per gli agenti dell'ICE, che a quanto pare hanno molto da dire su retribuzione e benefit.
Su YouTube si terrà una maratona dedicata a Umberto Eco, per festeggiare la fine dei 10 anni di silenzio su di lui chiesti dallo scrittore nel suo testamento L'evento si terrà in diretta streaming sui canali YouTube della Fondazione Umberto Eco e della Fondazione Bottega Finzioni Ets, con inizio alle 12 del 18 febbraio, ora italiana.
Pur di costringerle a usare la sua app di messaggistica, il governo russo ha improvvisamente impedito l’accesso a Whatsapp a 100 milioni di persone Tutto pur di costringere i russi a iscriversi a Max, una app molto simile a Whatsapp ma controllata dal governo stesso, ovviamente.
Google ha emesso un’obbligazione che gli investitori potranno incassare tra 100 anni, se saranno ancora vivi A quanto pare, era l'unica maniera di trovare tutti i soldi che l'azienda vuole investire nello sviluppo dell'intelligenza artificiale.
Il Partito Liberale Democratico di Sanae Takaichi ha preso così tanti voti che non ha abbastanza deputati per occupare tutti i seggi vinti, quindi ne ha dovuti “regalare” un po’ agli altri partiti La vittoria è stata così larga che a un certo punto si sono accorti che non avevano più deputati da mandare alla Camera.
Alla Tate Modern di Londra sta per aprire la più grande mostra mai dedicata a Tracey Emin Concepita in stretta collaborazione con l’artista, A Second Life ripercorre 40 di carriera e riunisce più di 90 opere, alcune mai esposte prima.
C’è una nuova piattaforma streaming su cui vedere centinaia di classici, legalmente, gratuitamente e senza pubblicità Si chiama WikiFlix e riunisce più di 4000 lungometraggi, cartoni animati e cortometraggi, sia famosissimi che sconosciuti.
Trump ha fatto rimuovere la bandiera Lgbtq+ dal monumento di Stonewall, il luogo in cui è nato il movimento Lgtbtq+ Il governo ha poi spiegato che le uniche bandiere consentite nei pubblici monumenti sono quelle che «esprimono la posizione ufficiale» del governo.

World Wide Califfato

Chi permette all'Isis di usare Internet? Un'inchiesta dello Spiegel parla delle tecnologie usate dallo Stato islamico per connettersi alla rete.

10 Dicembre 2015

Gran parte della propaganda del sedicente Stato islamico passa attraverso Internet: i famigerati video delle decapitazioni dei prigionieri, ad esempio, hanno raggiunto ogni latitudine dopo essere stati caricati online dal gruppo terrorista. Ma se il web è accessibile solo tramite reti fisiche che funzionano grazie a servizi in abbonamento, chi permette all’Isis di diffondere i suoi contenuti? A questa domanda ha provato a rispondere lo Spiegel, con un’inchiesta pubblicata in questi giorni.

Nel califfato proclamato da al-Baghdadi l’accesso alla rete non è libero, e gli emiri (i reggenti territoriali locali) decidono individualmente chi ha il permesso di essere online (e a chi invece è negato). Il discorso si fa più complicato per quanto riguarda le infrastrutture che permettono di connettersi: le lande desolate e colpite dalla guerra di Siria e Iraq ovviamente non dispongono di strutture via cavo. Per aggirare il problema lo Stato islamico si rifornisce di parabole satellitari che provengono da Antiochia, una città non lontana dal confine turco-siriano e centro delle rotte commerciali della zona fin dall’antichità. Nei diffusi bazar del luogo si trova di tutto, dalle spezie ai vestiti, dagli oggetti d’arredamento fino, per l’appunto, all’elettronica.

EMC Satellite Earth Station At Raisting

La tecnologia necessaria per connettersi, per quanto indispensabile (la utilizzano anche le Ong per organizzare il loro lavoro, e per gli attivisti politici e i dissidenti è un mezzo essenziale per aggirare i controlli statali), costa cara: attualmente per ottenerla, rivela lo Spiegel, si può spendere fino a 500 dollari americani, l’equivalente di 450 euro, mentre la stessa cifra è da investire per sottoscrivere un abbonamento della durata di sei mesi. Due commercianti di device satellitari, interpellati separatamente dal magazine tedesco, riferiscono di avere circa 2500 utenti attivi in Siria che garantiscono loro ricavi mensili che girano intorno ai centomila dollari. Ma questi attori fanno affari con «partner commerciali», e sostengono di non sapere le mani in cui finiscono le loro parabole. Quel che è cerco è che sui tetti dei centri media e di alcune abitazioni private di Raqqa compaiono costosi ricevitori che permettono all’Isis di pubblicare online la sua propaganda. E in città saldamente nelle mani dei fondamentalisti come quest’ultima o Deir-al-Zor, solo i tecnici che hanno giurato fedeltà all’Isis possono installare impianti.

La maggior parte delle parabole che finiscono in Turchia passano dal porto di Rotterdam, e nel loro smercio sono implicati diversi intermediari, che rendono difficile individuare responsabilità precise da attribuire per l’approdo finale. Le maggiori compagnie nel campo dell’Internet satellitare sono la francese Eutelsat, la Avanti Communications britannica e la Ses, con base in Lussemburgo: sono questi brand che forniscono la materia prima ai distributori locali, i quali a loro volta la rivendono ad aziende e privati. I numeri dei loro clienti in Medio oriente sono ignoti – Eutelsat e gli altri non diffondono questi dati, secondo lo Spiegel – ma a essere disponibili sono quelli di alcuni importatori: la società tedesca Sat Internet Services nel 2013 e 2014 ha esportato più di 6000 antenne paraboliche in Turchia; in questo Paese, tuttavia, stando ai dati pubblici dei registri dell’autorità nazionale delle telecomunicazioni (l’organo a cui è obbligatorio iscriversi per accedere a Internet), nel primo quadrimestre del 2015 le connessioni tramite parabola sono aumentate di sole 500 unità rispetto all’anno precedente.

I gestori di queste connessioni hanno la possibilità, ovvero i mezzi tecnici, di interromperle quando vogliono

Dove finiscono tutte quelle antenne? Una fonte anonima del giornale tedesco ha parlato di uomini con la barba che visitano frequentemente i mercati di Antiochia comprando dozzine di apparecchi per volta. Che i suddetti siano o meno faccendieri dello Stato islamico non è dato sapere con certezza, ma comunque un fattore rimane chiaro: i gestori di queste connessioni hanno la possibilità, ovvero i mezzi tecnici, di interromperle quando vogliono. Perché allora non lo fanno?, si chiede lo Spiegel. Un interrogativo a sua volta senza risposta, ma con qualche indizio. «Gli analisti di settore sostengono che costruire un satellite e mandarlo in orbita costa tra i 300 e i 400 milioni di euro», si legge nell’articolo, «questo spiega perché le società dietro le connessioni satellitari potrebbero essere propense ad accettare di dare a un gruppo terrorista i mezzi per comunicare e diffondere la loro propaganda, e probabilmente pianificare attacchi?».

L’Isis ha una sua divisione interna specializzata nel monitoraggio e l’intercettazione delle comunicazioni interne al califfato: si chiama Amn al-Dawla, è l’equivalente di un apparato di sicurezza statale che si occupa anche della gestione dei famigerati campi di prigionia del gruppo terrorista. L’importanza centrale di Internet negli organigrammi dello Stato islamico è stata ampiamente verificata fin dall’inizio della sua esistenza: durante l’avanzata in Iraq del giugno 2014, ad esempio, il gruppo si serviva di account social (soprattutto su Twitter) per disseminare l’etere di frasi e foto vittoriose, magnificando le proprie gesta e facendo proseliti intorno al mondo.

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