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L’ultima moda tra i miliardari è comprarsi lo scheletro di un dinosauro Vengono battuti per milioni di dollari dalle più prestigiose case d'asta del mondo e acquistati da miliardari che si sono un po' stufati delle "normali" opere d'arte.
Sempre più giovani si dedicano al solomaxxing, cioè rimanere single perché per trovare un partner servono troppo tempo e troppi soldi Essere single non per scelta sentimentale o filosofica, ma perché le relazioni hanno un costo che il reddito medio non copre più.
Per festeggiare il centesimo compleanno il brand islandese 66°North si è inventato una delle campagne più riuscite degli ultimi anni Cento persone, nate ognuna in uno degli anni trascorsi dal 1926 a oggi, fotografate con addosso i loro vecchi capi 66°North, quelli a cui sono più affezionati.
Nelle praterie della Mongolia è stata costruita una galleria d’arte che sembra un’astronave precipitata sulla Terra Si chiama Praire Ark, l'ha disegnata lo studio architettonico cinese Büro Ziyu Zhuang ispirandosi alla saga di Alien di Ridley Scott.
Un tizio ha trovato per caso una demo unica di Is This It degli Strokes che la band aveva registrato e poi buttato È una prima versione dell'album, prodotta da Gil Norton, che Casablancas e compagni bocciarono e cestinarono. E che ora è miracolosamente riapparsa.
Secondo una ricerca scientifica gli uffici open space fanno male al cervello, fanno stancare di più e lavorare peggio A quanto pare ci voleva una ricerca per capire che rumore continuo, confusione incessante e assenza di spazio personale non fanno bene al cervello.
La pregiatissima collezione di vini di Stalin verrà venduta per finanziare l’apertura di una scuola di enologia in Georgia Al suo interno sono conservate più di 40 mila bottiglie, in parte prese dalle cantine degli zar e in parte scelte personalmente da Stalin.
Il prossimo film di Alice Rohrwacher sarà un adattamento del Barone rampante di Italo Calvino La regista non ha fatto in tempo a finire le riprese di Three Incestuous Sisters che è già arrivato l'annuncio del suo prossimo progetto.

World Wide Califfato

Chi permette all'Isis di usare Internet? Un'inchiesta dello Spiegel parla delle tecnologie usate dallo Stato islamico per connettersi alla rete.

10 Dicembre 2015

Gran parte della propaganda del sedicente Stato islamico passa attraverso Internet: i famigerati video delle decapitazioni dei prigionieri, ad esempio, hanno raggiunto ogni latitudine dopo essere stati caricati online dal gruppo terrorista. Ma se il web è accessibile solo tramite reti fisiche che funzionano grazie a servizi in abbonamento, chi permette all’Isis di diffondere i suoi contenuti? A questa domanda ha provato a rispondere lo Spiegel, con un’inchiesta pubblicata in questi giorni.

Nel califfato proclamato da al-Baghdadi l’accesso alla rete non è libero, e gli emiri (i reggenti territoriali locali) decidono individualmente chi ha il permesso di essere online (e a chi invece è negato). Il discorso si fa più complicato per quanto riguarda le infrastrutture che permettono di connettersi: le lande desolate e colpite dalla guerra di Siria e Iraq ovviamente non dispongono di strutture via cavo. Per aggirare il problema lo Stato islamico si rifornisce di parabole satellitari che provengono da Antiochia, una città non lontana dal confine turco-siriano e centro delle rotte commerciali della zona fin dall’antichità. Nei diffusi bazar del luogo si trova di tutto, dalle spezie ai vestiti, dagli oggetti d’arredamento fino, per l’appunto, all’elettronica.

EMC Satellite Earth Station At Raisting

La tecnologia necessaria per connettersi, per quanto indispensabile (la utilizzano anche le Ong per organizzare il loro lavoro, e per gli attivisti politici e i dissidenti è un mezzo essenziale per aggirare i controlli statali), costa cara: attualmente per ottenerla, rivela lo Spiegel, si può spendere fino a 500 dollari americani, l’equivalente di 450 euro, mentre la stessa cifra è da investire per sottoscrivere un abbonamento della durata di sei mesi. Due commercianti di device satellitari, interpellati separatamente dal magazine tedesco, riferiscono di avere circa 2500 utenti attivi in Siria che garantiscono loro ricavi mensili che girano intorno ai centomila dollari. Ma questi attori fanno affari con «partner commerciali», e sostengono di non sapere le mani in cui finiscono le loro parabole. Quel che è cerco è che sui tetti dei centri media e di alcune abitazioni private di Raqqa compaiono costosi ricevitori che permettono all’Isis di pubblicare online la sua propaganda. E in città saldamente nelle mani dei fondamentalisti come quest’ultima o Deir-al-Zor, solo i tecnici che hanno giurato fedeltà all’Isis possono installare impianti.

La maggior parte delle parabole che finiscono in Turchia passano dal porto di Rotterdam, e nel loro smercio sono implicati diversi intermediari, che rendono difficile individuare responsabilità precise da attribuire per l’approdo finale. Le maggiori compagnie nel campo dell’Internet satellitare sono la francese Eutelsat, la Avanti Communications britannica e la Ses, con base in Lussemburgo: sono questi brand che forniscono la materia prima ai distributori locali, i quali a loro volta la rivendono ad aziende e privati. I numeri dei loro clienti in Medio oriente sono ignoti – Eutelsat e gli altri non diffondono questi dati, secondo lo Spiegel – ma a essere disponibili sono quelli di alcuni importatori: la società tedesca Sat Internet Services nel 2013 e 2014 ha esportato più di 6000 antenne paraboliche in Turchia; in questo Paese, tuttavia, stando ai dati pubblici dei registri dell’autorità nazionale delle telecomunicazioni (l’organo a cui è obbligatorio iscriversi per accedere a Internet), nel primo quadrimestre del 2015 le connessioni tramite parabola sono aumentate di sole 500 unità rispetto all’anno precedente.

I gestori di queste connessioni hanno la possibilità, ovvero i mezzi tecnici, di interromperle quando vogliono

Dove finiscono tutte quelle antenne? Una fonte anonima del giornale tedesco ha parlato di uomini con la barba che visitano frequentemente i mercati di Antiochia comprando dozzine di apparecchi per volta. Che i suddetti siano o meno faccendieri dello Stato islamico non è dato sapere con certezza, ma comunque un fattore rimane chiaro: i gestori di queste connessioni hanno la possibilità, ovvero i mezzi tecnici, di interromperle quando vogliono. Perché allora non lo fanno?, si chiede lo Spiegel. Un interrogativo a sua volta senza risposta, ma con qualche indizio. «Gli analisti di settore sostengono che costruire un satellite e mandarlo in orbita costa tra i 300 e i 400 milioni di euro», si legge nell’articolo, «questo spiega perché le società dietro le connessioni satellitari potrebbero essere propense ad accettare di dare a un gruppo terrorista i mezzi per comunicare e diffondere la loro propaganda, e probabilmente pianificare attacchi?».

L’Isis ha una sua divisione interna specializzata nel monitoraggio e l’intercettazione delle comunicazioni interne al califfato: si chiama Amn al-Dawla, è l’equivalente di un apparato di sicurezza statale che si occupa anche della gestione dei famigerati campi di prigionia del gruppo terrorista. L’importanza centrale di Internet negli organigrammi dello Stato islamico è stata ampiamente verificata fin dall’inizio della sua esistenza: durante l’avanzata in Iraq del giugno 2014, ad esempio, il gruppo si serviva di account social (soprattutto su Twitter) per disseminare l’etere di frasi e foto vittoriose, magnificando le proprie gesta e facendo proseliti intorno al mondo.

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