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11:39 mercoledì 2 settembre 2026
L’uomo condannato per l’omicidio di Tupac aveva scritto in un libro di essere il mandante dell’omicidio di Tupac, poi è stato accusato di essere il mandante dell’omicidio di Tupac e ha detto che in realtà si era inventato tutto per vendere più copie Il libro si intitola Compton Street Legend, autopubblicato, 215 pagine con filigrane a forma di foro di proiettile, e descrive Duane Keith Davis, detto Keffe D, come l'uomo che procurò la pistola che fu usata per uccidere Tupac.
Four Tet ha pubblicato su YouTube un set di 4 ore e mezza 58 tracce condensate in 4 ore e 24 minuti. Nel video ci sono inediti, remix, canzoni dal suo repertorio fantasma e numerose collaborazioni.
A Gaza non si possono più far volare gli aquiloni perché Israele li considera una minaccia terroristica Lo ha annunciato il Ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, secondo il quale «Un aquilone viene trattato come un drone, con o senza esplosivi».
Ci sono così tanti video dell’inondazione in Nepal generati con l’AI che il governo nepalese ha intimato alle piattaforme di rimuoverli tutti immediatamente E ha pure creato una task force di polizia esclusivamente dedicata alla caccia di questi contenuti e alla denuncia delle persone che li creano e diffondono.
Ib Kamara lascia Off White ed è l’ennesima brutta notizia per lo streetwear Sono previste però special capsule firmate da lui con dieci collaboratori esterni, tra cui il musicista Kid Cudi e lo stilista Raul Lopez.
Il governo serbo concederà a Ratko Mladic, il boia di Srebrenica, il funerale di Stato perché «era pur sempre un generale» «Il generale Mladic è un generale, e ci sono dei protocolli da seguire», questo si è limitato a dire il Ministro della Giustizia serbo, Nenad Vujic.
La ragione per cui le aziende AI stanno addestrando le AI usando solo libri vecchi e che i libri vecchi sono gli unici che sicuramente non sono stati scritti con l’AI Cause giudiziarie e inchieste giornalistiche hanno rivelato che questa è una pratica ormai diffusissima. Anche perché le AI non possono più essere addestrate con contenuti presenti su internet, perché troppi contenuti presenti su internet sono ormai fatti con l'AI.
Le operazioni di soccorso al confine tra Nepal e Tibet stanno diventando impossibili a causa della piena di un lago che si è formato dopo la frana che ha causato l’inondazione Operazioni che erano già difficili per via dalle infrastrutture distrutte e dalle linee di comunicazione danneggiate.

Una biblioteca di semi per salvare la cultura palestinese

Con la Biblioteca dei Semi dell’Eredità Palestinese l'artista Vivien Sansour vuole conservare varietà autoctone vegetali, raccontandone le storie.

03 Settembre 2024

Sulla strada che porta a Tel Aviv, non lontano da Gerusalemme, si trova un grande parco con comodi tavoli da picnic e sentieri ben segnati, dove le famiglie israeliane amano passare il fine settimana. Fino al 1967, in questi stessi luoghi, sorgevano tre villaggi palestinesi – Imwas, Yalu e Beit Nuba – di cui oggi non rimane alcuna traccia, sfollati e rasi al suolo per far posto ad una distesa verde di pini e cipressi. A 60 anni di distanza, la storia di questi luoghi sopravvive quasi esclusivamente nella memoria di chi, allora poco più che bambino, fu costretto a lasciarli. Ma anche grazie agli occhi attenti di coloro che riconoscerebbero le proprie radici ovunque e che, tra i pini non nativi piantati dopo il 1967, scorge decine di specie autoctone che rivendicano con determinazione quella terra un tempo loro: carrubi, mandorli, melograni, sommacco…

Dopo aver visitato il parco nel 2019, l’artista e attivista palestinese Vivien Sansour scrisse: «Questi alberi sono prove di un crimine non perfetto: anche se le persone sono state sradicate, i semi dei loro alberi sono sopravvissuti e ci forniscono una traccia per scoprire la storia della comunità agricola che un tempo abitava questi luoghi».

Nata a Betlemme e cresciuta tra la Cisgiordania e gli Stati Uniti, Vivien Sansour ha occhi allenati e attenti. Da anni lavora con decine di agricoltori in tutto il mondo per raccogliere e proteggere varietà locali di sementi e, con esse, le tradizioni agricole di chi le coltiva. Questo lavoro di ricerca – a tratti antropologico, a tratti botanico – si traduce in performance artistiche che raccontano la ricchezza genetica e culturale dei sistemi agricoli. Utilizzando terriccio, semi, piante, ma anche immagini, suoni e narrazioni dirette, Sansour racconta il concetto di eredità culturale attraverso il cibo, l’agricoltura e la biodiversità in una dimensione insieme locale e globale. Attraverso le sue opere, la tutela della biodiversità diventa per Sansour un atto culturale e politico, una forma di resistenza: proteggere i semi delle colture che ci nutrono significa conoscere le proprie radici – e quindi poterle rivendicare.

Nel 2016, Sansour dà vita alla Biblioteca dei Semi dell’Eredità Palestinese, un progetto ambizioso che ha come obiettivo quello di conservare il patrimonio e la cultura palestinese salvaguardando varietà autoctone di semi e raccontandone le storie. A differenza delle banche dei semi, che hanno lo scopo di conservare un’adeguata quantità di sementi nell’eventualità di una catastrofe biologica, l’obiettivo della biblioteca dei semi è proprio quello di facilitarne lo scambio. La tutela delle diverse specie di sementi avviene non per conservazione, ma per propagazione, attraverso scambi continui. La Biblioteca si ispira infatti alla tradizione dello scambio di semi, una pratica antica quanto l’agricoltura e oggi quasi scomparsa, ma che per millenni ha permesso alle comunità agricole in tutto il mondo di essere autosufficienti da un punto di vista alimentare.

A partire dagli anni ‘70, con la commercializzazione dei semi e la loro privatizzazione mediante brevetti, le varietà locali sono state lentamente soppiantate da varietà selezionate – più performanti ma spesso meno resistenti alle malattie e più povere a livello nutrizionale. Il risultato è che le sementi autoctone, in molte aree del mondo, stanno gradualmente scomparendo dai nostri piatti e dalla nostra memoria collettiva, con conseguenze molto serie per la salute e la biodiversità.

In Palestina le dinamiche non sono troppo diverse, spiega Sansour. Nell’arco degli ultimi 10 anni molte aree agricole sono state convertite in monocolture che dipendono in gran parte dalle aziende agricole israeliane per le sementi e i fertilizzanti. L’idea di una Biblioteca dei Semi dell’Eredità Palestinese nasce proprio dal bisogno di raccogliere e proteggere le varietà più autoctone di semi e di raccontare la storia palestinese attraverso le sue tradizioni agricole e culinarie. Oltre al lavoro di ricerca portato avanti da Sansour, negli anni, molte varietà sono arrivate tra gli scaffali della Biblioteca dei Semi grazie alle storie degli agricoltori palestinesi più anziani che, ricordando un piatto o una pianta della loro giovinezza, si sono messi alla ricerca di quei semi quasi dimenticati.

La riscoperta di varietà diverse di semi gioca un ruolo importante anche nella crisi climatica, per creare sistemi agricoli più resilienti e che si adattano meglio ai cambiamenti a cui stiamo andando incontro. Tra i semi raccolti, ad esempio, Sansour racconta di varietà che crescono rigogliose in climi caldi e senza irrigazione e che gli agricoltori palestinesi hanno coltivato per migliaia di anni, proprio grazie a queste caratteristiche. In un mondo sempre più caldo e con poca disponibilità d’acqua, la conoscenza di semi e colture che sono in grado di adattarsi fare la differenza.

La Biblioteca dei Semi ha radici che affondano profonde nella città palestinese di Battir, sito Patrimonio Unesco per la coltivazione dell’ulivo e della vite su terrazzamenti in pietra. Lì, tra scaffali colmi di semi e libri di botanica e agraria, si trova l’unica sede fisica della Biblioteca. Per il resto, quello di Sansour è un progetto che ha assunto vita propria e che negli anni è evoluto in modo quasi indipendente. Ne è un esempio il fatto che la Biblioteca non tenga traccia di dove finiscono le sementi, una scelta che Sansour vede come una forma di libertà, in contrasto con le restrizioni di movimento a cui i palestinesi sono soggetti in patria: «Simboleggia davvero la libertà che speriamo di raggiungere noi stessi. Se noi non possiamo volare, lo faranno i nostri semi».

Ma è anche una scelta che racconta l’esperienza di un popolo costretto a vivere lontano dalla propria terra. Nel corso del XX secolo, circa metà della popolazione palestinese ha lasciato il Paese e, ad oggi, 7 milioni di palestinesi risiedono al di fuori dei propri confini. Per loro, ma anche per chi è riuscito finora a rimanere, mantenere radici salde non è solo importante ma necessario.

L’attuale assedio di Gaza, l’utilizzo del cibo come arma di guerra contro la popolazione palestinese e la sistematica distruzione delle colture in Cisgiordania hanno reso ancora più urgente il lavoro di Sansour. Raccontare la storia dei semi palestinesi, favorendone lo scambio e l’utilizzo, significa mantenere una connessione forte con quella terra, ciò che è stata in passato e ciò che sarà in futuro. Ma per Sansour è anche un modo, quasi letteralmente, di coltivare speranza:  «Non solo siamo esistiti, ma esistiamo oggi e esisteremo in futuro. Potremmo avere un aspetto diverso, ma siamo qui. Questa è per me la visione dietro della Biblioteca dei Semi».

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