È avvenuto nella categoria Miglior cortometraggio live action, dove il premio lo hanno vinto sia The Singers che Two People Exchanging Saliva.
Nel 1946 Natalia Ginzburg, sulla rivista Mercurio, scriveva così: «Ho conosciuto moltissime donne, e adesso sono certa di trovare in loro dopo un poco qualcosa che è degno di commiserazione, un guaio tenuto più o meno segreto, più o meno grosso: la tendenza a cascare nel pozzo e trovarci una possibilità di sofferenza sconfinata che gli uomini non conoscono forse perché sono più forti di salute o più in gamba a dimenticare sé stessi».
S., la protagonista di Non scrivere di me, il nuovo romanzo di Veronica Raimo pubblicato da Einaudi, è questo: una donna caduta in un pozzo. La troviamo, 35enne e svogliata, che serve ai tavoli di un bar piuttosto scarso, ma che ha comunque la pretesa di risultare vagamente sofisticato. Osserva con insofferenza una giovane scrittrice che ruba un cucchiaino di cheesecake al fidanzato, forse è invidiosa, perché quella sembra felice; di certo ha sviluppato un certo cinismo verso il mondo, forse per proteggersi. S. è come molte donne, più o meno giovani, con cui ho lavorato nei bar. Le unghie cortissime, i movimenti rapidi di chi è avvezzo al lavoro di sala, quel modo sempre un po’ canzonatorio di rivolgersi ai clienti. Le scappatoie per rallentare il ritmo del servizio e rubare qualche minuto: siediti per scrivere la lavagnetta del menù, riposati, scrivilo lentamente; non smettere mai di fumare, meglio il cancro che non avere più scuse per le pause; quando vai in bagno rispondi a tutti i messaggi, e così via. Una vita stipata nei pertugi. A dispetto però delle scarpe comode, dal linguaggio di S. e dai suoi modi trapela una certa ricercatezza: quel tanto che basta a immaginare che aveva studiato per fare altro, nella vita, che si immaginava di diventare un’altra persona ma che, parafrasando Sylvia Plath, il tempo è passato, uno dopo l’altro i fichi del suo albero delle possibilità sono caduti, e a lei è rimasto in mano solo quello della cameriera in nero.
Sono molti anni che S. è caduta nel pozzo. Così tanti che viene da chiedersi se lei si ricordi di esserci finita, o se quella ormai sia la sua normalità tout court. È lei stessa a raccontarlo attraverso i numerosi flashback che interrompono la narrazione al presente, con la voce asciutta e tagliente di Raimo, che qui abbandona gran parte dell’ironia di Niente di vero per esplorare il labirinto di un’ossessione che si allarga fino a segnare il corso di una vita intera. Un giorno infatti, per caso, mentre sta servendo ai tavoli, S. scopre che Dennis May, l’attore e regista statunitense che un decennio prima aveva vissuto un fugace momento di gloria nel circuito indipendente, si è suicidato. Quel nome, e una morte che all’improvviso cancella la possibilità del confronto che S. ancora stava aspettando, la riportano agli anni dell’università – quando, studentessa dalle ambizioni letterarie, si era innamorata di quel giovane artista dall’aria blasé con cui, e a dispetto della sua stessa incredulità, aveva avuto una breve, affannosa e frammentaria relazione. Si erano visti quattordici volte, e poi basta.
Il copione è piuttosto classico: una ragazza con velleità intellettuali si innamora di uno più cool di lei, che la vuole ma in fondo non poi così tanto, e perde la testa. Mente al suo ragazzo, sale su un treno notturno che la porta da Roma a Milano per chiudersi in una stanza d’albergo insieme all’altro per due giorni, si compiace della luce riflessa che sente su di sé quando lo accompagna a fare shopping. Si sente l’eroina, pazza d’amore, di un romanzo di cui non si chiede come andrà a finire, ma da cui si lascia incantare e basta: com’è bello, come sono bella io, quando sono insieme a lui. D’improvviso il corso di una vita regolare – gli amici, lo studio, il fidanzato – viene sospeso e S. si ritrova a vendere ai turisti poesie su commissione per pagarsi l’abito scollato sulla schiena con cui, immagina, percorrerà il red carpet di Venezia appesa al braccio del suo divo hipster. Dennis May diventa il centro gravitazionale di tutti i suoi pensieri, anche se non la cerca, anche se sparisce per settimane (o più probabilmente proprio perché sparisce, attivando quel meccanismo di rinforzo intermittente di cui tutti abbiamo fatto esperienza). Quando decide di ricomparire, lei c’è sempre, ma una dopo l’altra le fantasie di S. si spengono: non ci sarà lei a sorridere ai fotografi sul tappeto rosso, gran parte dei suoi messaggi rimarranno senza risposta, sospesi nella distanza che li separa e che rende manifesta l’inafferrabilità di lui, il suo appartenere a un altro mondo, la sua indifferenza. «Cos’è che facevi, tu? Scrivi poesie, no?», le chiede con noncuranza durante il loro ultimo incontro, mentre lei già se ne sta andando. E poi: «Be’, non scrivere di me».
L’ultima volta che S. lo vede sono, di nuovo, in un albergo dove lei ha insistito per incontrarlo, ed è lì che si apre la crepa che spezza in due la vita della protagonista. Uscita da quella stanza, S. è un’altra persona. Se ne accorge anche il concierge: «Stai bene?», le chiede vedendola uscire. Lei, confusa e furtiva, risponde di sì e poi se ne va, ma per anni conserverà gli abiti che indossava quel giorno, sporchi di sangue. In quella stanza, in pochi minuti, si è consumata una violenza sessuale, incomprensibile come tutte e disorientante, ancora più complessa da capire perché come si fa a conciliare l’immagine del ragazzo di cui sei innamorata con quella del tuo violentatore? È un’equazione che la mente rifugge, perché il cuore è testardo e fatica a liberarsi dei propri idoli, li vorrebbe salvare tutti per salvare sé stesso e dirsi che non aveva poi sbagliato, a intravedervi tanta bellezza. S. quell’equazione non riesce a portarla a termine e allora si blocca, come sospesa in quell’eterna giovinezza in cui, si illude, è ancora tutto possibile, nell’attesa che lui torni e le offra una spiegazione, la possibilità di riscrivere quanto successo quel pomeriggio: «Per la prima volta mi resi conto che la storia di Dennis non esisteva, non l’aveva mai scritta, non aveva lasciato tracce. Tutto quello che era successo era la mia versione, lui non aveva alcun interesse a dare la sua. Avevo perso lui e le sue parole, le uniche che avrei voluto possedere. Il mio nome nella sua storia. Non ero nemmeno sicura che lo ricordasse ancora».
Raimo rifugge la narrazione stereotipata della vittima: S. è un personaggio sghembo, problematico, a tratti egoista. Ha offerto a quello che sarebbe diventato il suo aguzzino tutte le occasioni per ferirla, non è mai stata capace di proteggersi e lo sa, e si sente in colpa e dubita, in fondo, di avere qualcuno da biasimare: è stata lei a cercarlo, lei a impazzire per lui, lei a salire in quella camera d’albergo. In Non scrivere di me il confine fra amore e violenza viene esplorato senza intenti didascalici, senza erigere manifesti o inventarsi una risolutezza che spesso, fuori dai romanzi, non esiste. Il femminismo riecheggia sullo sfondo dei pensieri della protagonista, come lo spirito del tempo che dovrebbe offrire le coordinate per orientarsi nel mondo, ma non riesce a tenderle un sostegno reale. La consapevolezza femminista non si fa carne, la sorellanza non è altro che un pensiero: «Credevo a tutte quante, ma non ero in cerca di sorelle. Non ne ero in grado, non sapevo farlo. Un cane da guardia non cerca il branco. A volte ero posseduta da una strana irrealtà, come se la lunga sequenza in quella stanza fosse accaduta soltanto nella mia mente. Avevo avuto un black-out, non era possibile che avessi avuto pure un’allucinazione?».
Non scrivere di me è un romanzo che si interroga su cosa resta dell’amore, quando l’amore si fa violenza, sulla necessità di trovare una spiegazione al proprio dolore per poterlo archiviare e andare oltre, sulla tragicità di quando l’unica persona che poteva completare la nostra storia muore, e con lei sparisce la possibilità di darci un senso. È, infine, anche un romanzo sulla sorellanza. Non quella teorizzata nei manuali di femminismo o sbandierata come slogan su Instagram, ma quella di due donne – nelle ultime pagine del libro – che si conoscono da pochi minuti, che sedute al tavolino di un bar dividono una bottiglia mentre si confidano sullo stesso uomo, e si offrono vicendevolmente uno specchio, un terreno di realtà e validazione al proprio vissuto – non importa quanto arbitrario, non importa quanto soggettivo, e non importerebbe neanche se non ci fosse niente di vero.
Foto di Carsten Zoltan
È avvenuto nella categoria Miglior cortometraggio live action, dove il premio lo hanno vinto sia The Singers che Two People Exchanging Saliva.
«Non ha potuto essere qui questa sera, o non ha voluto, quindi ritirerò il premio a suo nome», ha detto Kieran Culkin, che ha ritirato il premio per lui.
Il 14 marzo di 30 anni fa usciva PK – Paperinik New Adventures. All'epoca, il nuovo Paperinik era talmente diverso dal resto del fumetto nostrano che in tanti faticarono a capirlo. Oggi, quelle storie sono ricordate con la nostalgia e l'affetto che si devono ai classici.
Si tratta, tra l'altro, di due puntate molto importanti perché raccontano la storia dei Dalek, i villain più famosi dell'universo di Doctor Who.
