Avevamo davvero bisogno di capire che l’attivismo social non può sostituire il dibattito culturale?

Il lancio di stracci tra attiviste e Lucarelli ci ricorda l’importanza, anche nel 2025, di avere strutture che possano filtrare, modificare, ponderare le opinioni prima di immetterle nel discorso pubblico.

04 Novembre 2025

Nel mio lavoro (sono un’editrice in tre Paesi) incontro quotidianamente le idee e le storie di persone che del raccontare idee e storie hanno fatto la loro professione. Il mio compito è accompagnare queste idee e queste storie, nella forma di libri, verso il pubblico. In questo senso il mio punto di osservazione sull’espressione del pensiero, del vissuto, dei valori della gente con cui ho a che fare è abbastanza privilegiato. Siedo in tribuna, perché, in qualche modo, ho partecipato alla costruzione di uno stadio.

Quindi, nonostante non sia un’esperta dei social e dei loro meccanismi, dalle scalate per la visibilità alle cadute più brutali o ridicole, mi ritengo esperta dei modi in cui le modalità e i tempi di veicolazione di un contenuto rischiano di deformarlo, così come, più alla lunga, rischiano di deformare direttamente la persona che lo ha espresso, o il suo riflesso negli occhi di chi la legge. Perciò ritengo opportuno accodarmi alle riflessioni di chi sta provando a interpretare gli scontri sui social e sui giornali di questi giorni – la pubblicazione fatta da Selvaggia Lucarelli sul Fatto Quotidiano di estratti dalle chat private di attiviste come Carlotta Vagnoli, Flavia Carlini, Valeria Fonte, Giuseppe Pagano e Karem Rohana, famose soprattutto per la loro attività su Instagram – e per quanto possibile espanderle.

Esprimere un’opinione sembra una cosa non solo attraente, ma anche semplicissima, e in effetti è garantita in tutti gli Stati rispettabili e viene quotidianamente incoraggiata sui social, che hanno bisogno di mantenere alto l’engagement attraverso la continua emissione di contenuti, il più possibile polarizzati, e sui giornali, che devono fare notizia. Questo esercizio intellettuale apparentemente così piccolo e innocuo e alla portata di tutti nasconde però una marea di insidie etiche, politiche, filosofiche, psicologiche con cui in pochi sembrano pronti a fare i conti. Un motivo potrebbe essere che la visione stessa della creatività intellettuale e della sua “nobiltà” da un punto di vista morale sia un po’ edulcorata.

Per come la vedo io, già scrivere una frase su una pagina, scegliere le parole, il tono, il messaggio, è un piccolo esercizio di violenza. Chi scrive sta decidendo di forzare un enunciato tra le infinite iterazioni possibili (più o meno rispettose, più o meno coerenti) semplicemente perché ha deciso che vuole dire quella cosa lì, e ritiene di avere diritto di dirla in quel modo e che questo sia bello o utile per qualcuno. La storia (o l’opinione) potrebbe essere raccontata in qualunque modo, ma dalla sua posizione, e per la sua esperienza di vita, professionale e di studio, chi la esprime ne ha scelta una e la rivendica mettendola sulla pagina, o in un post. È una forzatura che sta alla base di qualunque creazione artistica o intellettuale, di qualunque posizionamento politico. L’accumulo di questi enunciati o espressioni su temi di attualità e la coerenza logica fra le opinioni espresse sono quello che dà forma a un intellettuale, un attivista, e cioè un personaggio che fa sistema delle sue convinzioni e dei suoi valori e poi le esprime dove gli sembra abbia senso farlo, dove glielo lasciano fare, o dove viene incoraggiato a farlo.

Qui entrano in gioco le differenze fra i social, dove tutti possono dire più o meno quello che vogliono, e contesti più tradizionali come la redazione di un giornale o una casa editrice, dove un gruppo più piccolo e si spera qualificato di persone guidano chi scrive verso il lettore, con una funzione preventiva di scelta e di contenimento che a molti sembra gatekeeping ma che di fatto tutela anche l’autore nella condivisione delle responsabilità sul contenuto pubblicato, di fronte al menefreghismo tattico delle più onnivore piattaforme.

Spesso gli autori esordienti si stupiscono di quanto tempo passi tra l’acquisizione di un libro e la sua uscita in libreria. C’è un’abitudine a pensare che, finito il libro, ha senso che esca subito, così come chi ha un’opinione tende a “emetterla” immediatamente. Il tempo che intercorre fra il completamento della scrittura di un libro e la sua pubblicazione è però pieno di lavoro e di operazioni varie che servono a fare in modo che il libro, in quella che è ritenuta la sua forma migliore dall’autore e dall’editore, riesca a raggiungere il numero maggiore di lettori giusti, cioè a capire come possa funzionare al meglio l’incontro fra l’autore e il pubblico.

Il tempo di capire, approfondire, limare, ritornare sul testo e sulla sua interpretazione, ma anche il tempo di aspettare, interrogarsi, sentirsi insicuri del proprio lavoro, è uno degli alleati fondamentali nella formazione di un’opera, di un’idea forte, di una storia ben raccontata, e quindi anche di una posizione politica credibile. E, più in generale, anche dell’esperienza di un intellettuale, che ha bisogno per fare sistema di darsi il tempo di capire, collegare le idee, e anche di viverci in mezzo. Non è una garanzia di successo, ma è un aiuto enorme nel momento in cui ci si trova a rivendicare il proprio pensiero, o a difendere il proprio lavoro e la propria coerenza. E il tempo è uno degli ingredienti che sui social, in una formazione reattiva, velocissima di opinioni sull’attualità, mancano del tutto.

Mi sembra che oggi la maggior parte delle figure pubbliche che si occupano di questioni delicatissime tendano a farlo in un modo compulsivo giustificato dal modo in cui l’informazione funziona sui social, ma anche dannoso a livello psicologico e anche intellettuale e morale. L’impressione è che negli scarti che rovinano intere carriere, trasformano la percezione di una figura pubblica, distruggono amicizie o alleanze intellettuali spesso manchi addirittura la consapevolezza di come una certa situazione incresciosa si sia venuta a determinare, fondamentale per difendere la propria integrità intellettuale. Mi chiedo in quanti, alla domanda “perché hai scelto queste parole, o questo pensiero” saprebbero dare una risposta ragionata, diversa da quella più meccanica che tutti spesso abbiamo formulato in mezzo a dibattiti pubblici. È normale non averla, perché è una risposta che richiede lunghe riflessioni e una ferma volontà di scandagliare le proprie inclinazioni.

Per tornare al mio appello a coloro che abbiano scelto la strada impervia degli intellettuali, degli attivisti, il mio consiglio principale è quindi di darvi e poi proteggere il tempo di pensare. Perché facciamo quello che facciamo? Perché stiamo dicendo questa cosa, o difendendo questa posizione? Con chi stiamo parlando? E perché lo stiamo facendo qui, perché lo stiamo facendo adesso? Quali sono i nostri valori? Quali sono i nostri condizionamenti? Stiamo andando troppo veloce, stiamo andando a sbattere contro un muro? Cosa rischiamo di dimenticare in questa corsa forsennata che a volte non sappiamo nemmeno perché stiamo facendo? Cosa rischiamo di diventare?
Ovviamente ognuno risponderà come vuole – ma l’esercizio intellettuale (ed etico) è farsi le domande.

Foto di Murat Kocabas/Middle East Images/AFP via Getty Images

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