La National Association for the Advancement of Colored People ricorrerà a questa misura estrema, usata, e solo in parte, in altri tre casi nella storia.
La tregua tra Usa e Iran prevederebbe un pedaggio di 2 milioni di dollari per ogni nave che passa per lo Stretto di Hormuz. Prima della guerra non c’era nessun pedaggio
Il problema è che, secondo l diritto internazionale, non si può imporre un pedaggio in acque internazionali. Ma sia Iran che Usa hanno promesso di farlo.
All’indomani della tregua negoziata e quasi rispettata tra Iran e Stati Uniti, l’Iran ha divulgato una nuova mappa per un passaggio sicuro delle navi – al riparo dalle mine disseminate per tutto il tratto di mare che separa Iran, Emirati Arabi e Oman – nello Stretto di Hormuz. Allo stesso tempo si è tornati a parlare del possibile pedaggio da 2 milioni di dollari che potrebbe o non potrebbe essere imposto alle navi per il passaggio verso il Golfo. Una possibilità che resta al momento lontana in quanto Israele, poco dopo il cessate il fuoco, ha iniziato a lanciare razzi verso il Libano sostenendo che la tregua non riguardi né Israele né il Libano ma solo Iran, le basi Usa nel Golfo e tutti gli altri paesi del Golfo.
Ma la cifra di 2 milioni di dollari, che verrebbero pagati in yuan cinesi o criptovalute, non è casuale. Come spiega Bloomberg, la Guardia Rivoluzionaria Iraniana (IRGC) ha iniziato ad applicare un sistema formale di pedaggio alle navi che transitano nello Stretto di Hormuz. Il sistema, in fase di sviluppo, richiede agli operatori navali di contattare un intermediario legato all’IRGC per fornire dati sensibili, tra cui dettagli sulla proprietà, elenchi dell’equipaggio e dati del Sistema di Identificazione Automatica (AIS). A seguito di un controllo di sicurezza per assicurare che non vi siano legami con Israele o gli Stati Uniti, le tariffe vengono negoziate in base a una classificazione a cinque livelli, con le petroliere che in genere pagano circa 1 dollaro per barile di petrolio che trasportano. Per una petroliera di grandi dimensioni (VLCC) in grado di trasportare 2 milioni di barili, un singolo passaggio potrebbe quindi costare fino a 2 milioni di dollari.
Oltre ai portafogli dei grandi investitori o quelli dei comuni mortali, la chiusura e conseguente introduzione del pedaggio nello Stretto di Hormuz porrebbe dei seri problemi anche dal punto di vista del diritto internazionale. Nello specifico, l’iniziativa dell’Iran costituirebbe una violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (che tra le cose vieterebbe di interferire con le navi in transito in acque internazionali). Il diritto internazionale funziona se tutti aderiscono alle sue norme, che per costituzione e governance sono più “deboli” di quelle nazionali (e a essere puniti sono solo i Paesi che hanno ratificato gli accordi, non quelli che non vi aderiscono ma che li violano lo stesso). Funzionano allo stesso modo anche i trattati e, nel caso della Convenzione sul diritto del mare, tra i 171 paesi che nel 1994 l’hanno firmata non figurano proprio Stati Uniti e Iran. Fino a fine febbraio, tuttavia, anche questi due Paesi – come è prassi nel diritto internazionale – si erano adeguati alle disposizioni sancite. Dall’inizio della guerra, entrambi i Paesi hanno tentato di imporre dazi sul passaggio delle navi: l’Iran come arma, gli Stati Uniti secondo l’infantile principio del “se lo fanno loro lo faccio anche io”.
La National Association for the Advancement of Colored People ricorrerà a questa misura estrema, usata, e solo in parte, in altri tre casi nella storia.
«Al di là di qualsiasi convinzione o posizione, uniamoci per fermare queste azioni disumane, illegali e distruttive», ha scritto il regista.
Il termine, coniato dal Financial Times, si applica ad almeno dieci occasioni in cui Trump ha fatto grandi minacce per poi battere in veloce ritirata.
Anni di discussione sulla crisi climatica non sono serviti a convincerci. Ci è voluta il peggior disastro geopolitico della storia recente per ricordarci quanto fragile sia il mondo fondato su petrolio e gas. E quanto poco tempo gli resti.
Il Presidente si rivolge ai «crazy bastards» iraniani, minacciandoli di scatenare un «living in Hell» se non «open the fuckin’ Strait»: persino tra i Repubblicani inizia a esserci una certa inquietudine.