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03:46 venerdì 25 settembre 2026
Sofia Coppola sta festeggiando i venti anni di Marie Antoinette con una mostra alla Reggia di Versailles Gli spazi del Petit Trianon ospitano costumi, accessori, moodboard, sceneggiature annotate, fotografie, schizzi preparatori, elementi di scenografia e anche alcune sequenze del film proiettate negli stessi ambienti in cui furono girate.
Il fatto che sempre più biblioteche permettano di prendere in prestito gli ebook sta portando a un calo delle vendite delle librerie Una ricerca sostiene che il prestito digitale fa diminuire gli acquisti soprattutto nelle prime settimane dopo l'uscita, quelle in cui si decide il destino commerciale di un libro.
El Niño ha causato delle piogge così intense da far sbocciare migliaia e migliaia di fiori nel deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi del mondo È un fenomeno chiamato "deserto fiorito": 15 ettari di deserto improvvisamente coperti di fiori bianchi, viola e gialli.
Dopo aver riportato al cinema le streghe, i lupi mannari e i vampiri, Robert Eggers farà la stesa cosa con Romeo e Giulietta E siccome gli piacciono gli adattamenti infedeli, il film non si intitolerà Romeo e Giulietta e potrebbe non essere ambientato a Verona.
In Israele sta iniziando a mancare l’acqua potabile perché Israele ha distrutto gli impianti di depurazione a Gaza Dal 7 ottobre 2023 i bombardamenti hanno distrutto il 90 per cento delle infrastrutture idriche e fognarie di Gaza. E adesso questo è diventato un problema anche per Israele.
Non si sa niente del nuovo film di Gregg Araki, ma il fatto che si intitoli Il declino della fottuta civiltà occidentale ci fa sperare benissimo Il regista di Mysterious Skin starebbe dirigendo una commedia dark con Ashton Kutcher, Alison Brie e Jesse Williams.
I Meta Glasses sono talmente odiati che qualcuno si è inventato un’app che si chiama Zuckoff che ti avverte se ce n’è un paio nella vicinanze Si chiama Zuckoff, intercetta le frequenze bluetooth con cui gli smart glasses si collegano al telefono e avvisa chi l'ha installata.
Trump non fa altro che parlare male dell’ONU, ma intanto è solo grazie all’ONU se Usa e Iran si sono finalmente incontrati dopo settimane di bombe, insulti e minacce Ovviamente all'incontro hanno partecipato funzionari americani e iraniani, non lui. Lui ha fatto un discorso in cui insultava e minacciava l'Iran.

Una vita senza carta

È possibile, conviene? Riflessione che parte da un'app per approdare alla vita dei knowledge workers

12 Aprile 2012

Recentemente, la mia vita ha subito una leggera e sorprendente svolta. Il merito è di una app, un’epifania tascabile che ha rivoluzionato molte mie abitudini: ha aumentato la mia coscienza di spesa, ha accresciuto di conseguenza la mia ansia legata al denaro e alla sua volatilità, le nebbie che circondavano l’estratto conto di fine mese si stanno lentamente diradando. La scoperta in questione si chiama Saver, è un investimento piuttosto fastidioso per la spesa media (3,99 euro, e dicono pure che è un’offerta scontata del 60 per cento), ma è l’app più pratica e utile che abbia mai trovato su iPhone (anche più di iPasta, che in base al diametro del fascio di spaghetti che poggi sullo schermo calcola in quante porzioni questo si può dividere). Semplicemente, è un notebook su cui annotare e categorizzare le spese mensili. Registra tutto, di giorno in giorno, e lo scala da un totale mensile pre-impostato. Calcola anche una torta divisa in fette, che sarebbero poi le categorie che hai affibbiato alle tue spese di volta in volta, sottocategorizzate per giunta, se hai abbastanza voglia, precisione e costanza. Così puoi vedere nero su bianco che, degli ultimi cento euro spesi in “Food” (macrocategoria), settanta sono andati in “Bar”, che poi significa birre, e il resto in caffè e cibo vero e proprio. E ti puoi preoccupare e fare coscienziose promesse, e alimentare coscienziosi e borghesissimi sensi di colpa.

È un procedimento che avrei potuto (dovuto?) attuare facilmente anche senza l’ausilio di una app, ma soltanto con un taccuino, magari una Moleskine che è pure bella è un po’ bo-bo, o un quaderno da conservare in un cassetto della scrivania. Eppure non l’ho mai fatto, il mezzo cartaceo si rivelava troppo scomodo, poco efficiente, poco veloce per un utilizzo di tale sorta, e quando un amico mi diceva “mi devi dieci euro” io non ho mai saputo se glieli avevo già ridati o meno, e ancor più impossibile era il tentativo di ricordarmi in quali giorni e quali “settori” fossero andati a finire quei duecento euro che mancavano all’appello il trentuno del mese. Fine della prima parte.

Questa seconda parte è ben più banale, e tocca piuttosto ragionamenti che abbiamo fatto tutti, più e più volte e in più e più occasioni. In contrasto con l’entusiasmo digitale che Saver mi sta donando, continuo a passare gran parte della mia vita in maniera analogica, leggendo articoli su fogli A4, versioni “stampabili” di pezzi online. Continuo ad appuntare idee, spunti, mozziconi di frasi e incipit su pezzi di carta che raramente raccolgo su un documento Word. Numeri di telefono particolarmente importanti sono scarabocchiati su svariati post-it che navigano sulla mia scrivania. Trovare una coerenza comportamentale in queste abitudini è impresa impossibile. In più ho scoperto che Jennifer Egan ha scritto tutto il suo Il tempo è un bastardo su carta, e successivamente un amico (e collega) scrittore affermato mi ha confidato di fare abitualmente lo stesso.

Ciò che è arrivato a darmi sollievo intellettuale è un saggio di dieci anni fa, trovato per caso in un momento di scarsissima concentrazione in rete. Si chiama The Myth of the Paperless Office (espressione apparsa per la prima volta nel 1975 su Businesweek, dove si immaginavano uffici dominati da maxi-computer e dattilografe – sì, dattilografe), è stato scritto a quattro mani da Abigail Sellen e Richard Harper e cerca – ed è piuttosto convincente – il motivo per cui della carta, probabilmente, non ci libereremo mai. Non si tratta, qui, dell’annosa questione riguardante i quotidiani, i paywall e il futuro della stampa. The Myth of the Paperless Office analizza la “vita sociale” della carta, come ha scritto il New Yorker. La sua presenza costante nella nostra vita, specialmente in quella lavorativa – che penetra spesso la sfera privata – dei cosiddetti “knowledge workers”. In questa categoria, viene inizialmente isolato e utilizzato come esempio un preciso gruppo, definito quintessenziale: i controllori di traffico aereo. Pur trovandosi ogni giorno faccia a faccia con radar, computer, calcolatori di rotte, i controllori appuntano ogni informazione a loro necessaria sui cosiddetti “flight strips” (questa foto è stata scattata al JFK Airport nel 2010, non negli anni ’70). La regolamentazione del traffico aereo, ne consegue, dipende sì da strumenti tecnologici avanzatissimi, ma anche da carta e inchiostro.

La carta è necessaria, se non come media, come supporto fisico per l’organizzazione del lavoro, la catalogazione, l’occupazione di spazio. Vale a dire tutti i motivi per i quali dovrebbe essere, a detta degli ultras della digitalizzazione, abolita. Uno dei più clamorosi fallimenti degli avventisti digitali riguarda lo sbarco delle e-mail. Anziché ridurne il consumo, esse ne causarono un boom, a causa della facilità con cui era possibile stamparle. Una ricerca della Apple, anni fa, studiò il significato delle “pile”, intese come colonne di quotidiani, fogli, riviste, documenti assortiti. Ne risultò che, psicologicamente, la presenza fisica ancorché ingombrante e apparentemente disordinata delle pile favoriva una migliore organizzazione del lavoro, essendo queste ultime degli archivi con un processo vitale attivo, sempre allineate con il flusso intellettuale in corso. Sellen e Harper sostengono insomma che i lavoratori della conoscenza utilizzano lo spazio concreto per “archiviare idee che non sono ancora in grado di categorizzare o decidere come usarle”. La carta presenta una serie di vantaggi sul digitale, ovvii ma non per questo meno primari: la tangibilità, la flessibilità spaziale, la “tailorability”, ovvero malleabilità o customizzazione. E tutto questo senza alterare il testo originale riprodotto sul documento.

L’utilizzo quotidiano della carta in sé e per sé è un discorso che va nettamente staccato da quello sulla sua diffusione (in declino, è chiaro) in quanto media. Il suo consumo, dal 1997 al 2002, è salito del quindici per cento. Il declino è iniziato soltanto nel 2006, ed è estremamente lento: ancora oggi, i livelli di consumo si attestano più o meno su quelli dei primi anni zero. Più che eliminare l’uso della carta, la tecnologia sta definendo in maniera più specifica i confini del suo utilizzo. Se il procedimento di lettura si svolge sempre più spesso su schermo, quello di scrittura, quando connesso con la lettura (e ciò avviene, secondo Sellen e Harper, nel 75% dei casi) è ancora appannaggio della carta. Con buona pace di ambientalisti e radical del touch screen, per il “paperless office” non è ancora tempo di staccarsi dalla nozione di “mito”.

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