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16:06 martedì 7 luglio 2026
C’è una lista di tutte le organizzazioni, iniziative e progetti musicali che devolvono i loro incassi in beneficenza a Gaza L'ha fatta Crack Magazine e si intitola "In solidarity with Gaza: A guide to the music and resources that support the humanitarian effort".
Si è sciolto A23, il più grande iceberg del mondo, ed è una buona notizia (anche se non sembra) Era grande quasi 4 mila km quadrati e pesava mille miliardi di tonnellate. Il suo scioglimento farà bene all'oceano, dicono gli scienziati.
Un pantalone di Zara è diventato famosissimo per la sua capacità di far inciampare e cadere le persone Soprannominato "The deadly Zara trousers", a causa della sua fattura ha causato migliaia di infortuni diventando il trend più divertente degli ultimi tempi.
Ford aveva licenziato centinaia di ingegneri per sostituirli con l’AI, ma poi ha scoperto che l’AI non è capace di fare il loro lavoro ed è stata costretta a riassumere gli ingegneri I dirigenti hanno ammesso di aver sopravvalutato l'AI e sottovalutato l'intuito e l'esperienza degli ingegneri.
I membri del nuovo governo di Gaza non possono entrare a Gaza perché Netanyahu glielo vieta Sono 13 palestinesi riuniti nel Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza che da gennaio sono bloccati al Cairo su ordine del Primo ministro israeliano.
Four Tet ha fatto uscire un nuovo album ma non se ne è accorto nessuno perché l’ha firmato con uno pseudonimo illeggibile e inscrivibile Se volete trovarlo sulle piattaforme musicali, dovete cercare: ʅ͡͡͡͡͡͡͡͡͡͡͡⣎⡇ꉺლ༽இ•̛)ྀ◞ ༎ຶ ༽ৣৢ؞ৢ؞ؖ ꉺლ.
Del matrimonio di Taylor Swift e Travis Kelce i newyorchesi si ricorderanno soprattutto Manhattan completamente bloccata e inaccessibile Il bilancio: Penn Station chiusa al traffico veicolare e pedonale, ristoranti, botteghe, negozi chiusi, ambulanti scacciati per questioni di "decoro".
Die Linke, la sinistra tedesca, si è inventata un evento per premiare i peggiori padroni di casa di Berlino I "vincitori" dei sei trofei vengono scelti in base alle denunce dei cittadini: al primo posto di quest'edizione c'è il colosso svedese Heimstaden.

Una vita senza carta

È possibile, conviene? Riflessione che parte da un'app per approdare alla vita dei knowledge workers

12 Aprile 2012

Recentemente, la mia vita ha subito una leggera e sorprendente svolta. Il merito è di una app, un’epifania tascabile che ha rivoluzionato molte mie abitudini: ha aumentato la mia coscienza di spesa, ha accresciuto di conseguenza la mia ansia legata al denaro e alla sua volatilità, le nebbie che circondavano l’estratto conto di fine mese si stanno lentamente diradando. La scoperta in questione si chiama Saver, è un investimento piuttosto fastidioso per la spesa media (3,99 euro, e dicono pure che è un’offerta scontata del 60 per cento), ma è l’app più pratica e utile che abbia mai trovato su iPhone (anche più di iPasta, che in base al diametro del fascio di spaghetti che poggi sullo schermo calcola in quante porzioni questo si può dividere). Semplicemente, è un notebook su cui annotare e categorizzare le spese mensili. Registra tutto, di giorno in giorno, e lo scala da un totale mensile pre-impostato. Calcola anche una torta divisa in fette, che sarebbero poi le categorie che hai affibbiato alle tue spese di volta in volta, sottocategorizzate per giunta, se hai abbastanza voglia, precisione e costanza. Così puoi vedere nero su bianco che, degli ultimi cento euro spesi in “Food” (macrocategoria), settanta sono andati in “Bar”, che poi significa birre, e il resto in caffè e cibo vero e proprio. E ti puoi preoccupare e fare coscienziose promesse, e alimentare coscienziosi e borghesissimi sensi di colpa.

È un procedimento che avrei potuto (dovuto?) attuare facilmente anche senza l’ausilio di una app, ma soltanto con un taccuino, magari una Moleskine che è pure bella è un po’ bo-bo, o un quaderno da conservare in un cassetto della scrivania. Eppure non l’ho mai fatto, il mezzo cartaceo si rivelava troppo scomodo, poco efficiente, poco veloce per un utilizzo di tale sorta, e quando un amico mi diceva “mi devi dieci euro” io non ho mai saputo se glieli avevo già ridati o meno, e ancor più impossibile era il tentativo di ricordarmi in quali giorni e quali “settori” fossero andati a finire quei duecento euro che mancavano all’appello il trentuno del mese. Fine della prima parte.

Questa seconda parte è ben più banale, e tocca piuttosto ragionamenti che abbiamo fatto tutti, più e più volte e in più e più occasioni. In contrasto con l’entusiasmo digitale che Saver mi sta donando, continuo a passare gran parte della mia vita in maniera analogica, leggendo articoli su fogli A4, versioni “stampabili” di pezzi online. Continuo ad appuntare idee, spunti, mozziconi di frasi e incipit su pezzi di carta che raramente raccolgo su un documento Word. Numeri di telefono particolarmente importanti sono scarabocchiati su svariati post-it che navigano sulla mia scrivania. Trovare una coerenza comportamentale in queste abitudini è impresa impossibile. In più ho scoperto che Jennifer Egan ha scritto tutto il suo Il tempo è un bastardo su carta, e successivamente un amico (e collega) scrittore affermato mi ha confidato di fare abitualmente lo stesso.

Ciò che è arrivato a darmi sollievo intellettuale è un saggio di dieci anni fa, trovato per caso in un momento di scarsissima concentrazione in rete. Si chiama The Myth of the Paperless Office (espressione apparsa per la prima volta nel 1975 su Businesweek, dove si immaginavano uffici dominati da maxi-computer e dattilografe – sì, dattilografe), è stato scritto a quattro mani da Abigail Sellen e Richard Harper e cerca – ed è piuttosto convincente – il motivo per cui della carta, probabilmente, non ci libereremo mai. Non si tratta, qui, dell’annosa questione riguardante i quotidiani, i paywall e il futuro della stampa. The Myth of the Paperless Office analizza la “vita sociale” della carta, come ha scritto il New Yorker. La sua presenza costante nella nostra vita, specialmente in quella lavorativa – che penetra spesso la sfera privata – dei cosiddetti “knowledge workers”. In questa categoria, viene inizialmente isolato e utilizzato come esempio un preciso gruppo, definito quintessenziale: i controllori di traffico aereo. Pur trovandosi ogni giorno faccia a faccia con radar, computer, calcolatori di rotte, i controllori appuntano ogni informazione a loro necessaria sui cosiddetti “flight strips” (questa foto è stata scattata al JFK Airport nel 2010, non negli anni ’70). La regolamentazione del traffico aereo, ne consegue, dipende sì da strumenti tecnologici avanzatissimi, ma anche da carta e inchiostro.

La carta è necessaria, se non come media, come supporto fisico per l’organizzazione del lavoro, la catalogazione, l’occupazione di spazio. Vale a dire tutti i motivi per i quali dovrebbe essere, a detta degli ultras della digitalizzazione, abolita. Uno dei più clamorosi fallimenti degli avventisti digitali riguarda lo sbarco delle e-mail. Anziché ridurne il consumo, esse ne causarono un boom, a causa della facilità con cui era possibile stamparle. Una ricerca della Apple, anni fa, studiò il significato delle “pile”, intese come colonne di quotidiani, fogli, riviste, documenti assortiti. Ne risultò che, psicologicamente, la presenza fisica ancorché ingombrante e apparentemente disordinata delle pile favoriva una migliore organizzazione del lavoro, essendo queste ultime degli archivi con un processo vitale attivo, sempre allineate con il flusso intellettuale in corso. Sellen e Harper sostengono insomma che i lavoratori della conoscenza utilizzano lo spazio concreto per “archiviare idee che non sono ancora in grado di categorizzare o decidere come usarle”. La carta presenta una serie di vantaggi sul digitale, ovvii ma non per questo meno primari: la tangibilità, la flessibilità spaziale, la “tailorability”, ovvero malleabilità o customizzazione. E tutto questo senza alterare il testo originale riprodotto sul documento.

L’utilizzo quotidiano della carta in sé e per sé è un discorso che va nettamente staccato da quello sulla sua diffusione (in declino, è chiaro) in quanto media. Il suo consumo, dal 1997 al 2002, è salito del quindici per cento. Il declino è iniziato soltanto nel 2006, ed è estremamente lento: ancora oggi, i livelli di consumo si attestano più o meno su quelli dei primi anni zero. Più che eliminare l’uso della carta, la tecnologia sta definendo in maniera più specifica i confini del suo utilizzo. Se il procedimento di lettura si svolge sempre più spesso su schermo, quello di scrittura, quando connesso con la lettura (e ciò avviene, secondo Sellen e Harper, nel 75% dei casi) è ancora appannaggio della carta. Con buona pace di ambientalisti e radical del touch screen, per il “paperless office” non è ancora tempo di staccarsi dalla nozione di “mito”.

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