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02:28 venerdì 10 aprile 2026
Per la prima volta in dieci anni non c’è neanche un film italiano in corsa per la Palma d’oro al Festival di Cannes Le ultime speranze riguardavano il nuovo film di Nanni Moretti, Succederà questa notte. Che però, a quanto pare, non è ancora finito.
La tregua tra Usa e Iran prevederebbe un pedaggio di 2 milioni di dollari per ogni nave che passa per lo Stretto di Hormuz. Prima della guerra non c’era nessun pedaggio Il problema è che, secondo l diritto internazionale, non si può imporre un pedaggio in acque internazionali. Ma sia Iran che Usa hanno promesso di farlo.
L’autrice del best seller The Housemaid ha rivelato la sua vera identità perché era stanca di chi sosteneva che fosse un maschio Ha venduto milioni di copie in tutto il mondo con lo pseudonimo Freida McFadden, ma alla fine è deciso di rivelare il suo vero nome, Sara Cohen.
Un’importante associazione americana ha chiesto la rimozione di Trump in base al 25esimo Emendamento, quello che permette di destituire un Presidente perché mentalmente instabile La National Association for the Advancement of Colored People ricorrerà a questa misura estrema, usata, e solo in parte, in altri tre casi nella storia.
Dopo le polemiche sul mancato finanziamento da parte del Ministero della Cultura, decine di cinema in tutta Italia stanno riportando in sala il film su Giulio Regeni Oltre 60 cinema tra Roma, Milano, Torino, Bologna e Firenze hanno deciso di ricominciare a proiettare il film. E altri se ne stanno aggiungendo ora dopo ora.
Una biblioteca di Chicago cerca persone che sappiano leggere il corsivo per trascrivere dei testi antichi ma fatica a trovarle perché sempre meno persone sanno leggere il corsivo La Newberry Library sta trascrivendo tutti i documenti in corsivo conservati nel suo archivio, ma il progetto prosegue a rilento perché la lettura del corsivo è una competenza rara, ormai.
L’ultimo trend nel turismo è l’extreme daytrip, cioè viaggi all’estero, con voli low cost, che durano un giorno solo e in cui si visita tutto il visitabile in 24 ore senza fermarsi mai È la gitarella in giornata portata alle estreme conseguenze. Di stress, di turistificazione e di impatto ambientale, soprattutto.
Asghar Farhadi ha scritto una lettera in cui chiede a tutto il mondo del cinema di protestare contro Stati Uniti e Israele per quello che stanno facendo in Iran «Al di là di qualsiasi convinzione o posizione, uniamoci per fermare queste azioni disumane, illegali e distruttive», ha scritto il regista.

Troppi personal essay, o forse no

Un articolo del New Yorker ha definito il personal essay un genere giornalistico abusato. Possiamo davvero farne a meno?

20 Ottobre 2017

Un saggio, etimologicamente, è un tentativo, un azzardo, è il collaudo di un’ipotesi; non pretende di dire l’ultima parola, né di essere emanazione di un’autorità. Anzi, autorità e autorevolezza – a cominciare da quelle di chi parla – sono le prime cose a essere messe in discussione. Se ci penso, mi rendo conto che il modo in cui leggo un essay, il criterio che tengo a mente, è il rischio che si prende l’autore. Rischio è una parola scivolosa, perché si pensa subito a prese di posizione eroiche, a minacce di morte, battaglie civili in ambienti ostili: ma non è questo tipo di rischio che mi interessa, non in prima battuta almeno. «Le cose migliori che scriverai saranno quelle che ti faranno vergognare», disse una volta Arthur Miller. Tutto quello che dirai sarà usato contro di te: a un certo punto l’essayist “sbraca”. O mette in scena lo sbracamento. Per questo è fondamentale la soggettività di chi scrive. Non a caso tra i padri del saggismo contemporaneo bisogna mettere gli antropologi e la loro idea di osservatore partecipante. Ma l’esperienza non può diventare a sua volta origine dell’autorità. O, detto altrimenti, non è che una cosa solo perché ti è successa diventa interessante.

Sul New Yorker del maggio scorso è uscito un pezzo di Jia Tolentino intitolato “The Personal-Essay Boom is Over”: la bolla scoppiata è quella di un particolare tipo di essay, quello molto personale, intimo, dall’emotività esagerata, spesso legato a temi che hanno a che fare con il corpo o l’identità di genere (pezzi tipo “My Gynecologist Found a Ball of Cat Hair in My Vagina” oppure quello ormai mitico del tampax perduto in “Ten Days in the Life of a Tampon”); scritture che per quasi un decennio hanno goduto di grande fortuna soprattutto attraverso alcune riviste e siti (Gawker, BuzzFeed, Salon… in italiano certe cose di Vice) arrivando a una proliferazione degna del «complesso militar-industriale della prima persona». Non è difficile capire perché: erano contenuti facili da ottenere (spesso scritti da sconosciuti o scrittori alle prime armi, e quindi costavano poco) e che facevano traffico. Una vera e propria mercificazione dell’esperienza che alla fine è stata soppiantata da contenuti ancora più facili da ottenere e da diffondere, tipo i video.

Eppure non è l’unico tipo di essay possibile, non è neanche una questione di genere: in “Tough Enough: Arbus, Arendt, Didion, McCarthy, Sontag, Weil”, Deborah Nelson prende sei autrici, sei pensatrici diversissime ma unite dallo stesso approccio antiemotivo alla scrittura. Così come donna è una delle autrici di essay più importanti oggi, Rebecca Solnit, che in un’intervista recente al Guardian sottolinea come quella che stiamo vivendo sia proprio «l’età dell’oro dell’essay». Il fatto è che, tra il romanzo (di finzione o basato su eventi reali) e il saggio accademico o giornalistico, c’è una costellazione di scritture di cui non si fa fatica a riconoscere “un’aria di famiglia” perché è facile ricostruirne l’album dagli antenati fino agli zii e i fratelli – senza risalire al pur fondamentale Montaigne e per rimanere agli ultimi decenni, in ordine sparso: Benjamin, Sebald, Didion, Solnit, Dyer, tanto nature writing, tanti scrittori di viaggio, fino a Lerner, Cole, Batuman, Matar e così via. Più difficile, invece, è farne una teoria, perché materia sfuggente, indefinibile, incatalogabile. Anche per questo resta un territorio inesplorato per la critica italiana: scorrendo le varie inchieste sulla narrativa nostrana degli “anni Zero” ci si trova davanti a un complesso teorico e ideologico, ma direi innanzitutto linguistico, poco adatto a intercettare le cose più nuove in giro oggi. Leggere di ritorno alla realtà, di Reale (con la maiuscola come lacanismo impone) o di realismo mi pare un fuori fuoco. Eppure, complice anche la nascita di nuove riviste e del diverso ruolo di internet, è qui che adesso passa la frattura letteraria più interessante, anche in Italia.

Foto Getty. Dal numero 32 di Studio in edicola.
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