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02:27 venerdì 17 aprile 2026
Le persone che si sono accaparrate i biglietti per le prime proiezioni di Dune 3 li stanno rivendendo su eBay a migliaia di dollari Su eBay si trovano biglietti per gli spettacoli in IMAX venduti al 1500 per cento del prezzo originale.
Il libro fotografico con le ragazze che imbracciano armi che compare in The Drama esiste davvero (più o meno) Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.
La prima canzone dei Massive Attack dopo quasi dieci anni è un pezzo contro la guerra fatto assieme a Tom Waits Si chiama Boots on the ground e parla di disordini che stanno avvenendo negli Usa, mescolando liriche belliche a immagini grottesche.
In Germania hanno lanciato un motore di ricerca che serve a scoprire se i propri parenti erano dei nazisti Lo ha realizzato il Die Zeit in collaborazione con l'Archivio federale nazionale: contiene 10,2 di tessere di iscritti al Partito nazionalsocialista.
Sembra che Zohran Mamdani e Rama Duwaji non parteciperanno al Met Gala di Anna Wintour pagato da Jeff Bezos Secondo le prime indiscrezioni, Mamdani e consorte avrebbero rifiutato l'invito all'evento perché finanziato dal miliardario.
Il governo di Pedro Sánchez rischia di cadere per colpa di Guernica di Picasso Tutto inizia con la richiesta del governo della comunità autonoma dei Paesi Baschi di portare l'opera a Bilbao. Richiesta negata dall'esecutivo Sánchez.
Cosa sappiamo del nuovo film di Sean Baker, a parte che si intitolerà Ti amo! e che sarà molto, molto italiano Il titolo scelto dal regista è di Anora per il nuovo film è Ti amo!, con il punto esclamativo. Secondo le indiscrezioni, potrebbe venire a girarlo in Italia.
Cosa ci fanno Brian Eno, FKA Twigs, Jim Jarmusch, Patti Smith, Blood Orange (e molti altri) alla Biennale di Venezia? Espongono le loro opere nel padiglione del Vaticano Per l'esposizione "The Ear Is the Eye of the Soul" la Santa Sede ha messo assieme una lineup degna dei migliori festival musicali.

Troppi personal essay, o forse no

Un articolo del New Yorker ha definito il personal essay un genere giornalistico abusato. Possiamo davvero farne a meno?

20 Ottobre 2017

Un saggio, etimologicamente, è un tentativo, un azzardo, è il collaudo di un’ipotesi; non pretende di dire l’ultima parola, né di essere emanazione di un’autorità. Anzi, autorità e autorevolezza – a cominciare da quelle di chi parla – sono le prime cose a essere messe in discussione. Se ci penso, mi rendo conto che il modo in cui leggo un essay, il criterio che tengo a mente, è il rischio che si prende l’autore. Rischio è una parola scivolosa, perché si pensa subito a prese di posizione eroiche, a minacce di morte, battaglie civili in ambienti ostili: ma non è questo tipo di rischio che mi interessa, non in prima battuta almeno. «Le cose migliori che scriverai saranno quelle che ti faranno vergognare», disse una volta Arthur Miller. Tutto quello che dirai sarà usato contro di te: a un certo punto l’essayist “sbraca”. O mette in scena lo sbracamento. Per questo è fondamentale la soggettività di chi scrive. Non a caso tra i padri del saggismo contemporaneo bisogna mettere gli antropologi e la loro idea di osservatore partecipante. Ma l’esperienza non può diventare a sua volta origine dell’autorità. O, detto altrimenti, non è che una cosa solo perché ti è successa diventa interessante.

Sul New Yorker del maggio scorso è uscito un pezzo di Jia Tolentino intitolato “The Personal-Essay Boom is Over”: la bolla scoppiata è quella di un particolare tipo di essay, quello molto personale, intimo, dall’emotività esagerata, spesso legato a temi che hanno a che fare con il corpo o l’identità di genere (pezzi tipo “My Gynecologist Found a Ball of Cat Hair in My Vagina” oppure quello ormai mitico del tampax perduto in “Ten Days in the Life of a Tampon”); scritture che per quasi un decennio hanno goduto di grande fortuna soprattutto attraverso alcune riviste e siti (Gawker, BuzzFeed, Salon… in italiano certe cose di Vice) arrivando a una proliferazione degna del «complesso militar-industriale della prima persona». Non è difficile capire perché: erano contenuti facili da ottenere (spesso scritti da sconosciuti o scrittori alle prime armi, e quindi costavano poco) e che facevano traffico. Una vera e propria mercificazione dell’esperienza che alla fine è stata soppiantata da contenuti ancora più facili da ottenere e da diffondere, tipo i video.

Eppure non è l’unico tipo di essay possibile, non è neanche una questione di genere: in “Tough Enough: Arbus, Arendt, Didion, McCarthy, Sontag, Weil”, Deborah Nelson prende sei autrici, sei pensatrici diversissime ma unite dallo stesso approccio antiemotivo alla scrittura. Così come donna è una delle autrici di essay più importanti oggi, Rebecca Solnit, che in un’intervista recente al Guardian sottolinea come quella che stiamo vivendo sia proprio «l’età dell’oro dell’essay». Il fatto è che, tra il romanzo (di finzione o basato su eventi reali) e il saggio accademico o giornalistico, c’è una costellazione di scritture di cui non si fa fatica a riconoscere “un’aria di famiglia” perché è facile ricostruirne l’album dagli antenati fino agli zii e i fratelli – senza risalire al pur fondamentale Montaigne e per rimanere agli ultimi decenni, in ordine sparso: Benjamin, Sebald, Didion, Solnit, Dyer, tanto nature writing, tanti scrittori di viaggio, fino a Lerner, Cole, Batuman, Matar e così via. Più difficile, invece, è farne una teoria, perché materia sfuggente, indefinibile, incatalogabile. Anche per questo resta un territorio inesplorato per la critica italiana: scorrendo le varie inchieste sulla narrativa nostrana degli “anni Zero” ci si trova davanti a un complesso teorico e ideologico, ma direi innanzitutto linguistico, poco adatto a intercettare le cose più nuove in giro oggi. Leggere di ritorno alla realtà, di Reale (con la maiuscola come lacanismo impone) o di realismo mi pare un fuori fuoco. Eppure, complice anche la nascita di nuove riviste e del diverso ruolo di internet, è qui che adesso passa la frattura letteraria più interessante, anche in Italia.

Foto Getty. Dal numero 32 di Studio in edicola.
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