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19:02 venerdì 6 marzo 2026
A distanza di due giorni l’una dall’altra sono spuntate due nuove opere attribuite a Michelangelo Una è un dipinto intitolato "Pietà Spirituali", l'altra un busto marmoreo del Cristo Salvatore. La storia della loro attribuzione al Buonarroti è piuttosto avventurosa.
L’agenzia meteorologica giapponese fa dell previsioni esclusivamente dedicate alla fioritura dei ciliegi Quelle di quest'anno dicono che i fiori sbocceranno con un certo anticipo rispetto al solito: i primi arriveranno tra meno di due settimane.
C’è una proposta di legge per inserire la gentilezza tra i parametri con cui l’Istat misura la qualità della vita Proposta che è arrivata in Parlamento e che sostiene che una società più gentile sia non solo moralmente migliore ma anche più ricca economicamente.
L’invito per la sfilata di Dior alla settimana della moda di Parigi è una sedia In miniatura ma pur sempre una sedia che rimanda alle Sénat, quelle utilizzate all'interno del Jardin de Tuilleries, location della sfilata.
In Artificial, il prossimo film di Luca Guadagnino, ci sarà la prima colonna sonora composta da Damon Albarn E ha spiegato che lavorare a questo film gli ha fatto capire che le intelligenze artificiali non saranno mai capaci di fare musica vera.
Il favorito per diventare il prossimo Presidente del Consiglio del Nepal è un ex rapper che non si toglie mai gli occhiali da sole Si chiama Balen Shah e la sua immagine è così legata a quel modello di occhiali da sole che nei negozi hanno preso a chiamarli "occhiali Balen Shah".
Il bene più a rischio a causa della guerra in Medio Oriente non è né il petrolio né il gas ma il fertilizzante Nella regione se ne produce moltissimo, la guerra ha già causato problemi logistici e aumenti dei prezzi che rischiano di stravolgere l'agricoltura mondiale.
L’Ucraina aiuterà gli Stati Uniti ad abbattere i droni iraniani perché sa già come si fa visto che sono gli stessi droni che usa la Russia Non c'è un esercito in Europa, e forse nel mondo, che conosca i famigerati droni Shahed come li conosce l'esercito ucraino.

Troppi personal essay, o forse no

Un articolo del New Yorker ha definito il personal essay un genere giornalistico abusato. Possiamo davvero farne a meno?

20 Ottobre 2017

Un saggio, etimologicamente, è un tentativo, un azzardo, è il collaudo di un’ipotesi; non pretende di dire l’ultima parola, né di essere emanazione di un’autorità. Anzi, autorità e autorevolezza – a cominciare da quelle di chi parla – sono le prime cose a essere messe in discussione. Se ci penso, mi rendo conto che il modo in cui leggo un essay, il criterio che tengo a mente, è il rischio che si prende l’autore. Rischio è una parola scivolosa, perché si pensa subito a prese di posizione eroiche, a minacce di morte, battaglie civili in ambienti ostili: ma non è questo tipo di rischio che mi interessa, non in prima battuta almeno. «Le cose migliori che scriverai saranno quelle che ti faranno vergognare», disse una volta Arthur Miller. Tutto quello che dirai sarà usato contro di te: a un certo punto l’essayist “sbraca”. O mette in scena lo sbracamento. Per questo è fondamentale la soggettività di chi scrive. Non a caso tra i padri del saggismo contemporaneo bisogna mettere gli antropologi e la loro idea di osservatore partecipante. Ma l’esperienza non può diventare a sua volta origine dell’autorità. O, detto altrimenti, non è che una cosa solo perché ti è successa diventa interessante.

Sul New Yorker del maggio scorso è uscito un pezzo di Jia Tolentino intitolato “The Personal-Essay Boom is Over”: la bolla scoppiata è quella di un particolare tipo di essay, quello molto personale, intimo, dall’emotività esagerata, spesso legato a temi che hanno a che fare con il corpo o l’identità di genere (pezzi tipo “My Gynecologist Found a Ball of Cat Hair in My Vagina” oppure quello ormai mitico del tampax perduto in “Ten Days in the Life of a Tampon”); scritture che per quasi un decennio hanno goduto di grande fortuna soprattutto attraverso alcune riviste e siti (Gawker, BuzzFeed, Salon… in italiano certe cose di Vice) arrivando a una proliferazione degna del «complesso militar-industriale della prima persona». Non è difficile capire perché: erano contenuti facili da ottenere (spesso scritti da sconosciuti o scrittori alle prime armi, e quindi costavano poco) e che facevano traffico. Una vera e propria mercificazione dell’esperienza che alla fine è stata soppiantata da contenuti ancora più facili da ottenere e da diffondere, tipo i video.

Eppure non è l’unico tipo di essay possibile, non è neanche una questione di genere: in “Tough Enough: Arbus, Arendt, Didion, McCarthy, Sontag, Weil”, Deborah Nelson prende sei autrici, sei pensatrici diversissime ma unite dallo stesso approccio antiemotivo alla scrittura. Così come donna è una delle autrici di essay più importanti oggi, Rebecca Solnit, che in un’intervista recente al Guardian sottolinea come quella che stiamo vivendo sia proprio «l’età dell’oro dell’essay». Il fatto è che, tra il romanzo (di finzione o basato su eventi reali) e il saggio accademico o giornalistico, c’è una costellazione di scritture di cui non si fa fatica a riconoscere “un’aria di famiglia” perché è facile ricostruirne l’album dagli antenati fino agli zii e i fratelli – senza risalire al pur fondamentale Montaigne e per rimanere agli ultimi decenni, in ordine sparso: Benjamin, Sebald, Didion, Solnit, Dyer, tanto nature writing, tanti scrittori di viaggio, fino a Lerner, Cole, Batuman, Matar e così via. Più difficile, invece, è farne una teoria, perché materia sfuggente, indefinibile, incatalogabile. Anche per questo resta un territorio inesplorato per la critica italiana: scorrendo le varie inchieste sulla narrativa nostrana degli “anni Zero” ci si trova davanti a un complesso teorico e ideologico, ma direi innanzitutto linguistico, poco adatto a intercettare le cose più nuove in giro oggi. Leggere di ritorno alla realtà, di Reale (con la maiuscola come lacanismo impone) o di realismo mi pare un fuori fuoco. Eppure, complice anche la nascita di nuove riviste e del diverso ruolo di internet, è qui che adesso passa la frattura letteraria più interessante, anche in Italia.

Foto Getty. Dal numero 32 di Studio in edicola.
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