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18:01 giovedì 23 aprile 2026
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Il prezzo dei preservativi aumenterà (almeno) del 30 per cento a causa della guerra in Medio Oriente Lo ha detto una fonte abbastanza attendibile: Goh Miah Kiat, il Ceo di Karex, il più grande produttore di preservativi del mondo.
C’è una nuova Global Sumud Flotilla in viaggio verso la Striscia di Gaza per portare aiuti umanitari Per imbarcazioni e persone coinvolte questa missione è grande il doppio della precedente. Secondo gli organizzatori, si tratta della più grande mai fatta per la Striscia.
Lo Studio Ghibli ha fatto un nuovo film ma lo potrà vedere solo chi quest’estate andrà al Ghibli Park Si chiama Notte nella valle delle streghe e verrà proiettato l'8 luglio alla presenza dei registi.
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ChatGPT è “indagato” nel caso di uno school shooting in Florida perché secondo gli inquirenti avrebbe contribuito all’organizzazione della strage Secondo l'accusa, l'imputato Phoenix Ikner avrebbe utilizzato il chatbot non solo come fonte di informazioni ma come un vero e proprio "consulente stragista".
Il Regno Unito vieterà la vendita di qualsiasi prodotto contenente nicotina ai nati dopo il 2009 per creare la prima generazione smoke free della storia Niente sigarette vere e proprie, niente sigarette elettroniche, niente nicotine pouch, niente di niente sarà accessibile a chi è nato dall'1 gennaio 2009 in poi.
Nel Diavolo Veste Prada 2 c’era anche Sydney Sweeney ma la sua parte è stata tagliata per una “scelta creativa” Il cameo dell'attrice, che doveva apparire nei panni di sé stessa, è stato cancellato. E, secondo molti, in questa decisione c'entrano gli scandali e la politica.

Effetti collaterali del teatro civile

Dallo spettacolo di Marco Paolini sul disastro del Vajont a quello di Alessandro Orsini sull'Ucraina: come un modo di fare teatro ha cambiato il dibattito pubblico italiano, trasformando l'indignazione permanente in un genere narrativo.

02 Maggio 2022

È il 9 ottobre 1997, Marco Paolini porta in prima serata su Rai Due Il racconto del Vajont, spettacolo noto anche come Vajont 9 ottobre ’63 – Orazione civile (questa “orazione civile” è importante, poi ci torniamo). È uno spettacolo tuttora meraviglioso ed è, allora, un successo enorme, uno di quei momenti di grazia in cui tutto e tutti contribuiscono al meglio. Perfino il fatto che proprio il 9 ottobre 1997, poche ora prima della diretta, viene assegnato il Nobel per la Letteratura a Dario Fo in qualche modo contribuisce a creare l’aura giusta attorno al teatro italiano e a costruire l’occasione per “l’evento” perfetto. Lo spettacolo conquista tre milioni e mezzo di spettatori, quanto Faccia Tosta con Teo Teocoli e Wendy Windham in onda contemporaneamente su Rai1, conferma la fama di Carlo Freccero come direttore di rete visionario, trasforma Marco Paolini nell’attore che regge il palco da solo per eccellenza ed entusiasma la critica in maniera inimmaginabile. Scrive Gualtiero Peirce su Repubblica: «I soliti noti vestiti in maschera sono stati battuti da un attore praticamente sconosciuto e vestito soltanto della memoria di una tragedia lontana. Una sonora lezione per RaiUno, dove continuano a inseguire l’equivoco di una televisione popolare che invece non ha più nemmeno il quorum dell’Auditel».

Stacco. Sono passati 25 anni. I palinsesti televisivi non sono cambiati affatto. Anzi. Sono strabordati in teatro. E, oggi, attori e compagnie teatrali italiane devono difendere con unghie e denti i palcoscenici, perché non c’è più giornalista tv o opinionista che, ottenuti 50 mila follower o successi analoghi, a un certo punto non pensi: “Ma sai che cosa? Facciamo in teatro uno spettacolo come il Vajont di Paolini!”. Perché quel monologo è diventata l’antonomasia perfetta. E così Travaglio fa il monologo sul Conticidio e prima ancora lo spettacolo sulla Trattativa, Scanzi racconta Salvini, e chiunque pensa di potersi cimentare sugli argomenti più diversi, perché non conta davvero cosa si dice, ma chi lo dice. Non conta neanche essere in teatro, quanto essere sul palcoscenico. Il teatro è solo lo spazio fisico, ma non è teatro. Non serve ricordare che Paolini portò in tv quello spettacolo dopo averlo messo in scena e limato e curato e migliorato per quattro anni (la prima risale al 1993) in decine di rappresentazioni. Non serve ricordare la regia di Gabriele Vacis, in quegli anni artefice del successo del “teatro di narrazione”, la trasposizione televisiva di Felice Cappa, o del teatro realizzato per l’occasione sul luogo del disastro, della precisione per cui il monologo di Paolini arrivò a raccontare la frana che provocò l’alluvione alla stessa ora, le 22.43, in cui capitò. Bastano il buio della sala, lo scricchiolio delle tavole, la “forza delle parole”. Per fare un’ora, magari anche un’oretta e mezza altrimenti non possiamo chiedere più di dieci euro, di teatro civile.

Civile è la parola chiave. Perché anche se sono in teatro, è come se “teatro” fosse, per l’appunto, secondaria. Civile, invece, richiama impegno civile, il civismo, la società civile contro i politici e la politica corrotta, e poi la forza delle parole, la fiducia che la parola cambi le cose, tutto quell’humus tipico degli inizi degli anni duemila in cui molte di queste parole ed espressioni hanno perso il loro degno significato e sono diventate kitsch. E poi, naturalmente, la necessità di produrre spettacoli a basso costo ha aiutato: vuoi mettere portare una compagnia con tanti attori, con delle scenografie, i costumi, magari persone che hanno preparato un testo per mesi quando puoi avere Mr. X che parla male di Mr. Y rileggendo i pezzi che ha già pubblicato sul giornale?

Il teatro civile affonda le sue radici negli spettacoli di Dario Fo e nelle esperienze del già citato teatro di narrazione che, soprattutto negli anni ’90, raggiunge l’apice del successo in Italia (e che continua a esistere. Vedere, per esempio, L’abisso di Davide Enia, Premio Ubu 2019). Ma a un certo punto scatta qualcosa. Ci si appropria di una modalità espressiva per una ragione di comodo: non serve una vera e propria messa in scena. Poi cambia qualcosa anche nel pubblico. Il distacco verso il teatro aumenta. Gli spettatori si disabituano allo spettacolo teatrale, ci vanno meno spesso, perdono la consuetudine. Ogni tanto delle minoranze vogliono comunque un intrattenimento diverso dalla tv o dal cinema. Solo che non è proprio voglia di vedere Harold Pinter, è più voglia di attualità, informarsi, essere sul pezzo. Magari anche indignarsi.

Come, a un certo punto, tutti sono diventati abbastanza scafati da sapere che, vabbè, lo sanno anche i sassi, ormai i musicisti guadagnano con i concerti, mica con i dischi; così i giornalisti, dai, lo sanno tutti che ormai guadagnano soprattutto con le serate al teatro – è solo questione di dare qualcosa alla tua bolla di fan – in cui rileggono i libri fatti raccogliendo quello che hanno spiegato su Instagram, Facebook o, incidentalmente, in tv. Ultimo, ma non ultimo, tra qualche giorno anche Alessandro Orsini comincia la sua tournée con lo spettacolo-monologo Ucraina. Tutto quello che non ci dicono, anche se poi visto che è in tv tre volte alla settimana non si capisce perché non lo dica lì.

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