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St. Vincent è un alieno?

Il suo quinto disco, il primo dichiaratamente pop, sta entusiasmando critica e pubblico. La trasformazione di Annie Clark, da musicista indie a sex symbol.

17 Ottobre 2017

Mentre guardo a ripetizione i due video di St. Vincent che hanno preceduto MASSEDUCTION, il suo quinto e acclamatissimo album uscito pochi giorni fa, non riesco a togliermi dalla testa due domande che mi tormentano da quando la conosco, e cioè da quando andai in fissa per i Talking Heads e, esplorando approfonditamente la loro discografia, inciampai sul disco che David Byrne creò insieme a lei, Love this Giant, del 2012. La prima domanda è: perché certe persone, tipo lei, PJ Harvey e, visto che l’analogia in questi giorni si spreca, David Bowie, riescono a vivere senza problemi in una condizione fisica di apparente e perenne anoressia? E la seconda: perché nonostante tutti i miei sforzi St. Vincent continua a starmi tremendamente sul culo?

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Il culo ha un ruolo importante nell’economia del nuovo disco, nel senso che per la prima volta, sulla copertina, Annie Clark (questo il vero nome) non mette la sua faccia (con un’eccezione, Strange Mercy era una bocca spalancata soffocata da una distesa di latex lattiginoso), ma, appunto, un lato b di donna piegata in avanti. Nei video che continuo a guardare, Annie è inespressiva e gommosa (come Gaga al suo esordio, indossa una specie di poker face) eppure nelle varie interviste dice che in questo disco ha messo tanto di lei. In effetti, nel suo complesso l’album è il più pensato e curato che ha sfornato finora, soprattutto per quanto riguarda la campagna promozionale che l’ha anticipato, dalle brevi scenette su Instagram (dovrebbero far ridere, personalmente le trovo irritanti) alle finte conferenze stampa su Youtube (idem). Ironica e velenosa, la nuova St. Vincent (che in realtà nuova non è, basti pensare a quando si esibì vestita da cesso viola: ma adesso la vena sardonica si mescola a un’estetica iper patinata, à la Toilet Paper) sembra aver conquistato tutti.

Musicista indie apprezzata da pochi eletti fino a qualche anno fa, adesso, come dice il titolo del disco, si appresta a sedurre la massa. In verità l’aveva già conquistata, comparendo sui tabloid nelle vesti di fidanzata di Cara Delevigne (sul suo rapporto con lei, ormai finito, il Daily Mail ha scritto un articolo che svela tante curiosità sulla vita di entrambe, tipo che il padre di Annie è un criminale). La supermodella inglese adesso canta il ritornello di Pills, la canzone più brutta e fastidiosa del disco, che l’autrice ha scritto prendendo spunto da un suo breve periodo di dipendenza dai sonniferi. Subito dopo Delevigne, al fianco della cantante è comparsa Kirsten Stewart (c’è da chiedersi se Lily-Rose Deep sia single, a questo punto, visto che a quanto pare St. Vincent ha una perv per le testimonial di Chanel).

'Jonathan Yeo Portraits' Exhibition Opening In Frederiksborg Castle

Ma questa donna di ben 35 anni non è mica spuntata fuori come un fungo: il suo momento d’oro se l’è conquistato con anni e anni di duro lavoro. Ha iniziato appena maggiorenne, andando in tour con due zii a caso: Tuck & Patty (probabilmente è da lì che arriva il suo virtuosismo con la chitarra). Poi ha scelto il suo nome d’arte, che «è il posto dove la poesia muore» («Dylan Thomas died drunk in a St Vincent hospital», cantava Nick Cave). Poi il primo album, Marry me, del 2007, seguito da Actor (2009), Strange Mercy (2011), il disco con Byrne che me l’ha fatta scoprire (2012), l’album eponimo del 2014, che le fa vincere un Grammy come Best Alternative Album, più collaborazioni con Bon Iver, Swans e esibizioni con Xiu Xiu e The National.

MASSEDUCTION è il primo lavoro dichiaratamente pop, pensato per essere pop, e quindi, come l’autrice di quest’ottima recensione giustamente nota, “meta pop”, come succede sempre nelle opere dei semi sconosciuti che vogliono diventare mainstream. Al disco ha lavorato con Jack Antonoff, il tipo di Lena Dunham, che ormai le aiuta un po’ tutte (Lorde, Taylor Swift), poi c’è Kamasi Washington che suona il sax, Carrie Brownstein a seguire la parte delle scenette su Instagram, l’artista Alex Da Corte a dirigere il video di New York, e Willo Perron quello di Los Ageless.

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Insomma, nel corso degli anni, quando i suoi capelli erano molto più secchi e spettinati di oggi, Miss perfettina ha prodotto un bel po’ di ottimo materiale: oggi è ancora più magra, meglio vestita, piena di collaboratori fighi, e pronta a godersi la meritata consacrazione. Il grande singolo è “New York“, il cui testo avrebbe il potenziale di farci piangere o pensare all’ultimo ex (quello che ogni buona canzone d’amore pop si prefigge di fare) ma non trova, nella sua forma, un’espressione emotiva adeguata. La voce è asettica, impostata. Le sonorità rimangono fredde, iper composte, troppo educate. Procedono senza sbavature, statiche e nervosette (proprio come lei).

Nel primo pezzo dell’album canta «’cause you and me, we’re not meant for this world», e con quel «you» non credo proprio si rivolga a uno di noi. Insomma: il motivo per cui St. Vincent non riesce a conquistarmi è che, come suggerisce Valentina Ziliani nell’intervista che le ha fatto per DLSO (riferendosi più che altro al suo atteggiamento durante l’incontro), si mantiene lontana, separata. Non instaura con il pubblico nessun tipo di legame, si erge al di sopra, perché, sai, lei è “non è fatta per questo mondo” (che dire, sembrerebbe proprio il contrario). Le sue canzoni non sono scritte per noi. È difficile declamarne una tornando a casa all’alba reduci da una nottata alcolica, cosa che invece funziona con i pezzi di Lorde, Lana del Rey, Rihanna, Pj Harvey, il suo amico David Byrne (la migliore, da urlare, è “Take me to the river”) e tanti altri.

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Nell’intervista sopracitata, tra l’altro, parlando del suo periodo pillole, Annie dice che oggi è bravissima («sono in modalità suora», confidava ad agosto al Guardian). Nemmeno beve: «anche soltanto sentire l’odore dell’alcool mi infastidisce». Forse questa informazione è la soluzione alle mie domande: è così magra perché mangia sano e non beve alcolici, e forse mi sta antipatica per lo stesso motivo, perché è così posata, attenta, impeccabile e perfetta in un modo che sembra essersi creata su misura per lei. Lo dimostrava anche nel video in cui fingeva di insegnare il Rainbow Kick: fa pensare a una di quelle donne controllate e stilose, determinate, che sanno sempre quando è il momento di sperimentare e quando invece è quello di fermarsi. Me la immagino mentre si allena per fare quella mossa del calcio, ogni giorno, metodica e costante, e poi alla fine ci riesce.

E poi, quanto è banale che in “Los Ageless” si metta a fare il verso alla cultura della chirurgia estetica e al culto della bellezza (grazie tante, è stupenda di natura)? Non è come Lana Del Rey, genio frivolo e maledetto che ritrae e incarna i miti vuoti dell’America. No: lei ci giudica. Intanto, però (intelligentemente), con la scusa di contestarlo o descriverlo, questo culto lo sfrutta appieno: gli stivali laccati a mezza coscia, i vestitini in silicone alla Wovo, le pose da manichino, l’attenzione maniacale per la forma. Forse la preferivo quando si vestiva da cesso viola. O forse no, non l’ho mai preferita. Ma la buona notizia è che c’è un antidoto, per quei pochi che come me sentano il bisogno di togliersi dalla testa il suo tono saccente e dimenticarne la serafica, innata e inarrivabile eleganza: Lorde che si dimena.

Foto Getty
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