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06:17 venerdì 5 giugno 2026
La notizia di Martin Scorsese che decide di usare l’AI per disegnare gli storyboard dei suoi film non poteva essere accolta peggio Il regista ha annunciato una collaborazione con una start up AI tedesca. La reazione è stata notevolmente negativa.
ll governo tedesco ha approvato una riforma che equipara i club ai teatri e li protegge dalla speculazione immobiliare Si spera così di fermare la Clubsterben, la morte dei club, una crisi gravissima che in questi anni ha portato alla chiusura di decine di locali storici.
Il brand di skincare The Ordinary se la sta prendendo con l’assurdo marketing e i prezzi folli dei brand di skincare “Buy the ingredients, not the hype”, si intitola la nuova campagna del brand, in cui a prodotti di uso comune viene applicata la stessa maggiorazione di prezzo che si usa con gli ingredienti dei cosmetici.
Phoebe Bridgers ha organizzato un concerto a sorpresa al Madison Square Garden di New York e i biglietti costano un dollaro Il concerto è previsto per questa sera e varrà la solita regola a cui Bridgers tiene molto: niente telefoni.
Per la prima volta al mondo, una cittadina in California ha votato per impedire totalmente e permanentemente la costruzione di data center È successo a Monterey Park, dove l'86 per cento dei cittadini ha votato per vietare per sempre la costruzione di data center.
A Oxford sta per aprire la prima libreria che vende esclusivamente romantasy Si chiama Bad Girl Books e l'ha aperta Starlin Marot, che prima di diventare libraia faceva la tiktoker. La booktoker, per la precisione. Di romantasy, ovviamente.
L’ultima moda tra i miliardari è comprarsi lo scheletro di un dinosauro Vengono battuti per milioni di dollari dalle più prestigiose case d'asta del mondo e acquistati da miliardari che si sono un po' stufati delle "normali" opere d'arte.
Sempre più giovani si dedicano al solomaxxing, cioè rimanere single perché per trovare un partner servono troppo tempo e troppi soldi Essere single non per scelta sentimentale o filosofica, ma perché le relazioni hanno un costo che il reddito medio non copre più.

Simon Reynolds, Retromania

Abbiamo trovato un'auto-giustificazione, l'abbiamo chiamata postmodernismo, e ci siamo accomodati dentro

27 Settembre 2011

Simon Reynolds, seduto su un divano all’hotel Star di Milano, con una maglietta azzurra a maniche lunghe, pantaloni grigi e sneakers blu, non dimostra i quasi 50 anni che l’anagrafe gli attesta. Non si avverte, tantomeno, il fascino che mi ero immaginato lo circondasse. Lo scrittore di Rip It Up and Start Again, una delle (mie) bibbie musical-sociologiche contemporanee, mentre mi siedo, con altri giornalisti, sulle poltrone intorno a lui, lentamente beve un caffè senza zucchero, e con quella faccia pulita e quegli occhiali ordinari, a montatura spessa, sembra un trentenne un po’ spaesato. È a Milano da poche ore, dopo aver passato gli ultimi due giorni tra Roma e Pistoia, e tra non molto lo aspetta la presentazione del suo nuovo libro, Retromania. Poi di nuovo negli Stati Uniti, a Portland, Seattle, Berkeley, Frisco.

Retromania, dunque. Ancora un bel saggio, ancora un numero di pagine importante, ma questa volta non di sola musica si tratta: a differenza di Post-Punk e Hip-Hop-Rock, qui non si analizza una scena, non si fanno profili di gruppi e artisti, o almeno non solo. Retromania è più un saggio sociologico, una dissertazione sul contemporaneo, che dalla musica ci passa, sì, ma abbraccia anche media, pop culture, filosofia, cinema. E Reynolds d’altronde, che per comodità chiamiamo critico musicale, è in realtà molto di più. Retromania, un libro sulla tendenza tutta anni zero (ma non solo) di mutuare dal passato, travestire il vintage e presentarlo come nuovo, reinventare costantemente il già inventato, parla ampiamente di media e del ruolo che hanno avuto in questo particolare processo. Wikipedia, il peer to peer, youtube, ma anche iTunes, l’iPod, l’mp3, hanno cambiato radicalmente l’approccio alla musica e alla critica, non sempre positivamente: «Oggi chiunque, se vuole informazioni, può cercarle su wikipedia. Un sacco di articoli musicali riportano informazioni, ma non vanno oltre» dice Reynolds con voce profonda. Ma nell’universo web c’è qualcosa da salvare: «Sì, c’è molta di quella roba (articoli “wikipediani”, nda), ma ci sono anche molti blog che cercano di collegare la musica a temi filosofici o culturali. Se il ruolo del critico è in pericolo? Non credo, c’è un sacco di gente che fa il critico sul web, e questa è un’ottima cosa».

Dal ruolo del critico il discorso passa al ruolo del giornalista, ché Reynolds stesso ha iniziato scrivendo articoli, nel lontano 1986, per Melody Maker, e continua a scriverne a oggi (NY Times, Guardian, Observer, Mojo, per dirne alcuni), quando non è impegnato nella stesura di un libro. Anche questa volta, il presente analizzato da Simon Reynolds non è tutto rose e fiori, e se da un lato la messaggistica istantanea e Skype hanno rivoluzionato il ruolo del giornalista, spesso rendendo i confini e le distanze poco più che formalità, hanno anche snaturato una delle cose più genuine di queso mestiere: «Il problema, oggi, è che tutti fanno interviste via mail o via Skype. Credo invece che si dovrebbe uscire, incontrare le persone da intervistare. Hang out with them. Vederne e sentirne il lato umano. Quello che manca, in un’intervista “online”, è la storia. Quando incontri qualcuno di persona raccogli un sacco di informazioni anche se non le chiedi esplicitamente. Nelle interviste via internet l’interlocutore controlla ciò che dice, molto attentamente. Nessuno si ubriaca mai!»
Anche oggi, però, nessuno è ubriaco. Anzi il creatore della definizione “post-punk”, il fervente testimone della scena new-wave/no-wave prima e della nascita della cultura rave poi, è un pacato signore inglese che risponde timidamente alle domande affamate dei giornalisti-seguaci. Uno dei pochi spunti, ossia un motivo della paralisi della pop music, Reynolds lo trova nell’affievolimento della spinta rivoluzionaria della musica nera, che dal blues in poi ha sempre rappresentato la miccia per l’evoluzione del pop-rock “bianco”.

Tuttavia Reynolds dà il meglio se letto, piuttosto che ascoltato. La sua prosa intelligibile ma ricchissima, spiritosa ma fine, è quasi irrintracciabile nell’esercizio orale. E allora vale la pena spenderli questi euro per leggere le quasi 500 pagine di Retromania, dove forse la critic-star non fornisce grandi risposte agli interrogativi posti, ma pazienza: è un’analisi lucida e profonda e soprattutto accessibile a tutti, dagli esperti di Derrida agli esperti di campionamenti. La tecnologia uccide il futuro, mantiene in vita lo zombie del passato attraverso mash-ups, revival, archivi-labirinto (youtube), eBay. La Storia, oggi, non ha più una pattumiera, dove buttare ciò che è giusto che venga obliato. Allora la Storia rischia di diventare, essa stessa, una pattumiera. Retromania è un libro pessimista, decisamente. Ma è anche un libro che lascia aperte delle possibilità, con la sibillina frase finale (sì, un po’ manieristica, d’accordo), “Il futuro, secondo me, deve ancora arrivare”. Per ora ci si dovrà tenere Lady Gaga conciata come Madonna, Amy Winehouse che fa(ceva) soul come negli anni sessanta, le migliaia di band indie che scimmiottano i Clash o i Joy Division. In attesa di una insperata tabula rasa, per poter ricominciare da zero (o almeno per superare quei maledetti anni ottanta). Rip it up and start again, appunto.

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