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02:06 martedì 23 giugno 2026
Fatboy Slim ha fatto un dj set improvvisato e gratuito durante una manifestazione contro l’estrema destra a Brighton E ha commentato tutta la giornata così: «Never been more proud of my hometown. More disco, less fascism».
In Albania un milione di persone è sceso in piazza per protestare contro il resort di lusso di Jared Kushner, il genero di Trump I manifestanti, però, non si accontentano più di fermare la costruzione del resort: adesso vogliono le dimissioni di tutti coloro che hanno approvato il progetto.
Loris Messina e Simone Rizzo sono i nuovi Direttori Creativi di Moschino Il loro debutto è fissato per settembre, alla Milano Fashion Week, dove presenteranno la loro prima collezione ufficiale.
Trump sta combinando un grosso, grossissimo guaio con la Reflecting Pool del Lincoln Memorial a Washington Ha speso 15 milioni di dollari per rifarla come voleva lui. Ora l'acqua è verde perché invasa dalle alghe e la vernice del fondo si sta staccando.
A Berlino sta nascendo una nuova scena musicale che mescola il jazz e (ovviamente) la techno Due generi apparentemente lontanissimi e che, non senza una certa sorpresa, a Berlino hanno scoperto che stanno benissimo assieme.
Lo smartworking riduce la socialità e rovina la salute mentale, secondo una delle più grandi ricerche di sempre sul lavoro da casa Quasi 600 mila lavoratori hanno preso parte alla ricerca e i risultati sono stati abbastanza incontrovertibili.
Meloni e Trump s’erano tanto amati ma adesso si stanno tanto insultando Lui ha detto di essersi fatto una foto con lei «perché mi ha fatto pena». Lei ha detto che lui «si è inventato tutto». Fino a ieri andavano d'amore e d'accordo.
All’improvviso Rick Rubin ha annunciato che questo fine settimana torna in Toscana per la seconda edizione del suo Festival of the Sun Anche questa volta l'annuncio è arrivato all'ultimo momento: festival gratuito, basta prenotarsi e presentarsi domenica 21 a Colle Val d’Elsa, vicino Siena.

Perché la serie non ha tradito Gomorra

Il racconto in tv della camorra scandalizza. Ma il problema sta nel modo in cui Saviano e il suo bestseller sono stati recepiti dal principio.

01 Giugno 2016

Da dieci anni Roberto Saviano continua a essere oggetto di discorsi, dibattiti, polemiche. E questo già dice molto dell’influenza fortissima che Gomorra – il libro continua a esercitare sulla società italiana. Un caso abbastanza unico, direi; magari nel passato ci sono state cose di questa entità, ma non me ne vengono in mente altre. Di certo per una serie di ragioni che vanno oltre gli aspetti letterari e giornalistici, anche se fino a un certo punto.

Ora, per esempio, l’uscita della seconda stagione di Gomorra – La serie ha resuscitato vecchie questioni che risalgono alla prima edizione del libro. La maggior parte dei commenti che mi è capitato di leggere imputano a Saviano, in quanto firma della serie, un tradimento della sua missione testimoniale. Essendo il prodotto televisivo un racconto dove il male è ovunque e può produrre immedesimazione – anzi lo script punta chiaramente a farci vivere le gesta di questi boss senza leggi morali con una partecipazione emotiva che non corrisponde alla condanna in senso stretto – il messaggio antimafia dello scrittore sarebbe in qualche modo stato vanificato. Quando leggo commenti simili, mi chiedo sempre se chi li scrive abbia mai letto e con quanta attenzione il libro. Perché il problema a me è sempre sembrato l’esatto contrario.

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Ricordo benissimo che, quando finii di leggere Gomorra all’epoca della sua uscita, telefonai a un amico scrittore che ne era entusiasta per dirgli che mi era piaciuto un sacco, anche se ne avrei levato un pezzo, e che il motivo per cui mi era piaciuto era soprattutto la forza con cui Saviano era riuscito a rappresentare le dinamiche di potere della camorra, il modo in cui rendeva il male qualcosa di affascinante, soprattutto nella parte in cui raccontava la vicenda degli scissionisti. Dissi al mio amico che l’effetto poteva essere in qualche modo assimilato a quello prodotto dai personaggi di Bret Easton Ellis, di cui da lettori riconosciamo chiaramente la devianza morale, ma proprio per questo finiscono per conquistarci. D’altra parte, nel caso di Gomorra, questo tipo di processo ha anche un suo risvolto di utilità, per così dire. Capire sulla nostra pelle che la camorra può essere affascinante ci permette di capire perché tanta gente, tanti ragazzi, scelgono – ed è certamente una scelta – di diventare camorristi. Esattamente in questo si trovava la natura letteraria, che così tanto ha confuso le acque, del bestseller di Roberto Saviano. E ricordiamolo ancora una volta: la letteratura è elitaria per sua definizione e non può occuparsi di chi non ha le categorie etiche ed estetiche per interpretarla. Bisognerebbe eccepire qualunque cosa sennò, per esempio che Littell fa diventare nazisti, che Amis e Houellebecq fanno diventare cinici, che Dostoevskij fa diventare assassini.

La nostra tradizione letteraria e culturale è la ragione per cui il libro ha finito per essere recepito nel modo in cui sappiamo, sfruttandone una parte tutto sommato minoritaria (il finale pasoliniano) e le conseguenze esistenziali subite dall’autore (che, a mio avviso, più che essere legate al libro sono legate al post-libro, alle visite a Casal di Principe, agli interventi in televisione, etc.). In Italia, ancora oggi nel 2016, viviamo con un sentimento di scandalo o almeno di inutilità, l’idea che un prodotto culturale – un libro, un film, un’istallazione – non producano un messaggio educativo, pedagogico. In Italia non abbiamo, ancora oggi nel 2016, nessuna fiducia nel racconto, attraverso qualsiasi mezzo, in sé e per sé. La ricezione maggioritaria da parte degli operatori culturali di Gomorra lo interpretò come una specie di documento ufficiale dell’antimafia e Saviano fu abbastanza travolto da questa cosa e prestò il fianco e il volto a questa cosa. Personalmente è stato il momento in cui ho finito per svalutare di più la sua bravura, la sua incredibile e naturale capacità di concentrarsi ossessivamente su quella storia per raccontarla. Non per cambiare il mondo. Perché andava raccontata e basta.

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Ancora più del film di Garrone, la serie, soprattutto la seconda stagione che è meno concentrata sull’azione, è il trattamento più fedele e rispettoso che sia stato fatto a questa specie di miracolo editoriale. Guardandola respiro finalmente le boccate d’ossigeno di una televisione italiana matura, che non si occupa di nascondere o edulcorare la realtà e che racconta come nessuno ha mai fatto le strade squallide e affascinanti della periferia napoletana. Chi parla di esagerazioni non sa di cosa parla: immagino non sia mai andato a comprare droga a Scampia,  ma neanche abbia mai letto un pezzo di cronaca locale.  Fior di napoletani protestano visto che a loro avviso rovinerebbe l’immagine della città, poi magari la sera vanno a casa e si guardano le puntate di The Wire. Che dicono in proposito i cittadini di Baltimora? Meglio tenersi allora Un posto al sole, come leggo sul Foglio, che ok, è un prodotto televisivo longevo e di successo, ma diciamo sul serio? Questo momento in cui i riferimenti del nostro autore più conosciuto al mondo si spostano da Goffredo Fofi a “Shakespeare” è solo da salutare come un passaggio all’età adulta. Altrimenti continuiamo a fare andare a braccetto Un posto al sole e «io so ma non ho le prove» senza lamentarci.

Foto di Mario Laporta (AFP/Getty Images).
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