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LuisaViaRoma, una delle storiche mete dello shopping italiano, è in grave crisi L'azienda ha chiesto al Tribunale 60 giorni di tempo per presentare un piano di risanamento e ripagare i debiti. Nel frattempo i dipendenti hanno scioperato e i sindacati parlano di «scelte manageriali non adeguate».
A Seoul c’è un club del libro in cui si leggono i libri mentre si ascolta la techno «Ritmi ripetitivi e suoni minimali aiutano a immergersi più a fondo nella lettura», dicono gli organizzatori di questo curioso club del libro.
Sui profili social della Casa Bianca sono apparsi degli inquietanti post di cui nessuno sta capendo né il senso né lo scopo Foto sgranatissime, video incomprensibili, una musica che se ascoltata al contrario riproduce il messaggio «exciting announcement tomorrow».
Sta per arrivare un musical di Trainspotting con canzoni scritte da Irvine Welsh La prima è prevista per luglio al Theatre Royal Haymarket di Londra, giusto il tempo di far finire a Welsh tutte le canzoni a cui sta lavorando.
Nella guerra in Iran, per la prima volta nella storia i data center privati sono stati attaccati in quanto obiettivi militari legittimi I Pasdaran hanno iniziato a colpire i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, sostenendo che gli attacchi di Usa e Israele passano anche da quelle strutture.
Per la sorpresa di nessuno, la persona più contenta della decisione del CIO di escludere le donne trans dalle gare olimpiche femminili è J.K. Rowling La decisione del Cio l'ha talmente entusiasmata che si è persino dimenticata di commentare il trailer della nuova serie di Harry Potter.
Gregory Bovino, il famigerato capo dell’operazione anti immigrazione di Minneapolis, è andato in pensione e ha detto che il suo unico rimpianto è non aver espulso più immigrati Dopo la disastrosa operazione nelle Twin Cities, Bovino era stato declassato e rinnegato dall'amministrazione Trump. Ora va in pensione, rivendicando tutto.

Cosa possiamo imparare da Robert Venturi

È morto l'architetto padre del postmoderno, autore del celebre Imparare da Las Vegas: ecco perché usarlo come antidoto al sovranismo.

21 Settembre 2018

La morte di Robert Venturi (18 settembre) ha già sollevato reazioni molto sentite ma piuttosto simili da parte di giornalisti e critici di ogni età e provenienza. I due libri infatti che l’architetto di Filadeflia ha pubblicato in vita, Complexity and Contradiction in Architecture (1966) e Learning from Las Vegas (1972) appartengono infatti al paesaggio teorico che ogni architetto del pianeta scopre in giovane età e si porta dietro per sempre per orientarsi ben al di là della mera professione. E così, leggendo i vari obituary, si nota un generale commiato non solo al venerato maestro, ma soprattutto alle proprie e rispettive giovinezze, tutte accomunate dall’incontro con Venturi.

Nato nel 1925 da un padre originario di Atessa, in Abruzzo, e una madre, Vanna, molto attiva nelle battaglie democratiche – tanto che si convertì alla religione quacchera perché l’unica a-gerarchica che si riuniva in cerchio – Venturi si laurea a Princeton con una tesi dedicata al contesto nell’architettura moderna, il tallone d’Achille del nuovo linguaggio arrivato negli Usa dall’Europa. Come tutti gli americani, Venturi si reca in Europa per un viaggio di formazione, naturalmente a Roma, e per tutta la vita invece di festeggiare il compleanno come tutti, festeggerà ogni anno la data del suo primo arrivo nella Città eterna. L’incontro con i monumenti antichi e in particolare i capolavori del Manierismo lo segnano per sempre, specie dopo il soggiorno all’American Academy nel ’54-‘56. Tornato a casa lavora per due maestri assoluti, Louis Kahn ed Eero Saarinen, quindi si mette in proprio.

Il primo progetto: la Vanna Venturi House (1962)

Il primo edificio è una casa per sua madre che da anni campeggia su un francobollo americano. Comincia a insegnare e a un’assemblea per la salvaguardia di un edificio universitario conosce una collega più giovane dai capelli rossi che guida la protesta contro la sua demolizione e che lo sgrida subito per non aver preso la parola in suo aiuto. È Denise Scott Brown: si sposano nel 1966, su imbeccata di Tom Wolfe vanno insieme a Las Vegas con gli studenti di Yale per studiare la città del vizio che è diventata la capitale pop della vita sulle quattro ruote, nasce il figlio Jim. Nello stesso anno esce il primo libro pubblicato dal MoMA e corredato da una mostra epocale: è la fine del modernismo, il ritorno prepotente dello storicismo e della compresenza di riferimenti eterogenei, ambigui e incoerenti; nello stesso anno Aldo Rossi pubblica L’architettura della città. Ci vorranno ancora dodici anni per chiamarlo postmodernismo, di cui i due testi sacri venturiani sono considerati i manifesti. L’impatto è enorme, unanimi arrivano le condanne e le critiche da destra (negli Usa) e da sinistra (i marxisti europei), ma fioccano le riedizioni e le imitazioni. Leggendo Imparare da Las Vegas, che molto si deve a Scott Brown (in Italia l’ultima edizione è pubblicata da Quodlibet), Rem Koolhaas decide di voler trarre una lezione di architettura alla stessa maniera, ma da un’altra città e scrive così Delirious New York (1978), un anno prima del celebre libro di Lyotard (La condizione postmoderna).

Una doppia pagina interna di Imparare da Las Vegas

Venturi ricorda di aver sentito parlare del postmoderno già quando era al college alla fine degli anni Quaranta, ma sarà poi l’allievo Koolhaas a scrivere che il postmoderno è l’ultimo stile «e tale resterà»: per questo Venturi rimarrà a lungo un punto di riferimento universale, perché non c’è scampo al multiculturalismo nell’età della globalizzazione. Piazza San Marco, la sua preferita, esemplifica bene tutto questo: viene creduta un monumento identitario omogeneo tanto dai leghisti quanto dalle contesse di Italia Nostra, espressione presunta cioè di un’unica civiltà e invece è il prodotto della stratificazione di contributi tardoromani, bizantini, levantini, veneti, rinascimentali, fiorentini, manieristi, neoclassici, francesi, austriaci, è insomma la Times Square dello storicismo.

L’ironia irriverente del maestro di Filadelfia lo portava a fare paragoni dissacranti come questo, ma non solo. Una volta sul vaporetto l’ho visto mandare un bacio alla chiesa palladiana di San Giorgio Maggiore e alla mia domanda di spiegazioni rispose «la amo perché è il primo esempio di shed decorato, una facciata piatta ma piena di informazioni e decorazioni proprio come un casinò del Nevada». La stessa famiglia Venturi esemplifica insomma alla perfezione il multiculturalismo globalizzato (architetto abruzzese-americano-cattolico-quacchero lui, urbanista ebrea-sudafricana di origini lettoni-lituane, lei) e per questo il figlio Jim è la persona più indicata a conservarne la memoria attraverso il film documentario cui lavora da oltre un decennio e ora finalmente in uscita, Learning from Bob & Denise. Nonostante la sbornia sovranista, abbiamo ancora molto da imparare, quindi a presto caro Bob.

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