La “canzone” che Germano canticchia nel video riprende quella che cantava Gigi Proietti in uno spot per il no al referendum sul divorzio.
Si è chiusa, finalmente, la campagna referendaria più pazza di sempre, con un finale imprevedibile: ha vinto il No, con affluenza al 58,9 per cento, altissima e inaspettata. La Costituzione resta così com’è, non cambia l’organizzazione della magistratura. Il governo Meloni, allievo della scuola berlusconiana, da decenni in guerra fredda con i giudici, aveva fatto di questa riforma una delle sue principali battaglie identitarie, ed è stato sconfitto. Anche la Premier rimane lì dov’è, ha pubblicato su Instagram un video tremulo girato con la selfie cam, davanti a una siepe e con cinguettio degli uccellini in sottofondo, dove conferma – in golfino grigio, ahia – il suo rispetto, e sottolinea rispetto, per la volontà dei cittadini, l’Italia e il suo popolo. Una legge per riformare la giustizia in Italia, diciamocelo, potrebbe pure servire. Forse, però, la coalizione oggi al potere non sono i personaggi più appropriati per ristrutturare la Costituzione.
I quattro mesi e mezzo di avvicinamento al referendum sono stati uno specchio in cui si sono riflesse le scostumatezze di questo nostro Paese, declinante però mai noioso. La campagna per convincerci a votare è partita adagio, fino a poco fa era confinata alle discussioni fra i laureati in Giurisprudenza, ai dibattiti su Rai3 in seconda serata, alla pagina venti dei quotidiani, con noiosissimi schemini didascalici, tecnicismi e codicilli. All’ultimo è scesa in campo la politica, sono intervenuti i vip, il dibattito è diventato popolare e si è imbarbarito. Forse la questione era troppo specifica: separazione delle carriere, Csm, Alta Corte Disciplinare. Così l’abbiamo buttata in caciara, e tutto si è trasformato in un voto sul governo, comprensibile a chiunque. Meloni sì, Meloni no.
La diretta interessata, dismessi i panni da statista, e dimenticando i danni che la personalizzazione di un referendum ha inferto a un suo predecessore, si è scatenata: al trionfale convegno di Atreju, qualche mese fa, quando la materia interessava a pochi, Meloni ha dichiarato che votare sì era una garanzia per evitare nuovi casi Garlasco. Incalzata da Mentana a riguardo, pochi giorni fa, ha negato di averlo mai detto, prima di confondere le acque lanciandosi in un’intemerata sulla famiglia del bosco, a suo dire specchio delle negligenze del nostro sistema giudiziario. Poi, come sappiamo, è andata al Pulp Podcast di Fedez. Forse ha voluto imitare il modello americano, in particolare l’intervista di Trump da Joe Rogan – l’equivalente podcaster statunitense di Fedez, però con più grigliate e meno dischi pop alle spalle – che pare abbia aumentato la popolarità di Trump fra i millennial a pochissimi giorni dalle ultime elezioni. Sembrerebbe, e prendiamolo come indice di qualità della nostra democrazia, che legittimare Fedez come interlocutore politico non sia una mossa vincente.
Antonio Tajani ha postato una foto dal seggio, sempre con quella faccia da chi non sa nemmeno lui come ci è finito a interpretare un ruolo di così alta responsabilità, con questa didascalia: «Partita finisce quando arbitro fischia, diceva sempre il grande Vujadin Boskov. Si vota anche oggi, fino alle 15!». Encomiabile lo sforzo del Ministro degli Esteri di sembrare un uomo del pueblo citando un allenatore di calcio serbo diventato cult nel secolo scorso, che in realtà però è famoso per la frase – simile, certo – «rigore è quando arbitro fischia». Considerato che Tajani è stato ospite dello stesso podcast di Fedez dove è andata Meloni, e che Fedez durante l’intervista ha indossato una maglietta con su scritto “Nesquirt”, è una piccola sbavatura coerente con il personaggio.
Anche i sostenitori del No ci hanno messo del loro per rendersi ridicoli, è un modello trasversale. Il pubblico ministero Gratteri ha dichiarato che «per il No voteranno le persone perbene e per il Sì gli indagati e la massoneria deviata». Elio Germano ha registrato un video di ottanta secondi, in camicia bianca sbottonata, all’interno di un teatro vuoto. Risponde al telefono, gesticola, si agita, smozzica mezze frasi in romanesco, poi parte a ripetere «No, no, no» decine di volte ridendo istericamente, prima di riattaccare passivo-aggressivo, guardare in camera e dirci «No, eh!», in una specie di tributo al famoso video che Gigi Proietti registrò cinquant’anni fa per il referendum sul divorzio. Daniele Silvestri, intervenuto in giacca di pelle e sciarpone il 18 marzo a Piazza del Popolo a Roma a un’iniziativa della campagna referendaria per il No, ha cantato un suo brano originale, disponibile su YouTube, in versione piano e voce: «Un Paese di sana e robusta costituzione». A margine ha dichiarato di leggere spesso, anzi rileggere, la Costituzione nel tempo libero. Con il video di Barbero che spiega perché voterà No – e con il mirabile remix dello stesso sulle note di “Lose Yourself” di Eminem – abbiamo un trilogia quasi cinematografica tutta incentrata su questo referendum.
Come sempre, quando c’è da trovare una macchietta i deputati di Fratelli d’Italia non deludono. Il ministro della giustizia Nordio, in un’intervista al Mattino di Padova dello scorso mese, ha definito l’Associazione Nazionale Magistrati «un sistema para-mafioso». Il suo collega di partito Aldo Mattia, a un convegno in Basilicata promosso per perorare le ragioni del Sì, forse ignaro dei meccanismi che regolano la nostra società social, si è sbottonato così: «Affrontiamo questa settimana di campagna elettorale. Avete gli argomenti da poter discutere, ma se non dovesse servire utilizzate anche il solito sistema clientelare. Non ci credi? Bè, fammi questo favore, perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore, aiutami per quest’altra questione perché io te ne ho fatti già tanti. Utilizziamo anche questi mezzi, perché dobbiamo vincere questa battaglia. Vi ringrazio», e parte l’applauso dei venti militanti in sala. L’onorevole Mattia, nello stesso contesto, pochi minuti dopo ha aggiunto «la Schlein mi sta antipatica, sarà che è comunista, sarà che è brutta, non lo so, però mi viene, mi viene… vabbè».
Insomma, il senso del ridicolo è morto e la situazione, come sempre, è grave ma non seria. Salvini, re del trash, trionfa in questo contesto. Non è stato un weekend facile, per lui: prima ha subìto contestazioni feroci al funerale di Bossi, fondatore del partito di cui in teoria lui sarebbe il leader. Salvini si è presentato in camicia verde e faccetta contrita, escamotage che non gli ha evitato insulti dai padani, è stato trattato peggio di Mario Monti. A un certo punto un tizio celtico gli ha urlato da tre metri di distanza «Ridacci la Lega!», tanto che persino la sua compagna, Francesca Verdini, si è sentita in dovere di mettersi in mezzo, e lasciata la stretta di mano del suo Matteo ha affrontato il contestatore: «Sei a un funerale, tornatene a casa, cafone», al che il tizio, per niente intimidito, le ha risposto «sì, ma ridacci la Lega». Il giorno dopo Salvini è andato a votare, in jeans e piumino smanicato. All’uscita da scuola, i cronisti lo incalzano: «A chi dedica il voto?», lui ci pensa un po’, sbuffa, inizia a rispondere: «Alle decine di migliaia di italiani ingiustamente processati e incarcerati senza che nessuno ne abbia pagato le conseguenze…», quando passa un’elettrice che lo vede, e d’istinto sbotta: “bleah”. Salvini si gira e le risponde, sportivamente: «Buon appetito anche a te, cara». Poi, lunedì, la sconfitta al referendum, alla vigilia del quale il Salvini si era lanciato in una previsione: «Secondo me finirà 54 per cento Sì e 46 per cento No”, e in un fioretto alimentare: «Se vince il Sì, non mangio primi piatti per un mese. E non è facile, per me…». Niente paura, ministro: restano in menù gli gnocchi speck, funghi e zola.
In questo degrado, c’è un dato confortante: l’affluenza superiore a ogni più rosea aspettativa, e in controtendenza con il trend recente. Ci sono moltissimi motivi che hanno contribuito a questa partecipazione. Intanto, la generale refrattarietà degli elettori ai cambiamenti nella Costituzione repubblicana. Nel 2006, nel 2016 e nel 2026 ci sono stati tre referendum costituzionali, diversissimi fra loro, e tutti e tre sono stati bocciati. Potrebbe aver pesato anche l’effetto Trump, si spera che le avventure del bambinone in charge stimolino un nuovo spirito progressista europeo, e che l’elezione comunale a Parigi e il voto in Italia siano segni dell’inizio di un’era migliore (certo, come no). È stato parecchio influente, opinione di chi scrive, anche l’effetto che i social hanno avuto su di noi, abituati come siamo ormai a consumare freneticamente nel giro di pochi giorni il ciclo di notizie. Il rush finale della campagna referendaria si è inserito in un periodo di stanca della guerra fra Stati Uniti, Israele e Iran, quando le notizie dal fronte, perso l’effetto sensazionalistico dei primi giorni, ci mettevano di fronte a mappe complicate e cavilli d’ingegneria missilistica, per non parlare del prezzo del petrolio. Il referendum è diventato l’evento social del momento, le tifoserie si sono scatenate, moltissimi elettori che non si riconoscono in un partito dell’opposizione hanno votato per manifestare un vago ma deciso malcontento verso questo governo, corredato da storia Instagram d’ordinanza con la mano che regge la tessera elettorale nel corridoio del seggio.
Già, l’opposizione. Sarebbe bellissimo se questo voto fosse il primo atto di una nuova corrente progressista, di un progetto lungimirante che parli con cognizione di causa di lavoro, diritti, case, scuole, sanità, politica estera, magari, addirittura, suggerendo proposte concrete e di buon senso. Per ora, i leader che ci ritroviamo sono impegnati a sgomitare in tv per attribuirsi il merito della vittoria del No. Il tempo da qua alle prossime elezioni politiche c’è, la volontà popolare pure. Per favore, fate qualcosa di sinistra.
Péter Szijjártó ha detto che secondo lui parlare con Sergei Lavrov durante questi riservatissimi incontri rappresenta «l'essenza stessa della diplomazia, una prassi».
«Prendetevi 10 o 20 minuti domenicali per fare un salto alle urne, così poi potete andare a guardare una buona serie tv», questo il suo invito.
Ha vinto con il 52 per cento dei voti e non ha perso l'occasione per ribadire che Parigi resterà una città antifascista, accogliente e sostenibile.
