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01:14 lunedì 10 agosto 2026
Una professoressa universitaria è stata licenziata per aver letto e spiegato ai suoi studenti un racconto di Ottessa Moshfegh È successo a Vinita Prabhakar: Bettering Myself, racconto del 2013 di Moshfegh, le è costato il posto al South Florida State College.
Il nuovo, attesissimo, chiacchieratissimo romanzo di Rachel Cusk che potrebbe come non potrebbe parlare (male) di Natalie Portman Il romanzo si intitola Life of M, e in effetti le somiglianze tra il personaggio M e la persona Natalie Portman sono abbastanza innegabili.
I lavoratori dei musei di Venezia minacciano lo sciopero perché sono costretti a lavorare con 30° gradi al chiuso a causa dell’aria condizionata che funziona male o manca del tutto Una situazione così grave da portare al rischio di «spossatezza, crampi e colpi di calore» per i lavoratori, ai quali mancherebbe anche la formazione adeguata per affrontare questa emergenza.
Per sopperire al taglio dei fondi per la ricerca, un gruppo di scienziati che studia le marmotte ha aperto un canale OnlyFans tutto dedicato alle marmotte OnlyMarms (si chiama proprio così) è gratuito, pubblica «contenuti non censurati di marmotte dalle Montagne Rocciose» e accetta mance per la buona causa della scienza.
Le ondate di caldo potrebbero far aumentare il prezzo del cibo più della guerra in Iran e della crisi nello Stretto di Hormuz Addirittura un punto percentuale di inflazione alimentare in più, un aumento del costo del cibo che nel 2027 rischia di arrivare al 3 per cento.
Il ristorante Trippa ha tolto dal menù i suoi due piatti più celebri perché troppe persone prendevano solo quelli per fotografarli L'ha spiegato lo chef Diego Rossi, per provare a sfuggire alle tendenze dettate da Instagram anche sulla ristorazione.
Il Pentagono ha improvvisamente cambiato il modo in cui conta i morti e i feriti nella guerra in Iran Pare su richiesta diretta dalla Casa Bianca. Risultato: 4 morti "in meno" e circa 600 feriti in più.
Fred Again ha passato 50 ore consecutive in livestream su YouTube per completare il suo nuovo mixtape Lo ha fatto insieme al collettivo LATIN MAFIA, registrato tutto a Città del Messico e intitolato (didascalicamente ma efficacemente) 9 months & 50 hours.

Perché è assurdo dare un reddito alle madri

Quanto sarebbe folle l’idea di un reddito di maternità? Ne abbiamo parlato con tre economiste.

18 Aprile 2019

Nel 1981 l’economista Barbara Bergmann pubblicò un saggio dal titolo brutale, “The Economic Risks of Being a Housewife“, il rischio economico di essere casalinga. Il contenuto era ancora più brutale: «Sia la componente sessuale sia la componente non-sessuale dei doveri di una casalinga sono fonti di rischio». Il problema della «componente non-sessuale», cioè lavare, stirare e cucinare, sta nel fatto che «quando perde il “posto di lavoro”, che sia per scelta sua o del marito, la casalinga si scontra col fatto che le occupazioni più vicine alla sua esperienza sono quelle a basso». La «componente sessuale», poi, trasforma la bellezza in «capitale umano» e mette le donne «nella posizione di vedere parte dei suoi asset svanire nel tempo». Bergmann ci è andata giù pesante, però la tesi di fondo è valida: per una donna restare a casa a occuparsi di figli e famiglia è anche, se non soprattutto, un rischio economico. Significa rinunciare a una parte del reddito famigliare. Significa mettersi nelle mani di un partner che magari è disposto a mantenerla oggi ma non sarà disposto a mantenerla in futuro: l’ha detto pure la cassazione che il matrimonio non è «una sistemazione definitiva». Significa uscire dal mondo del lavoro senza sapere se, o come, potrà rientrare.

Lasciamo stare, per un secondo, le considerazioni di principio: quando le donne restano a casa, quali sono le conseguenze economiche, per le dirette interessate e per il Paese? Domanda attuale, visto l’aria che tira: da un lato c’è il ddl Pillon, sospeso in Commissione Giustizia, che vorrebbe abolire l’assegno di mantenimento per i figli; dall’altro il Popolo della Famiglia che ha depositato una proposta di legge su iniziativa popolare per istituire un “reddito di maternità”, cioè pagare mille euro al mese le donne che stanno a casa per accudire i figli fino agli otto anni, con l’obiettivo di incentivare la natalità. Ora, che lo Stato paghi qualcuno perché stia a casa a curare i propri figli, anche dopo il tradizionale congedo di maternità (o paternità), non è un’idea mai sentita. Qualche anno fa Policy Exchange, il think tank conservatore di Londra, aveva suggerito di istituire un sostegno di 50-60 sterline settimanali per i genitori dei bambini con meno di tre anni che sceglievano di non lavorare. In alcuni Paesi europei esistono i cosiddetti “child raising allowance”: in Finlandia un genitore a tempo pieno può ricevere fino a 800 euro al mese, se sceglie di non avvalersi del nido. La differenza è che la misura è rivolta ai genitori di ambo i sessi (anche i papà possono fare i papà a tempo pieno) mentre la proposta del Pdf riguarda soltanto le donne. Dunque le domande sono due: quanto è pericolosa la proposta di “reddito di maternità”, così come l’ha presentata il Pdf? E quanto invece sarebbe meno pericolosa se fosse estendibile anche ai padri?

Ne abbiamo parlato con tre economiste. Per Michela Cella, docente di economia politica alla Bicocca di Milano, è «lo strumento sbagliato in questo momento». Occorre «convincere le donne italiane a lavorare di più, non a lavorare meno», anche perché «la partecipazione femminile alla forza è tra le più basse d’Europa, un grande spreco di capitale umano: pensiamo a una donna laureata che sta a casa, i suoi studi sono costati allo Stato». Incentivare un ulteriore uscita delle donne dal mondo del lavoro è particolarmente pericoloso, avverte, in un contesto in cui divorzi e separazioni sono più comuni: «Cosa fa una donna che non lavora, in caso di separazione? L’ha detto pure la Cassazione che non ci si può aspettare che l’ex marito garantisca il tenore di vita». E se il reddito fosse esteso ai padri? In pratica, dice Cella, finirebbero ad avvalersene comunque le donne, «perché contano i fattori culturali e perché, visto che le donne in media guadagnano meno, il loro stipendio è più sacrificabile».

Laura Pagani, docente economia del lavoro sempre alla Bicocca, è più lapidaria: «È una misura che non ha nessuna coerenza». Specie se l’obiettivo è combattere la denatalità: «C’è quest’idea che se le donne stanno a casa fanno più figli. In realtà era così in passato, ma non lo è più: quando l’ingresso delle donne nella forza lavoro era ancora una relativa novità, c’è stata in effetti una correlazione negativa tra lavoro femminile e fertilità, ma è almeno dall’85 che questa correlazione si è invertita. Nei Paesi dove le donne lavorano di più, come Danimarca, Germania e Francia, la natalità è più alta rispetto a Italia, Spagna e Grecia, dove le donne lavorano meno». Il lavoro femminile va incentivato, poi, perché ha effetti documentati sul Pil: «Si calcola se tutti i Paesi Ocse avessero un tasso di partecipazione femminile al lavoro simile a quello della Svezia, che è tra i più virtuosi, il Pil complessivo dei Paesi Ocse aumenterebbe di 6mila miliardi. Se si tiene conto che in Italia il tasso è tra i più bassi dell’Ocse, ci rendiamo conto di che margini di crescita ci sarebbe», dice l’economista, citando un recente report di Pricewaterhouse Coopers (lo trovate qui).

Daniela Piazzalunga, ricercatrice presso l’istituto FBK-IRVAPP e collaboratrice della Voce, fa notare che mille euro al mese sono un gioco che non vale la candela. Da un lato «è una cifra bassa, inferiore allo stipendio di molte donne che lavoro, dunque è probabile che questa misura sarebbe richiesta solo da famiglie dove le donne guadagnano cifre molto basse o starebbero comunque a casa». Dall’altro lato, per lo Stato sarebbe comunque un onere troppo gravoso: «Una misura di questo genere è costosa, gli stessi soldi potrebbero essere investiti sia in misure più efficaci a sostegno delle famiglie sia in sostegno all’occupazione». Un altro problema sta nel lasso di tempo proposto: «Che cosa dovrebbe fare una donna, scaduti gli otto anni? Rientrare al lavoro dopo una pausa così lunga è quasi impossibile». Esiste, conclude Piazzalunga, una letteratura scientifica sugli effetti dei congedi parentali rispetto alla loro durata: «La conclusione è che i congedi di maternità e paternità sono utili e necessari, ma quando superano l’anno di durata possono diventare controproducente perché scatta un deprezzamento del capitale umano. E soprattutto il valore sta nell’idea di preservare il posto». Come ai tempi di Bergmann, insomma, il rischio occupazionale dell’essere casalinghe resta sempre quello: il problema non è tanto cosa succede finché l’impiego c’è, ma quando finisce.

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