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04:07 venerdì 2 gennaio 2026
Martin Scorsese ha scritto un editoriale sul New York Times in cui spiega perché Misery è il miglior film di Rob Reiner In un commosso editoriale, Scorsese ha individuato nel thriller del 1990 l’apice della filmografia del collega, ricordando la loro amicizia.
Dopo il documentario su Diddy arriverà un documentario sui figli di Diddy che parlando di Diddy Justin e Christian Combs racconteranno il rapporto col padre in una docuserie che uscirà nel 2026 e di cui è già disponibile il trailer.
La crisi climatica sta portando alla velocissima formazione del primo deserto del Brasile La regione del Sertão sta passando da arida a desertica nell'arco di una generazione: un cambiamento potenzialmente irreversibile.
L’episodio di Stranger Things in cui Will fa coming out è diventato quello peggio recensito di tutta la serie E da solo ha abbassato la valutazione di tutta la quinta stagione, nettamente la meno apprezzata dal pubblico, almeno fino a questo punto.
Il progetto europeo di rilanciare i treni notturni sta andando malissimo Uno dei capisaldi del Green Deal europeo sulla mobilità, la rinascita dei treni notturni, si è arenato tra burocrazia infinita e alti costi.
Un’azienda in Svezia dà ai suoi lavoratori un bonus in busta paga da spendere in attività con gli amici per combattere la solitudine Il progetto, che per ora è solo un'iniziativa privata, prevede un’ora al mese di ferie e un bonus di 100 euro per incentivare la socialità.
Diverse celebrity hanno cancellato i loro tributi a Brigitte Bardot dopo aver scoperto che era di estrema destra Chapell Roan e altre star hanno omaggiato Bardot sui social per poi ritirare tutto una volta scoperte le sue idee su immigrazione, omosessuali e femminismo.
È morta la donna che restaurò così male un dipinto di Cristo da renderlo prima un meme, poi un’attrazione turistica Nel 2012, l'allora 81enne Cecilia Giménez trasformò l’"Ecce Homo" di Borja in Potato Jesus, diventando una delle più amate meme star di sempre.

Perché è assurdo dare un reddito alle madri

Quanto sarebbe folle l’idea di un reddito di maternità? Ne abbiamo parlato con tre economiste.

18 Aprile 2019

Nel 1981 l’economista Barbara Bergmann pubblicò un saggio dal titolo brutale, “The Economic Risks of Being a Housewife“, il rischio economico di essere casalinga. Il contenuto era ancora più brutale: «Sia la componente sessuale sia la componente non-sessuale dei doveri di una casalinga sono fonti di rischio». Il problema della «componente non-sessuale», cioè lavare, stirare e cucinare, sta nel fatto che «quando perde il “posto di lavoro”, che sia per scelta sua o del marito, la casalinga si scontra col fatto che le occupazioni più vicine alla sua esperienza sono quelle a basso». La «componente sessuale», poi, trasforma la bellezza in «capitale umano» e mette le donne «nella posizione di vedere parte dei suoi asset svanire nel tempo». Bergmann ci è andata giù pesante, però la tesi di fondo è valida: per una donna restare a casa a occuparsi di figli e famiglia è anche, se non soprattutto, un rischio economico. Significa rinunciare a una parte del reddito famigliare. Significa mettersi nelle mani di un partner che magari è disposto a mantenerla oggi ma non sarà disposto a mantenerla in futuro: l’ha detto pure la cassazione che il matrimonio non è «una sistemazione definitiva». Significa uscire dal mondo del lavoro senza sapere se, o come, potrà rientrare.

Lasciamo stare, per un secondo, le considerazioni di principio: quando le donne restano a casa, quali sono le conseguenze economiche, per le dirette interessate e per il Paese? Domanda attuale, visto l’aria che tira: da un lato c’è il ddl Pillon, sospeso in Commissione Giustizia, che vorrebbe abolire l’assegno di mantenimento per i figli; dall’altro il Popolo della Famiglia che ha depositato una proposta di legge su iniziativa popolare per istituire un “reddito di maternità”, cioè pagare mille euro al mese le donne che stanno a casa per accudire i figli fino agli otto anni, con l’obiettivo di incentivare la natalità. Ora, che lo Stato paghi qualcuno perché stia a casa a curare i propri figli, anche dopo il tradizionale congedo di maternità (o paternità), non è un’idea mai sentita. Qualche anno fa Policy Exchange, il think tank conservatore di Londra, aveva suggerito di istituire un sostegno di 50-60 sterline settimanali per i genitori dei bambini con meno di tre anni che sceglievano di non lavorare. In alcuni Paesi europei esistono i cosiddetti “child raising allowance”: in Finlandia un genitore a tempo pieno può ricevere fino a 800 euro al mese, se sceglie di non avvalersi del nido. La differenza è che la misura è rivolta ai genitori di ambo i sessi (anche i papà possono fare i papà a tempo pieno) mentre la proposta del Pdf riguarda soltanto le donne. Dunque le domande sono due: quanto è pericolosa la proposta di “reddito di maternità”, così come l’ha presentata il Pdf? E quanto invece sarebbe meno pericolosa se fosse estendibile anche ai padri?

Ne abbiamo parlato con tre economiste. Per Michela Cella, docente di economia politica alla Bicocca di Milano, è «lo strumento sbagliato in questo momento». Occorre «convincere le donne italiane a lavorare di più, non a lavorare meno», anche perché «la partecipazione femminile alla forza è tra le più basse d’Europa, un grande spreco di capitale umano: pensiamo a una donna laureata che sta a casa, i suoi studi sono costati allo Stato». Incentivare un ulteriore uscita delle donne dal mondo del lavoro è particolarmente pericoloso, avverte, in un contesto in cui divorzi e separazioni sono più comuni: «Cosa fa una donna che non lavora, in caso di separazione? L’ha detto pure la Cassazione che non ci si può aspettare che l’ex marito garantisca il tenore di vita». E se il reddito fosse esteso ai padri? In pratica, dice Cella, finirebbero ad avvalersene comunque le donne, «perché contano i fattori culturali e perché, visto che le donne in media guadagnano meno, il loro stipendio è più sacrificabile».

Laura Pagani, docente economia del lavoro sempre alla Bicocca, è più lapidaria: «È una misura che non ha nessuna coerenza». Specie se l’obiettivo è combattere la denatalità: «C’è quest’idea che se le donne stanno a casa fanno più figli. In realtà era così in passato, ma non lo è più: quando l’ingresso delle donne nella forza lavoro era ancora una relativa novità, c’è stata in effetti una correlazione negativa tra lavoro femminile e fertilità, ma è almeno dall’85 che questa correlazione si è invertita. Nei Paesi dove le donne lavorano di più, come Danimarca, Germania e Francia, la natalità è più alta rispetto a Italia, Spagna e Grecia, dove le donne lavorano meno». Il lavoro femminile va incentivato, poi, perché ha effetti documentati sul Pil: «Si calcola se tutti i Paesi Ocse avessero un tasso di partecipazione femminile al lavoro simile a quello della Svezia, che è tra i più virtuosi, il Pil complessivo dei Paesi Ocse aumenterebbe di 6mila miliardi. Se si tiene conto che in Italia il tasso è tra i più bassi dell’Ocse, ci rendiamo conto di che margini di crescita ci sarebbe», dice l’economista, citando un recente report di Pricewaterhouse Coopers (lo trovate qui).

Daniela Piazzalunga, ricercatrice presso l’istituto FBK-IRVAPP e collaboratrice della Voce, fa notare che mille euro al mese sono un gioco che non vale la candela. Da un lato «è una cifra bassa, inferiore allo stipendio di molte donne che lavoro, dunque è probabile che questa misura sarebbe richiesta solo da famiglie dove le donne guadagnano cifre molto basse o starebbero comunque a casa». Dall’altro lato, per lo Stato sarebbe comunque un onere troppo gravoso: «Una misura di questo genere è costosa, gli stessi soldi potrebbero essere investiti sia in misure più efficaci a sostegno delle famiglie sia in sostegno all’occupazione». Un altro problema sta nel lasso di tempo proposto: «Che cosa dovrebbe fare una donna, scaduti gli otto anni? Rientrare al lavoro dopo una pausa così lunga è quasi impossibile». Esiste, conclude Piazzalunga, una letteratura scientifica sugli effetti dei congedi parentali rispetto alla loro durata: «La conclusione è che i congedi di maternità e paternità sono utili e necessari, ma quando superano l’anno di durata possono diventare controproducente perché scatta un deprezzamento del capitale umano. E soprattutto il valore sta nell’idea di preservare il posto». Come ai tempi di Bergmann, insomma, il rischio occupazionale dell’essere casalinghe resta sempre quello: il problema non è tanto cosa succede finché l’impiego c’è, ma quando finisce.

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