È sempre il momento giusto per leggere Queer

Nell'attesa del suo arrivo al cinema, ripassiamo la triste storia universale di un amore non corrisposto, anzi, peggio, corrisposto pigramente e senza passione, che Luca Guadagnino ha voluto trasformare in un film.

13 Settembre 2024

È finito il festival del cinema di Venezia. Un successone, riferiscono gli addetti ai lavori: pioggia di stelle in laguna, film convincenti. Per esempio l’ultimo di Guadagnino, Queer, tratto dall’omonimo romanzo (pubblicato in Italia da Adelphi) di William S. Burroughs, dove Daniel Craig e Drew Starkey interpretano una coppia di amanti maledetti. Il film è tornato a casa senza premi, ma con gli ossequi della stampa. Come è nata questa trasposizione cinematografica? Guadagnino, fan di Queer fin dalll’adolescenza, ha passato una copia del libro sul set di Challengers allo sceneggiatore Justin Kuritzkes, che se n’è innamorato. Il produttore Lorenzo Mieli ha comprato i diritti, la fabbrica dei sogni si è messa in moto e il resto è pellicola.

Il film non è ancora uscito nelle sale, si attendono annunci. Nell’attesa, c’è una buona scusa per riscoprire il secondo libro dell’opera stralunata di una leggenda beat. Burroughs ha scritto Queer a Città del Messico nel 1952, a trentott’anni, nella casa puzzolente d’erba che condivideva con Jack Kerouac, subito dopo aver affidato il suo romanzo di debutto Junkie (La scimmia sulla schiena nella prima traduzione italiana) alle revisioni dell’editore, insomma a un passo dalla pubblicazione. Quasi scrittore, ma già segnato dalle cicatrici di una vita sbalestrata: Burroughs iniziò la stesura di Queer pochi mesi dopo la sua trasformazione accidentale in uxoricida. La storia è nota, ma controversa. Durante una sarabanda etilica, testimoniata da quattro bottiglie di gin vuote rimaste sulla scena del delitto, Burroughs avrebbe proposto alla sua seconda moglie Joan Vollmer di giocare a Guglielmo Tell. Lei, forse già depressa e stanca della vita, sicuramente molto ubriaca, accetta, si piazza un bicchiere in testa come bersaglio, ma il colpo parte sbilenco e Vollmer riceve una pallottola fatale in fronte. La versione di Burroughs cambierà più volte, lo scrittore riuscirà a presentare al processo due testimoni che racconteranno di un colpo involontario, partito mentre Burroughs stava pulendo l’arma, e alla fine se la caverà senza trascorrere un giorno in galera.

Nonostante l’impunità era un Burroughs turbato, in attesa di processo, obbligato a presentarsi ogni lunedì mattina alle otto alla prigione di Lecumberri per l’inchiesta sull’omicidio di Joan Vollmer, oltre che dipendente dall’eroina, quello che iniziò a scrivere Queer. Pur con tutta la buona volontà di separare l’opera dall’artista, bisogna sottolineare come Queer sia un libro semi autobiografico, insomma un autofiction. È la storia di William Lee, alter ego letterario di Burroughs già apparso, meno disilluso, in Junkie: quarant’anni, «faccia devastata, viziosa e vecchia, ma gli occhi verde chiaro erano sognanti e innocenti. Aveva capelli castano chiaro sottilissimi e ribelli al pettine. Di solito gli ricadevano sulla fronte, e a volte sfioravano il cibo che stava mangiando o gli entravano nel bicchiere». Originario di St. Louis nel Missouri, genitori ricchissimi e generosi con il figlio (in questo tale e quale a quel debosciato di Burroughs), William Lee passa i suoi giorni ciondolando nei soliti due o tre bar di Città del Messico, dove Burroughs si era trasferito nel 1949 per scappare da un processo a New Orleans che lo vedeva imputato per possesso di marijuana e eroina, posti dove «non esisteva né passato né futuro. Erano una sala d’attesa, dove certe persone passavano a dare un’occhiata in certi momenti», raccontando agli stessi avventori storie gonfiate da rum e tequila prima di finire la serata cercando senza successo di sedurre sconosciuti, con sguardi sbilenchi, in una squallida steak house.

Questa era la routine di William Lee prima di incontrare Gene Allerton, ventun anni, ispirato a un giovane uomo originario della Florida realmente esistito nella vita di Burroughs. Personaggio poco ambizioso, Allerton di lavoro sostituisce il suo coinquilino come correttore di bozze in un giornale inglese, e come ogni sfaccendato è parecchio geloso del suo tempo libero e non ama le costrizioni. Iniziano i tentativi di un tossico irrisolto dal budget illimitato di sedurre un giovane curioso, annoiato e disposto a barattare le sue convinzioni morali per un assaggio di vita royale. Nascerà una specie di storia d’amore sbilanciata, dove l’unica umanità è nelle irrisolutezze e nella solitudine di due creature, ciascuna a modo suo incapace di farsi capire, che si ritrovano in una coppia (oggi diremmo “tossica”). Queer è nella prima metà balletto della seduzione con coreografia muta, poi diario di viaggio intercontinentale in Sud America, su mezzi di fortuna, alla ricerca di una droga mitologica con poteri magici.

Impelagato nelle scadenze legate alla lavorazione del suo primo libro, Burroughs abbandonò Queer, rifiutandosi poi di pubblicarlo per più di trent’anni. Quando gli intervistatori chiedevano delucidazioni su questo misterioso inedito Burroughs minimizzava, definendolo un inutile schizzo di un’artista acerbo. Con permesso, non è così: nel William Lee omosessuale, tossico, armato, intollerante, insicuro, nichilista e nel suo umorismo cinico che impreziosisce le pagine di Queer c’era già il potenziale per destabilizzare il panorama editoriale del dopoguerra, compito che finirà per ricadere pochi anni dopo sulle spalle allucinate di Pasto nudo. Intanto Queer è rimasto nel sottobosco, aspettando di essere riscoperto. Bisognerà attendere la metà degli anni Ottanta, quando Burroughs firmò un ricco contratto con la Viking-Penguin da duecentomila dollari per sette libri, e acconsentì finalmente alla pubblicazione di Queer.

Burroughs, impenitente individualista, ha sempre rifiutato la definizione politica di romanzo omosessuale. In effetti, al di là delle inclinazioni erotiche di ciascuno, che potevano forse scandalizzare in tempi più bigotti, Queer è la triste storia universale di un amore non corrisposto, o peggio corrisposto pigramente e senza passione, e di un uomo che attribuisce tutte le sue magagne esistenziali all’oggetto del suo desiderio. Si sente che è un libro scritto con il cuore, da un narratore disperato e sincero. Conoscendo Burroughs, quell’inemendabile pirata romantico, non c’è da stupirsi.

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