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Chopper, il medico della ciurma Cappello di Paglia in One Piece, è stato nominato ambasciatore di Medici Senza Frontiere «La convinzione che si debba curare tutti, indipendentemente da etnia o nazionalità, è ciò in cui crediamo anche noi», ha detto il presidente di MSF, spiegando la scelta del nuovo ambasciatore.
La foto che tutti i giornali stanno pubblicando negli articoli sulla vera identità di Banksy non ritrae Banksy ma un tizio qualunque fotografato mentre lavorava vicino a un’opera di Banksy L'uomo si chiama George Georgiou, ha 69 anni e di mestiere fa l'operaio. Ha definito quello che gli è successo «assurdo».
Al trailer di Spider-Man: Brand New Day è bastato un giorno per diventare il trailer più visto di tutti i tempi Ha totalizzato 718 milioni di visualizzazioni in 24 ore, sbriciolando il precedente record detenuto dal trailer di No Way Home.
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Un marinaio della portaerei francese Charles de Gaulle ne ha rivelato a tutti l’esatta posizione loggando la sua corsetta mattutina su Strava Non è il primo militare a rivelare informazioni sensibili registrando i propri allenamenti, tanto che è stato coniato un nome per il fenomeno degli Strava Leaks.
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Pupi Avati e il ritorno del gotico padano

Il signor Diavolo, nuovo film del regista ottantenne da oggi nelle sale, racconta l'Italia iper religiosa convinta che l'altro sia l'incarnazione del male.

22 Agosto 2019

In una celeberrima lettera spedita da Akira Kurosawa al neo settantenne Ingmar Bergam che aveva appena annunciato il suo addio alla regia, la leggenda del cinema giapponese esprime tutto il suo scetticismo verso la concezione eminentemente occidentale della vecchiaia come tomba della creativitàNel tentativo di persuadere lo svedese, scrive: «Mi rendo pienamente conto che un essere umano non è davvero in grado di creare opere davvero buone fino a quando non raggiunge gli ottant’anni», e conclude con una nota personale: «Ora ho settantasette anni e sono convinto che il mio vero lavoro sia appena iniziato».

Pupi Avati gli ottanta li ha raggiunti nove mesi fa, e infatti Il signor Diavolo, da oggi in sala, è il film di un vecchio regista, dove vecchio è da intendersi esclusivamente nell’accezione romanticamente orientale: un maestro equilibrato e misurato che ha più strumenti di noi per spiegarci qualcosa. E sì che nella sua prolifica carriera (quaranta film dal 1968) di cose davvero buone ne aveva già realizzate, ma un tale ritorno all’horror, per lui che nel 1976 con La casa dalle finestre che ridono aveva lasciato un’impronta indelebile nel genere italiano, è un’autentica sorpresa.

La base letteraria del film è l’omonimo libro scritto da Pupi Avati, e come spesso accade in casi del genere, la percezione che ci sia un completo controllo artistico e intellettuale dell’autore sull’opera è tangibile. Come è tipico della sua produzione, anche qui il regista bolognese racconta un mondo vicino a lui, alla sua infanzia. È il 1952, e, nel nord-est, un giovane che ha da poco fatto la prima comunione ha ucciso, pare su indicazione di un prete e di una suora, un suo coetaneo che si diceva essere il demonio. L’ispettore del Ministero Furio Momenté viene mandato sul posto, perché nella vicenda si intersecano interessi politico-religiosi che preoccupano la DC, con l’avvicinarsi delle elezioni.

Al di là dello snodo in sé, che è godibile e su cui c’è da prestare attenzione fino all’ultima inquadratura, quello che realmente interessava Avati era parlare di una certa Italia, quella iper religiosa che si specchia nella superstizione, dipendente dalla terra ma nelle mani del signore. Verrebbe da dire, una certa Italia che non c’è più, ma ci arriviamo. In quest’ottica, il Veneto è l’ambientazione ideale per la storia, un po’ per la vicinanza all’Emilia, un po’ perché possiede naturalmente tutti i crismi del suo gotico padano, ma soprattutto perché in nessun’altra regione c’è una prossimità così marcata tra l’ultra-cattolicesimo di chi, se c’era un problema, innanzitutto andava dal parroco, e il paganesimo radicato da una tradizione contadina secolare. «Quando piove col sole si pettinano le streghe», dicono le nonne venete col rosario in mano. E in questa convivenza incredibilmente pacifica tra sacro e profano, c’è un posto in bella vista anche per il male, che è costantemente vicino, ma non siamo mai noi. È il maiale, la bestia più schifosa del creato, o il deforme, lo sappiamo: è l’altro.

Parlare di livelli di lettura fa un po’ accademia di cinema, è vero, ma ne Il signor Diavolo Avati ha voluto trattare il male assoluto, quello dell’Avversario, con un’eterogeneità di incarnazioni così estesa, da sottintendere che è ovunque. E mai come a ottant’anni lo si può affermare con cognizione di causa e con una buona dose di noncuranza, perché rassicurare, forse, non interessa più.  Ed è anche per questo che il film funziona così bene, perché non cerca compromessi, è totalmente privo della zavorra nostalgica dei bei tempi andati, e non offre uno sguardo rassicurante sul futuro, sembra dire: il passato è grigio (letteralmente, i colori sono tutti vicini alla scala dei grigi) ma per il futuro non aspettatevi un caleidoscopio.

Essere degli anziani maestri non significa non sbagliare niente, e Il signor Diavolo è tutt’altro che un film perfetto, la sotto-trama amorosa tra Momenté e un’infermiera, per esempio, è inutile, e il doppiaggio, che in alcuni punti pare posticcio, tende a conferire una patina plastificata. Essere dei maestri però significa soprattutto fornire delle chiavi per interpretare il mondo, oliare degli ingranaggi mentali arrugginiti, pulire degli occhiali appannati. Con Il signor Diavolo, Pupi Avati mostra chiaramente le radici iconiche di una certa Italia, magari apparentemente dimenticate, ma presenti in modo ancestrale e ineluttabile, il cui potenziale seduttivo riecheggia vigorosamente oggi più che mai, tra un bacio al rosario in pubblico e l’altro. Ci dice soprattutto che il male assoluto c’è, e ad avercelo dentro siamo noi.

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