Riaprono gli spazi di largo Isarco con il progetto dell'artista Simon Fujiwara che racconta la crisi dell'identità contemporanea.
Questo articolo è tratto dal nuovo numero di Rivista Studio, uscito oggi e intitolato La vita vera Istruzioni per l’uso. Lo trovate in edicola, nelle librerie selezionate oppure, più semplicemente, sul nostro store online
Le maniche delle camicie, sovradimensionate, non abbottonate, sbucano fuori da cappotti classici, dai volumi ultra slim cari a Simons: e però sono puntellate di macchioline quasi invisibili. A guardarle da vicino, ricordano gli aloni ricreati su muri e cibi dall’invasione della muffa. Un orpello estetico che adorna anche i top, mentre i giubbini e gli impermeabili hanno i profili che sembrano scrostarsi, rivelando il tessuto che giace sotto lo strato esterno, un classico micro-check da sartoria maschile. Sono solo alcuni dei capi andati in scena durante l’ultima sfilata maschile di Prada, per l’autunno/inverno 2026-2027, nella quale il premiato duo Prada-Simons ha proposto una visione della mascolinità allergica alla ricerca ossessiva della perfezione, spinta a piè sospinto da società e social: i vestiti si fanno testimonianza tessile del tentativo umano (non solo maschile) di ricercare una nuova comunione con il reale. Il tempo e il suo effetto sul corpo e sui vestiti, le macchie di sporco e le abrasioni, sono considerate come medaglie al valore di una vita vissuta nel mondo reale, lontano dalla perfezione perniciosa dell’AI, dalla smaterializzazione corporea alla quale ci stanno abituando i social. Non è certo la prima volta nella storia del costume che i designer si interrogano sul rapporto ambivalente tra il nostro corpo – fluidi compresi – e la materia della quale è fatto il mondo, sulla loro compenetrazione e somiglianza. E che però succeda nel 2026, all’interno del brand considerato dagli addetti ai lavori quello con la maggiore autorevolezza intellettuale di tutti, e non certo in un brand emergente, è indubbiamente il segnale del fatto che qualcosa sta inevitabilmente cambiando.

Sfilata Prada Uomo Autunno Inverno 2026 – 2027
Sporcarsi per rinnegare le “aesthetic” di TikTok
Parlando di corsi e ricorsi storici, giusto per creare una cronologia (seppur spannometrica), del fenomeno, è utile citare qualche esempio regalatoci dal passato. Di melma, ruggine e glitter, sembravano (ed erano) fatti, alcuni degli abiti di Map Reading, collezione dell’Autunno/inverno 2001 di Hussein Chalayan. Dopo otto anni dal suo primo tentativo – cioè la sua sfilata di debutto The Tangent Flows del 1993 – lo stilista britannico e cipriota aveva letteralmente sepolto un abito fatto di paillette, recuperandolo dopo alcuni mesi, per parlare, attraverso i vestiti, di temi assai più grandi: la mutevolezza della materia e la sua bellezza ambigua, il nostro rapporto con la tecnologia, con l’altro, l’alienazione. Alcuni di quegli esperimenti tessili sono oggi in mostra al Barbican di Londra, in un percorso espositivo chiamato Dirty Looks: Desire and Decay in fashion (che chiude tra qualche giorno, il 25 gennaio 2026), che si propone di analizzare il complicato rapporto della moda e dei suoi creatori con la decadenza fisica, con il corpo umano e le sue altrettanto umane manchevolezze (i fluidi corporei, sudore e urina), inaccettabili nella società della performance e della “clean girl aesthetic”, ma anche, più generalmente, con il concetto di “sporco” e tutte le sue infinite diramazioni nei campi della morale, dell’estetica, della religione.
E in effetti, nel libro che accompagna la mostra, dal titolo omonimo, la curatrice del progetto Karen Van Godtsenhoven cita l’antropologa Mary Douglas, che nel suo testo del 1966 Purity and danger: an Analysis of Concepts of Pollution and Taboo, sostiene che «la santità e l’impurità si trovano ai due poli opposti». Secondo Van Godtsenhoven, lo stesso teorema è applicabile alla moda, e questa mostra altro non è che il contrappunto alla perfezione digitale e patinata dei nostri tempi, oltre che un’alternativa possibile per il futuro. All’interno del percorso, si susseguono così lavori di grandi nomi del passato, da Miguel Adrover a John Galliano passando per Christian Dior e Olivier Theyskens, Alexander McQueen e Vivienne Westwood, arrivando fino ai tentativi di ribellione del presente, con abiti di Louis Gabriel Nouchi, Rick Owens, Marine Serre e JW Anderson. Un esperimento che il Barbican ha ritenuto di particolare valore umanistico, considerato che l’istituzione non organizzava una mostra dedicata alla moda da 8 anni.
«Negli ultimi anni la moda ha sviluppato un grande rispetto e rilevanza presso il pubblico, grazie agli show in streaming visti da milioni di persone, ma è considerata ancora come essenzialmente commerciale» spiega Van Godtsenhoven. «Secondo noi è un’arte, e con tale serietà va trattata. Ciò che si analizza qui è l’approccio di diverse generazioni all’argomento e come ciclicamente il tema ritorni al centro del discorso. I designer degli anni ’80 e ’90 creavano abiti come forma di sperimentazione e ribellione rispetto ai canoni estetici classici: è il caso ad esempio dell’abito in pizzo di Alexander McQueen proveniente dalla collezione The Highland Rape del 1995, con il corpetto in lattice colorato legato con filo da pesca, con la silhouette strappata sulla spalla e sulla gamba (l’obiettivo è raccontare il concetto di usura come categoria estetica, ndr). La generazione di designer che si diploma oggi entra in un sistema nel quale la decadenza è già in atto, per via della prominenza del fast fashion e dell’inquinamento ambientale, a cui la moda contribuisce: le loro sperimentazioni, con materiali naturali e tinture, fanno spesso parte di un processo collettivo che tenta una guarigione, una via d’uscita, attraverso una comunione con la natura».

Dirty Looks, Paolo Carzana, Spring Summer 2025 Ready-to-Wear How to Attract Mosquitoes. Photograph by Joseph Rigby, courtesy Paolo Carzana
Lontani da Tom Wolfe, vicini al feticismo del capitalismo di Marx
Un’esplorazione che però sembra distante dalla nostalgie de la boue di tomwolfiana memoria: non si tratta tanto di romanticizzare il passato, quanto di irridere il presente. È il caso dei pissed-jeans di JordanLuca (letteralmente, jeans pisciati), presenti all’interno del percorso espositivo. Introdotti con la collezione Autunno Inverno 2023 del duo anglo-italiano formato da Jordan Bowen e Luca Marchetto, hanno una macchia all’altezza del cavallo che suggerisce l’incapacità di chi li indossa a contenere le pulsioni della vescica.
«È stato un esperimento sociale» spiega Luca Marchetto, «perché il tentativo di quella collezione era offrire una riflessione sulla feticizzazione del capitalismo. D’altronde esiste un’intera fetta di mercato di appassionati che è disposto a comprare biancheria sporca. Sul momento, quei jeans sono passati nell’indifferenza generale, è stata una grande delusione. Poi in un mercoledì pomeriggio qualsiasi, il New York Times ha scritto un articolo, postato poi su Instagram, e la cosa ci è esplosa tra le mani. Pensavamo che l’attenzione sarebbe durata al massimo 24 ore, invece è andata avanti per tre settimane. Avevamo 150 paia di quei jeans in stock, e sono andati sold out. L’esperimento ha quindi iniziato a funzionare: quei jeans sono in fondo stupidi? Certo, ma provano il punto, e specialmente nella moda, dove tutti si prendono troppo sul serio, fare una cosa del genere è molto punk». E se sui social gli utenti hanno dibattuto strenuamente sullo stato di decadenza della moda e del buon costume, partendo da un jeans che era fatto per scatenare proprio quelle reazioni, secondo Bowen la mostra è un’opportunità per ribadire che «la moda non è un’arte che vive in un vuoto di significati, ma riflette un panorama molto più vasto, ed è un’immagine desolante. Le ricerche scientifiche provano che per diversi fattori, dai cibi super processati all’inquinamento, passando per l’utilizzo costante dei social media, il quoziente intellettivo degli abitanti dei Paesi sviluppati sta regredendo (il riferimento è all’effetto Flynn inverso, teoria dei primi anni Duemila, ndr). In questo contesto, proprio per via dei social, soprattutto le generazioni più giovani, hanno sviluppato una paura del conflitto, e la tendenza generale è rimanere in una comfort zone».
Dai vestiti al corpo il passo è breve
D’altronde, in un mondo che costringe all’eccellenza, fare schifo è un gesto rivoluzionario. E lo è ancora di più per le donne, da sempre ingabbiate in degli stereotipi che sono limitanti, e tentano di creare un perimetro assai risicato all’interno del quale è possibile agire, un panopticon in chiave patriarcale. Superarlo, anche solo con l’abbigliamento, in questi anni che hanno portato alla ribalta un nuovo moralismo e la categoria etica ed estetica delle trad wives sponsorizzate dal movimento Maga, vuol dire rischiare l’esclusione sociale, l’etichetta di “femminista isterica”, che è il succedaneo del XXI secolo della più classica ma sempre valida “strega”. In questo senso si muovono le riflessioni, e le conseguenti collezioni, di designer contemporanee presenti nella mostra come Di Petsa, con i suoi abiti dall’effetto bagnato che celebrano la sessualità femminile, gli abiti sporchi di fango di Elena Velez, e le armature dal sapore vittoriano di Dilara Findikoglu. Dichiarazioni stilistiche che trovano un’eco in quanto sta succedendo nel mondo lontano dalle passerelle: un mondo nel quale il rapporto con il nostro corpo sta attraversando una fase di totale ripensamento, come sostiene l’antropologa dei corpi Giulia Paganelli.
«Stanno succedendo due cose simultaneamente nel contesto Nord Atlantico: la prima è che ci stiamo scontrando con il concetto di longevità, corpi che durano molto di più rispetto anche solo a 20 anni fa, quando il fenomeno dei centenari era singolare. Questo ribalta le categorie corporee che abbiamo stabilito, sia sulla bellezza che sulla resistenza fisica, e diventa anche un tema economico e politico, perché, per esempio, il sistema delle pensioni è pensato in base ad un’aspettativa di vita media di 80 anni che abbiamo già superato. L’altro tema è il disincarnamento del corpo nell’ambito digitale, in cui il corpo diventa un involucro, un simulacro che può avere tutte le forme che vuoi. Il mondo digitale permette e incentiva l’allontanarsi dal proprio corpo, e esplorarne le pulsioni più estreme, cosa che i sistemi di governo monoteisti o anche capitalisti hanno sempre condannato a livello morale. Nel digitale ci si può trasformare anche in qualcosa di ibrido tra animale e umano, o umano e meccanico, come succede sulle piattaforme di gioco online come Roblox o nel metaverso».
E questa sperimentazione, che evidenzia una curiosità verso i più reconditi bassifondi dell’umanità, si è accompagnata negli ultimi anni ad un’ondata letteraria e cinematografica che riscopre il body horror. Non solo il più famoso The Substance di Coralie Fargeat, ma anche il Frankenstein di Guillermo Del Toro, il Nosferatu di Eggers e il Dracula di Besson. «C’è tutta una generazione di donne scrittrici prevalentemente Millennial, che decidono di lavorare su queste tematiche» conferma Paganelli. «Penso all’horror gotico latino-americano, o a libri come Il tarlo della spagnola Layla Martinez, Le nostre mogli negli abissi di Julia Armfield, che hanno a che fare con la mutazione, e che non hanno misericordia nei confronti di nessun corpo. Questo ritorno ai “mostri” non è un caso: sebbene a volte di questa parola si abusi, come nel caso di femminicidi o pedofili, per mettere distanza tra “noi” e “loro”, la realtà è che il mostro è la prima figura a cui si fa riferimento quando ci sono scenari culturali di incertezze o fratture sociali, come sostiene Jeffrey Jerome Cohen nel saggio Monster Theory: Reading Culture. La realtà è che il mostro non è mai un divieto, quanto una possibilità. E nonostante si sia in tempi cupi, compito delle arti è proprio sottolineare il perno di questa cupezza: e il perno non può che essere il corpo». Un involucro fatto di carne, ossa, e profanità variegate, contemporaneamente imperfetto e straordinario, con il quale, dopo 2000 anni di civiltà, dobbiamo ancora imparare a fare i conti. Anche attraverso gli abiti che scegliamo di indossare, e le identità che scegliamo di abitare. Non divieti, ma possibilità.
Immagine in evidenza: Dirty Looks, Models mudwrestling at Elena Velez’sSpring/Summer 2024 presentation,TheLonghouse. Photo by Jonas Gustavsson forThe Washington Post via Getty Images
Le segnalazioni sullo studio di Dilara Findikoglu evidenziano le contraddizioni della moda contemporanea: il divario tra estetica politica e pratiche operative, la retorica del sacrificio creativo e una precarietà sistemica spesso mascherata da valore culturale.
