Cultura | Fotografia

Paolo Di Paolo, il fotografo nascosto

Inaugura il 17 aprile al Maxxi di Roma, la prima personale del reporter del Mondo che smise di fotografare per sempre nel 1966 e che adesso ha 94 anni.

di Clara Mazzoleni

Anna Magnani nella sua villa a San Felice Circeo (Roma), 1955 foto Paolo Di Paolo, © Archivio Paolo Di Paolo (foto n.2 courtesy Collezione Fotografia MAXXI)

Silvia Di Paolo stava rovistando nella cantina del padre alla ricerca di un paio di sci. Ha trovato, invece, un archivio di 250mila fotografie degli anni ’50 e ’60: ritratti di Marcello Mastroianni, Anna Magnani, Pierpaolo Pasolini, Alfred Hitchcock, Giorgio de Chirico, Charlotte Rampling e molti altri personaggi famosi di quegli anni: poeti, intellettuali, scrittori e stelle del cinema. Interrogato sulla provenienza di quelle incredibili fotografie, il padre Paolo ha dovuto ammettere di averle scattate lui stesso a partire dal 1954 e fino 1966, l’anno in cui decise di appendere al chiodo la macchina fotografica per il resto della vita.

Silvia ha impiegato vent’anni per convincere suo padre ad esporre la selezione di 250 immagini che compongono la mostra curata da Giovanna Calvenzi. Per persuaderlo si è fatta aiutare da Alessandro Michele di Gucci (main sponsor della mostra), Giovanna Melandri, Presidente della Fondazione Maxxi e da Bartolomeo Pietromarchi, direttore del Maxxi Arte. Scelte tra le 250 mila fotografie che compongono l’archivio Paolo Di Paolo, le fotografie intime, delicate e sorprendentemente fresche, leggere, o per utilizzare un termine utilizzato dalla curatrice Calvenzi, «ridenti», ritraggono con uno sguardo sempre rispettoso, amorevole e coinvolto i personaggi più importanti di quegli anni, ma anche gente comune, paesaggi italiani, luoghi lontani, momenti della realtà catturati trasformati in disegni di luce in grado di trasmettere emozioni raffinate, penetranti e sottili.

C’è sempre, nelle fotografie di Di Paolo, un punctum che tocca e commuove l’osservatore. Una vitalità così tenera e intensa, che a fissarla si trasforma in malinconia: Lucio Fontana alla Biennale di Venezia, una contadina al funerale di Palmiro Togliatti, Anna Magnani distesa a occhi chiusi sulla spiaggia, Monica Vitti che legge il giornale insieme a Michelangelo Antonioni, Sofia Loren che si ripassa da sola la matita agli occhi, Giuseppe Ungaretti con un gatto in braccio, un’Oriana Fallaci inedita, spensierata, che sulla spiaggia del Lido di Venezia gioca a fare la diva avvolta in un pareo.

Oriana Fallaci, Festival del Cinema, Lido di Venezia, 1963, foto Paolo Di Paolo © Archivio Paolo Di Paolo
Sofia Loren sul set di Pane, amore e… Pozzuoli (Napoli) 1955, foto Paolo Di Paolo, © Archivio Paolo Di Paolo
Charlotte Rampling, sul set di “Sequestro di persona”, Sardegna, 1966, foto Paolo Di Paolo, © Archivio Paolo Di Paolo

Da come lo racconta, scegliendolo come conclusione del suo commosso discorso di ringraziamento – tutto volto a sminuire se stesso e a sottolineare l’importanza delle persone che ha avuto intorno negli anni della sua formazione  – è evidente che quello del 1966 è un gesto di cui ancora oggi Di Paolo va molto fiero e di cui non si è mai pentito. Dopo la chiusura de Il Mondo, il mitologico giornale di Pannunzio che lo “scoprì” e del quale divenne il più assiduo collaboratore per 14 anni, Di Paolo si dirige a Milano in cerca di lavoro. Ormai è un fotografo conosciuto, è ben inserito nella  conosce persone che contano, «per te le porte saranno sempre aperte», gli dice un importante direttore con cui parla, «ti aspettiamo quando vuoi con un grande scoop, qualcosa di piccante».

Giuseppe Ungaretti, Roma, 1963, foto Paolo Di Paolo © Archivio Paolo Di Paolo
Marcello Mastroianni, foto Paolo Di Paolo, © Archivio Paolo Di Paolo (courtesy Collezione Fotografia MAXXI)
Monica Vitti e Michelangelo Antonioni, Roma, 1958
foto Paolo Di Paolo, © Archivio Paolo Di Paolo

Sono gli anni dell’invasione dei paparazzi, il lavoro del fotografo è cambiato: non più i ritratti umanisti pubblicati da Il Mondo o gli ambiziosissimi reportage commissionati da riviste come Tempo di Arturo Tofanelli – quello esposto in mostra, ad esempio: un viaggio lungo il perimetro della penisola italiana per documentare usi e costumi degli italiani in vacanza, documentato dalle immagini di Paolo Di Paolo e raccontato attraverso i testi di Pier Paolo Pasolini – ma gli scatti rubati e la ricerca spasmodica dello scoop, dell’esclusiva. La poesia dell’umano non basta più, ci vuole la “notizia”. Improvvisamente Di Paolo non si è più sentito in sintonia con la società che si andava formando. «Ho chiuso quelle porte e non sono più tornato», dichiara fiero.

Prima di concludere il suo discorso di ringraziamento spiegando il motivo per cui decise di dire addio alla sua professione – una scelta forte, che nei nostri giorni connotati dall’iperflessibilità e dall’autocelebrazione ha qualcosa di eroico, epico, quasi inverosimile – Di Paolo ha parlato di uno dei suoi più grandi dolori: il giorno in cui ricevette la notizia della chiusura del settimanale Il Mondo. Quella mattina mandò un telegramma al suo adorato direttore Pannunzio, un uomo con cui scambiava pochissime parole ma al quale era legato da un inscindibile rapporto di stima: «Per me e per gli altri», scrisse, «muore oggi l’ambizione di essere fotografi». «Ho smesso di fotografare per amore della fotografia», ha aggiunto. «Eravamo un gruppo, non sapevamo niente, ma eravamo ambiziosi e presuntuosi, volevamo superare Cartier-Bresson, non in verticale, in orizzontale. Volevamo andare oltre. L’immagine ci aveva attratto con la sua forza, eravamo ipnotizzati dal suo potere, ci interessava esplorarne i confini e le possibilità». Quando le riviste hanno smesso di pubblicare vere fotografie, Di Paolo ha smesso di fotografare.

Lido di Corollo (Napoli),1959, foto Paolo Di Paolo, © Archivio Paolo Di Paolo
Viareggio, 1959, foto Paolo Di Paolo, © Archivio Paolo Di Paolo
I piccoli guerrieri di Monte Mario, Roma, 1954, foto Paolo Di Paolo, © Archivio Paolo Di Paolo
Sottopassaggio pedonale. New York, 1963, foto Paolo Di Paolo, © Archivio Paolo Di Paolo (courtesy Collezione Fotografia MAXXI)

Nato nel 1925 a Larino, in Molise, Paolo Di Paolo si trasferisce a Roma per studiare Filosofia. Si avvicina alla fotografia “per diletto” (è un dettaglio a cui tiene molto, «eravamo dei dilettanti», ripete). Compra a rate una Leica IIIC e inizia a scattare fotografie. Frequenta con assiduità l’ambiente artistico romano. Un’amica pittrice gli consiglia di proporre le sue foto al settimanale Il Mondo, fondato e diretto da Mario Pannunzio, il cui ufficio è stato ricostruito con fedeltà in occasione della mostra, compresa la foto di Benedetto Croce sulla scrivania e quella di Cavour che teneva appesa alle spalle: i suoi riferimenti. Pannunzio era un intellettuale temuto e stimato: rifiutava le immagini “troppo belle,” accettava soltanto quelle buone. Passeggiare con il Mondo sottobraccio, ricorda Di Paolo, era uno status symbol, un settimanale da sfoggiare per darsi arie da intellettuale, anche perché «leggerlo era davvero impossibile». Ci scrivevano i migliori autori del periodo – Arbasino, Moravia, Sciascia, Cederna, Thomas Mann e George Orwell tra gli altri – e i detrattori sostenevano avesse «più scrittori che lettori».

Era una rivista molto difficile: le immagini migliorarono la sua situazione, rendendola più appetibile a un pubblico più ampio. Pannunzio ebbe l’idea di dare alla fotografia un ruolo preponderante, narrativo, non più limitato ad accompagnare il testo. Inaugurò un modo coraggioso di utilizzare le immagini, spesso stampandole a tutta pagina, che si dimostrò efficace e permise a Di Paolo di lavorare seguendo il suo estro, senza freni, vedendo pubblicare sulle pagine del giornale 573 foto. E tutte le altre? Molte non le ha mai volute mostrare: avrebbero compromesso la reputazione dei soggetti. Un esempio che brilla nel cuore della mostra sono le incredibili immagini di un’inedita Oriana Fallaci al Lido di Venezia: sorridente, sexy e spensierata non avrebbe mai voluto mostrarsi così agli occhi del pubblico nel timore di perdere l’autorità conquistata con fatica. In corso al Maxxi di Roma fino al 30 giugno, la mostra è un percorso toccante tra l’intensità di volti noti e sconosciuti del nostro passato, ma è anche il manifesto di uno stile ormai perduto, composto da una rarissima mescolanza di umiltà, pudore e rispetto per il proprio lavoro – uno stile che forse dovremmo provare a ritrovare.

Per migliorare la tua esperienza utilizziamo cookie tecnici, statistici e di profilazione, anche di terze parti, per fornire un accesso sicuro al sito, analizzare il traffico sul nostro sito, valutare l’impatto delle campagne e fornire contenuti e annunci pubblicitari personalizzati in base ai tuoi interessi. Chiudendo il banner acconsenti all’uso dei cookie. Maggiori informazioni

Some contents or functionalities here are not available due to your cookie preferences!

This happens because the functionality/content marked as “%SERVICE_NAME%” uses cookies that you choosed to keep disabled. In order to view this content or use this functionality, please enable cookies: click here to open your cookie preferences.