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Pensare come un orso

La storia del nostro conflitto con gli orsi nelle Alpi dimostra che abbiamo ormai disimparato a considerare la natura selvaggia come un meccanismo complesso, una macchina di cui le esigenze dell'essere umano sono solo uno degli ingranaggi.

07 Settembre 2022

Camminavamo in silenzio sotto l’occhio vitreo degli animali impagliati nei diorami e di fianco ai minerali e le rocce che non avevano mai lasciato la valle, nelle sale, quel giorno chiuse al pubblico, del Museo di Storia Naturale di Morbegno, in Valtellina. La giovane curatrice del museo, la biologa Giulia Tessa, mi aveva invitato per presentare il mio libro sugli animali in città, e dal momento che io e mio padre eravamo arrivati in anticipo, ci ha proposto una breve visita per mostrarci i reperti più importanti e raccontarci la loro storia. Nella sterminata collezione del museo, un reperto in particolare ha attirato la mia attenzione: era un cranio lucido e allungato, quasi irreale, appartenuto un secolo e mezzo fa, ci ha rivelato Giulia, a un’orsa. Leggevo intanto la scritta che per intero marcava il suo osso frontale, come a decretare la sua sconfitta: l’orsa era stata uccisa di fronte al figlio sui pascoli di Foppe di Pescegallo, in Valgerola, una valle laterale della Valtellina, poco lontano da Morbegno. Responsabili dell’uccisione furono due cacciatori, Giovanni Gualteroni e Battista Acquistapace, che avvistarono l’orsa all’alba del 4 luglio del 1887: a quei tempi gli orsi erano ritenuti una specie «nociva» e lo Stato concedeva un premio di cento lire per ogni cadavere consegnato alle autorità. L’importanza del cranio di Morbegno, però, è che fatta eccezione per i pochi individui che ancora attraversarono, ma solo di passaggio, quel territorio, la madre e il suo piccolo furono con ogni probabilità gli ultimi orsi che vissero stabilmente in Valgerola.

Da sempre i grandi carnivori, e in particolar modo gli orsi, sono il simbolo per eccellenza della natura selvaggia, con la quale la nostra specie, per una ragione o per un’altra, non riesce più a venire a patti [come in parte dimostra anche la storia dell’orsa F43, morta durante in Trentino e di cui si è discusso molto negli ultimi giorni, ndr]. Camminare in un bosco alpino, all’imbrunire, sapendo che un orso può apparire di fronte ai nostri occhi – nonostante ce ne siano solamente un centinaio sulle Alpi italiane, perlopiù in Trentino, e preferiscano starci alla larga –, ci ricorda in fondo quella parte più taciuta della nostra ecologia: mentre infatti, considerando la sesta estinzione di massa che abbiamo causato, senza problemi ci riconosciamo carnefici, oggi spesso fatichiamo a ricordarci che noi stessi siamo stati, e in alcune circostanze siamo tutt’ora, prede. Anche per questa ragione la morte dell’ultimo carnivoro è diventata un topos del nature writing, quel genere letterario che indaga il rapporto tra la specie umana e il mondo naturale. Per citare l’esempio più celebre, l’uccisione di Big Ben, il mastodontico orso di cui scrive William Faulkner in Go Down, Moses, simboleggia la distruzione della wilderness a opera dell’uomo bianco – non a caso, pochi minuti dopo la morte dell’orso, perde la vita anche Sam Fathers, il nativo americano che sapeva che la natura non può essere posseduta.

Solo sette anni più tardi, nel 1949, veniva pubblicato, sempre negli Stati Uniti, Pensare come una montagna. A Sand County Almanac, di Aldo Leopold (Piano B, traduzione di Andrea Roveda), di cui Piano B ha appena pubblicato anche Tutto ciò che è libero e selvaggio (traduzione di Luca Castelletti), la raccolta dei saggi che hanno preparato il terreno per la stesura del suo capolavoro. In un capitolo di Pensare come una montagna, Leopold descrive l’uccisione dell’ultimo orso dell’Escudilla, la montagna al confine tra l’Arizona e il New Mexico. C’è un orso e c’è un cacciatore, questa volta un biologo, che fredda l’orso perché questo veniva considerato dannoso per l’allevamento delle vacche. «Il cacciatore inviato dal governo per uccidere il grizzly», scrive Leopold, «sapeva di aver reso l’Escudilla un luogo sicuro per le vacche, ma ciò che ignorava è che aveva reciso la guglia di un edificio in costruzione sin da quando le stelle del mattino cantavano all’unisono».

Oggi sappiamo che quando eliminiamo il carnivoro l’intero ecosistema ne risente, perché l’intero ecosistema risponde al carnivoro. Il carnivoro uccide, ma contribuisce a mantenere in salute le popolazioni delle prede e gli habitat che ne dipendono. Il carnivoro spaventa, ma spesso orchestra le relazioni tra le specie degli ambienti in cui vive, compresa quella umana. È nota la storia dei lupi di Yellowstone che, quando tornarono nel parco circa sessant’anni dopo essere stati sterminati, ricominciarono a predare i cervi wapiti, limitando le loro popolazioni e permettendo ai boschi di ringiovanirsi e ai fiumi di regolarizzarsi, così che poterono nuovamente ospitare la ricca biodiversità antecedente la scomparsa del predatore. In ecologia si chiamano «specie chiave» quelle che nonostante la loro esigua abbondanza esercitano un’importante influenza positiva su interi ecosistemi: come specie chiave i carnivori, necessariamente poco abbondanti e a basse densità naturali, controllano dall’alto gli ecosistemi e ne garantiscono l’equilibrio. L’orso non sa che quando uccide un cervo sta curando la loro popolazione, né sa che quando batte lo stesso territorio per cercare bacche e radici lo rende meno appetibile agli erbivori e agli esseri umani, che di conseguenza limiteranno il loro impatto sull’area. Un orso pensa a dove trovare cibo, al partner con cui accoppiarsi ed eventualmente, ma solo la femmina, ad accudire la prole, e agisce di conseguenza. Nei suoi scritti Leopold non parla di specie chiave, ma l’etica che propone, un’etica della terra, vede al suo centro un assunto simile: le comunità biologiche, la natura nel senso più ampio, sono come un meccanismo in cui ogni ingranaggio è fondamentale per il funzionamento degli altri ingranaggi e quindi dell’intero meccanismo. Questo, secondo Leopold, vuol dire «pensare come una montagna»: superare il pensiero dell’immediata convenienza a discapito delle altre specie, e comprendere le necessità di tutte le componenti del sistema. Dobbiamo quindi pensare come un essere umano, e fare il nostro interesse; dobbiamo pensare come un bovino, per garantire ai nostri domestici una vita dignitosa; e dobbiamo provare a pensare come un carnivoro e impegnarci a rispettare le sue esigenze ecologiche.

Il giorno dopo la presentazione, io e mio padre abbiamo optato per una camminata in Val di Mello, sull’altro versante rispetto alla Valgerola. Era facile intuire la sottile corrispondenza tra la topologia della valle e le esigenze della nostra specie – utilità e bellezza. Pure per un bovino, del resto, la Val di Mello doveva essere splendida: clima gradevole, erbe in abbondanza, assenza di predatori. Eppure sentivo che mancava qualcosa: la valle non sembrava più adatta a ospitare un’orsa come quella di Morbegno. Dove avrebbe trovato un luogo sicuro e appartato per crescere i suoi piccoli? Dove una fonte alimentare stabile – se non le stesse vacche o i rifiuti degli escursionisti? La verità è che quando abbiamo eliminato i grandi carnivori dalle Alpi abbiamo disimparato a coesistere con loro: in particolare, non riusciamo più a comprendere le necessità dei grandi carnivori, e da qui nasce il nostro conflitto con loro. Non siamo più in grado di pensare come un orso. Tuttavia, ora che i grandi carnivori stanno ricolonizzando il nostro Paese – poco tempo dopo la mia presentazione un orso è stato avvistato alle porte di Sondrio –, e vista la loro cruciale importanza nei nostri ecosistemi, dobbiamo di nuovo imparare a farlo, e non possiamo permetterci di sbagliare un’altra volta. «L’Escudilla», così conclude Leopold, «resta aggrappata all’orizzonte, ma quando la vedi non pensi più all’orso. Ora è solo una montagna».

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